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09.09.05

Gianni Biondillo: Per cosa si uccide (2004) / 2

di Bartolomeo Di Monaco

(Ugo Guanda Editore)

gianni_biondillo.jpg

Parte Prima. Parte Seconda.

È tempo, ora, di mettere insieme i personaggi disegnati dall’autore, oltre ovviamente all’ispettore Ferraro: Luisa Donnaciva, Armandino, Mimmo “‘O Animalo” sono i più rilevanti, ve ne sono altri appena schizzati ma efficaci, come l’ispettore capo Lanza, la bella Stella Artois, Marietto Donnaciva, l’ucraino Baginov, talché il mondo che gira attorno a Ferraro si va animando di un colore che non è mai orientato al buio dell’ombra e del delitto, ma declina un chiaroscuro in cui negli individui non emerge mai il lato cupo e tragico, bensì quello comico e grottesco. Biondillo ha l’accento dell’autore che gioca le sue carte attraverso il divertimento, e nel porsi il serio interrogativo del per cosa si uccide, ci fa intendere la inutilità di un gesto, quello appunto di uccidere, che non porta in nessuna direzione, mentre lo stroncare una vita lacera il tessuto di una società dentro la quale tutto sommato sarebbe possibile vivere accettabilmente. Per cosa si uccide è un interrogativo, dunque, sull’irrazionalità che è in noi, la cui causa può dipendere dallo stesso male radicato nella società e mai estirpabile del tutto, ma anche da un male oscuro insito nella nostra natura, anch’esso invincibile come l’altro, al punto che non si può, ancora una volta come l’altro, spiegare, ma solo raccontare. Se è vero che in un giallo che si rispetti, il movente conduce al colpevole, in Biondillo esso ha un valore intrinseco assai maggiore di quello di riuscire a far emergere l’identikit del colpevole, il quale può essere chiunque, non ha importanza. Importante è mostrare quale sia la causa scatenante che può possedere chiunque, e qualunque sia – buona o cattiva – la natura di chi ne è colpito. Più che il colpevole, è, perciò, il movente al centro delle storie di Biondillo: mostrare, ossia, la trappola che la società dispone per ordire i suoi inganni, nella quale tutti noi, nei nostri cupi momenti di debolezza, possiamo cadere.

Intonata alla Primavera, la quarta indagine di Ferraro, la più complessa, ci fa partire da Palermo, anni fa, su di un treno affollatissimo di gente che va verso il Nord, convinta di potervi cullare una speranza. Tra i passeggeri c’è Francesco Paternò che, oggi invecchiato, offre a Biondillo l’ispirazione per un bell’incipit: “Si chiamava Francesco Paternò ma tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era altoalto, un lampione, magro da far paura, sembrava ondeggiasse, come se il peso della testa producesse un carico di punta sull’asta del corpo al limite dello sbandamento. I capelli s’erano fatti bianchi ma ancora a sprazzi sporchi del giallo ricordo di un biondo giovanile; gli occhi di ghiaccio, cerulei da pura razza ariana.”
Sono passati quarant’anni dal quel viaggio e Don Ciccio decide di tornare a far visita alla sua isola insieme con la nipotina, un po’ come aveva fatto, ma in treno anziché in aereo, Silvestro Ferrauto, il protagonista del romanzo di Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia. Solo che qui si tratta di una vacanza che dura giusto il tempo per acquistare una casa “nel borgo natio” e dare disposizioni per ristrutturarla e farla “mettere a posto”. È a Milano, nel suo negozio di frutta, che egli continuamente ripercorre il suo lontano viaggio verso il Nord e assapora il suo ritorno al Sud, ormai prossimo. Sono passati da quel viaggio con la nipotina cinque anni, ed ora manca poco tempo per ritirarsi in pensione (“Io chiudo alla fine del mese e me ne vado in penzione” - penzione è nel testo, giacché nei dialoghi Don Ciccio usa il dialetto siciliano). Il desiderio del ritorno si fa, perciò, sempre più forte. Ma che accade? Accade che “ogni giorno, da due settimane, ogni mattina, nel bancone ad esposizione sulla strada, rubavano la mela più bella.”
Don Ciccio ha tenuto nella sua bottega, quando era ancora bambino, Ferraro, proprio lui, l’ispettore, al quale confida, dunque, ciò che gli accade.

In quel momento, l’atmosfera nella città non è delle migliori. Gli affitti delle case di proprietà dell’ALER vengono aumentati, fino anche del 100%. Le manifestazioni di protesta crescono e si fanno pericolose. Una di queste, che Biondillo descriverà molto bene a partire dal capitolo 35, è temutissima. Al commissariato si predispongono le opportune misure precauzionali, alle quali deve prendere parte anche Ferraro.
Se non che una donna di ottant’anni, Matilde Serrano, viene trovata morta strangolata e Ferraro è dirottato a dirigere le indagini. Raggiunge, perciò, i colleghi Lanza e Comaschi, già sul posto. Lanza, sebbene tra i tre sia l’ispettore capo, ossia il superiore, viene descritto da Biondillo come un buontempone che Ferraro mette a tacere ogni volta che si prova ad esporre delle osservazioni del tutto fuori posto. Ciò nonostante Lanza, come vedremo, si mostrerà pure generoso nei confronti di Ferraro.
La quarta storia risulta senza dubbio la migliore, non tanto per il fatto che si avvicina di più al genere, quanto a motivo dell’occasione che offre a Biondillo di distendere con il massimo piacere la sua limpida scrittura. Senza questa quarta storia, inoltre, il contenuto delle altre si perderebbe nel nulla, le quali, paradossalmente le meno importanti sul piano narrativo, sono quelle che dànno il significato più intimo al titolo del libro. Essa rappresenta il momento in cui Biondillo assume l’autorevolezza di uno scrittore in grado di raccontare. Oltre all’incipit, infatti, già citato, vi sono, in quest’ultima storia, altre pagine memorabili, come quelle dedicate al ricordo di una Milano che fu, “una città d’acqua, una Venezia nel cuore della pianura”. Una Milano che si fa, non cornice della storia, bensì protagonista: in primavera “di botto, dalla sera alla mattina, Milano diventa un’immensa passerella dove le ragazze sfilano, una più bella dell’altra.” Si ha perfino la sensazione che Biondillo racconti questa storia per raccontare in realtà Milano, una città amata: “E poi ci sono le commesse dei negozi, la quintessenza della femminilità milanese.” Una tale bellezza è frutto anche dell’incontro tra il Nord e il Sud, del rimescolamento, ossia, delle razze, che ha rinvigorito “una razza fin troppo nebbiosa e algida”. È un inno, dunque, un canto che si leva all’improvviso a celebrare una bellezza che promana da un mondo liberato da confini e da pregiudizi: “hanno figliato e mandato le loro bimbe a studiare. Ed eccole che a diciassette anni sembrano tutte uscite dalle mille e una notte, belle come nelle fiabe.”

L’omicidio della donna sembra essere maturato nell’ambiente del contrabbando di sigarette. Anche la palestra appartenente a Davide Cassi - figlio della vittima e di Luigino Cassi, il realtà il patrigno, che ha alle spalle una bella “carriera nelle patrie galere” e abuserà del ragazzo - è stata bruciata. Si sospetta di Domenico Jodice, detto Mimmo “‘O Animalo”, al quale la donna, ultima arrivata nell’ambiente, stava sottraendo clienti. “‘O Animalo” è stato amico d’infanzia di Ferraro, ed è il solo che continua a chiamarlo (lo farà poi anche Luisa Donnaciva, appena verrà a saperlo) con il soprannome che l’ispettore aveva da ragazzo, Chiodo. In un incontro segreto, gli giura di non essere stato lui ad assassinare la donna. Ferraro gli crede e fa di tutto per minimizzare i sospetti che si accumulano sul suo conto: “Mentire a Comaschi era una vera vigliaccata; aveva voglia di sputarsi in faccia.”
Lanza, pur sospettando l’irregolare rapporto tra Ferraro e “‘O Animalo”, lascia a Ferraro la direzione delle indagini, che proseguiranno con la collaborazione del solo Comaschi.
Don Ciccio, Mimmo Jodice detto “‘O Animalo”, Àntimo Rotunno detto “Ommemmè”, sono i personaggi attraverso i quali si arriva a sciogliere gli enigmi della storia, tutti meridionali, e tutti impregnati delle caratteristiche degli uomini del Sud, i quali restano, dunque, secondo un’interpretazione che ci fa intendere l’autore, immutabili anche dopo tanti anni di convivenza al Nord: “pensavo fossero cose che succedevano solo in Sicilia”. Biondillo si mostra capace di commenti sarcastici fulminanti, tali da suscitare il sorriso e rendere la storia divertita e divertente ad un tempo: “E mentre lo diceva gli cresceva il naso a dismisura.”; “L’alibi perfetto di uno stupratore”; “A questo punto non era più gastrite. Era un’ulcera perforata.”; “Ferraro avrebbe voluto farsi speleologo e visitare il centro della terra.”; “O forse aveva problemi alla tiroide, chi lo sa.”; “La sua maglietta era ormai da lavanderia.”; “Ferraro si ritrovò a fare il vigile urbano.”, e così via. Diventano il connotato specialissimo del suo stile; la manifestazione di una intelligenza che è lì ad osservare per estrarre, pur da una vicenda tragica, quella grottesca comicità che è sparsa evidentemente, secondo l’autore, a piene mani nelle azioni degli uomini.

Ma il commercio di sigarette, vedrete, nasconderà un commercio ben più illecito, orribile, sconvolgente; e sarà quell’ “Orrore” la causa dell’omicidio.
La collaborazione tra i poliziotti e i carabinieri - guidati da un capitano Gerini gentiluomo (“forse era un vero signore; uno di quelli d’altri tempi”) che ricorda il capitano della serie televisiva Il maresciallo Rocca - sarà determinante per risolvere il caso. Giulia, la figlia, la ricordate? Non compare mai, proprio come la moglie del tenente Colombo. Salvo che nel finale. Perché sarà lei ad aprire gli occhi a Ferraro e a cambiargli la vita: “Due coppie di ciliegie le incorniciavano il volto a mo’ di orecchini e una specie di corona di fiori di pesco e di arancio le decorava il capo. Pareva un angioletto rinascimentale.” E sarà un po’ anche grazie alla presenza della figlia che Ferraro scoprirà finalmente il ladro che rubava ogni mattina la mela più bella a Don Ciccio. Una sorpresa anche questa.

(fine)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 09.09.05 07:12

Interventi

Bart scrive: "Biondillo ....gioca le sue carte .... nel porsi il serio interrogativo del per cosa si uccide, ci fa intendere la inutilità di un gesto, quello appunto di uccidere, che non porta in nessuna direzione, mentre lo stroncare una vita lacera il tessuto di una società dentro la quale tutto sommato sarebbe possibile vivere accettabilmente. Per cosa si uccide è un interrogativo, dunque, sull’irrazionalità che è in noi, la cui causa può dipendere dallo stesso male radicato nella società e mai estirpabile del tutto, ma anche da un male oscuro insito nella nostra natura, anch’esso invincibile come l’altro, al punto che non si può, ancora una volta come l’altro, spiegare, ma solo raccontare. Se è vero che in un giallo che si rispetti, il movente conduce al colpevole, in Biondillo esso ha un valore intrinseco assai maggiore di quello di riuscire a far emergere l’identikit del colpevole, il quale può essere chiunque, non ha importanza. Importante è mostrare quale sia la causa scatenante che può possedere chiunque, e qualunque sia – buona o cattiva – la natura di chi ne è colpito. Più che il colpevole, è, perciò, il movente al centro delle storie di Biondillo: mostrare, ossia, la trappola che la società dispone per ordire i suoi inganni, nella quale tutti noi, nei nostri cupi momenti di debolezza, possiamo cadere."


Mi permetto di chiosare la valida e duplice riflessione di Bartolomeo sulla poetica di Biondillo. Confessando innanzitutto una colpa: ne avevo letto la prima parte, senza approfondire, per motivi di tempo lui sì caino, l’ulteriore. A proposito della quale non posso non ricondurmi a Gadda, Shakespeare e in ultima analisi al Laing (e dunque a Basaglia, Jervis e Borgna) citato da Angela Scarparo – che saluto e di cui ammiro l’impegno - in merito alle origini del disagio mentale.


Sarò breve, disse quel tizio, premettendo che non ho letto il romanzo di Biondillo ( me ne scuso: a inseguire il vento di lettura si finisce come a Nuova Orleans) e perciò le mie quattro fregnacce verteranno sui legami rinvenuti tra l’analisi di Bart e il Pasticciaccio, la figura di Jago e i fermenti che condussero alla 180.

Dunque, è noto a tutti che anche a Gadda non interessa individuare con certezza l’assassino, chè l’odissea di Ingravallo ha come fine la dissezione di un tessuto sociale (descritto anche a mezzo invenzione di una lingua) il vero mandante dell’azione omicidaria. In tal senso Biondillo si muove nel solco del Pasticciaccio, un sentiero di sicuro ancoraggio per la generazione di giallisti dei 90. La trama, lo gliommero, la suspense, come occasioni di analisi (o condanna?) dell’humus in cui avviene il pasticcio. Si potrà obiettare che un’operazione del genere anche in Eco, ma a parer mio modesto in quel caso prevale un intento astratto, direi anselmiano, quale il rimarco del punto di valico tra il versante medievale di Cimabue o Viligelmo e quello umanistico di Arnolfo o di Giotto. Sappiamo tutti che quel varco è indicato nelle potenzialità liberatrici ( non liberatorie) del riso, con tutte le implicazioni che possiamo intuire.

Circa il secondo spunto, l’impossibilità cioè di spiegarsi il male, mi viene in mente – e per questo ancora ringrazio Bartolomeo - lo stupore di quando lessi l’Otello. Ricorderemo tutti che a inizio dramma la figura di Jago esprime atti e pensieri che non ne accertano la reale natura. E perciò obbedienti ci accingiamo a intraprendere - per infinitesimi successivi, magari - il percorso epifanico di un malvagio sentire. Invece no, l’autore, o gli autori, alla quarta o quinta scena pianta Jago al centro del palco e ne sbatte in prima pagina la trama infernale. Senza grigi intermedi tra il bianco e il nero. Una ingenuità, peggio, un macroscopico errore di tecnica? Evidentemente no ( ma io, da tanghero, ci cascai in pieno), semplicemente l’assunto che il male non richiede dimostrazione: esso è e basta.

Ora, se il male è indescrivibile, in prima istanza potrebbe anche esserlo la follia, e in effetti le recenti teorie neurofisiologiche condurrebbero in tal senso. Esse individuano la malattia mentale in malfunzionamenti di alcune zone dell’encefalo, sminuendo la portata del pensiero di Freud, degli sforzi dei neofreudiani nelle ricerca di trattamenti analitici anche per gli psicotici e, venendo allo specifico, l’importanza della riflessione di Basaglia e suoi epigoni . Il disagio mentale, dando a lui ascolto, partirà anche da presupposti di origine organica ma si amplifica, trovando coltura, nell’humus sociale e familiare in cui ha modo di esplodere. Non a caso recenti studi hanno accertato che una delle peculiarità del sistema olistico psiche- cervello consiste nel mutare, meglio, automodellarsi in forza delle influenze ambientali. Compito della psicoanalisi sarà dunque riplasmare gli aspetti di quel sistema deformati dalle ingiurie ambientali.
Cara Angela Scarparo, perdonami se mi rivolgo a te esplicitamente, ma Freud era un epistemologo, cercava metodi e individuava strumenti per costruire una scienza.

Saluti

Pubblicato da: Orso - 11.09.05 14:48

Errata corrige, aggiungere 'compare' in: "Si potrà obiettare che un’operazione del genere (compare) anche in Eco"

Pubblicato da: Orso - 11.09.05 14:53

Orso, ti sono grato per aver ricondotto i commenti all'oggetto del mio thread, visto che quelli numerosi che arricchiscono la prima parte hanno preso le ali per conto loro:-)

Se il mio lavoro sul romanzo di Biondillo ha suggerito a te altri e nuovi spunti, sono arcicontento, giacché proprio questo è lo scopo che mi propongo.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.09.05 16:13

Ciao, Bart, e di nuovo complimenti. Oggi il mio Napoli ha dato un dispiacere alla tua bellissima Lucca.Ops, m'è scappato, ho parlato di calcio in sito letterario -:)
L'occasione per consigliare a te e a tutti '10', di Dario Voltolini, una bellissima raccolta di racconti ispirati ai numeri 10 del calcio. E non solo quello.

Saluti

PS Ma...l'Elisa dell'omonima Porta è parente di quell'Elisa Baciocchi?

Pubblicato da: Orso - 11.09.05 17:33

Voltolini è da consigliare sempre e in ogni caso.

;-) G.B.

Pubblicato da: gianni biondillo - 11.09.05 18:49

Ciao, Orso. Seguo poco il calcio. Mi dispiace per la Lucchese.

Sì, quell'Elisa è proprio Elisa Baciocchi.

Le Mura di Lucca (1545-1645. Alte 12 metri, con una circonferenza di oltre 4 chilometri che chiude al suo interno l'antica città, costarono ai Lucchesi 955.162 scudi) avevano in origine tre sole Porte d'ingresso: Porta San Pietro, Porta Santa Maria e Porta San Donato. Ora ne ha cinque, assai meno belle.

Porta Elisa è del 1804. La quinta porta (davvero insignificante, avversata dal Pascoli che viveva a Castelvecchio, dove è sepolto nella sua adorata casa) è del 1910.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.09.05 19:09

Correggo: Ora ne hanno cinque...

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.09.05 19:11

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