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27.09.05

Vincenzo Corraro: Sahara Consilina

di Livio Romano

[Questo articolo di Livio Romano è apparso oggi nel Corriere del Mezzogiorno. gm]

- Vincenzo Corraro, Sahara Consilina, Palomar, 274 pagine, 15 euro.

Quando mi è arrivato questo libro dalla Palomar la cosa che ho trovato subito curiosa è stata un’elencazione collocata in coda al romanzo: “Indice dei nomi: hanno partecipato, senza saperlo…", c’è scritto, e via con una sfliza di personaggi che spaziano da Baglioni Claudio a Cocteau Jean, da Fenech Edwige a Musil Robert a Scotellaro Rocco a Van Gogh passando per Mango Pino e Pieraccioni Leonardo. Poi ho cominciato a sfogliarlo e, fin dalle prime pagine, ho capito che ci si trovava di fronte a un esordio interessantissmo, a una scrittura gremita come un torrone eppure vitale, epica, ironica, lontana dalle geremiadi della “monocultura del dolore" che caratterizza ancora parte della narrativa giovane meridionale e contro la quale Michele Trecca, il curatore della collana Cromosoma Y, ha ingaggiato da ormai un decennio una personale battaglia senza esclusione di colpi.
Vincenzo Corraro vive in un paese che sta al confluire della Calabria, della Lucania e della Campania. Eppure la storia che racconta, pur essendo intrisa di Sud ed esuberante risentimento meridionalistico, ha una lingua che ha poco a che spartire con i Padri Fondatori del neorealismo terrone, con i Jovine e gli Alvaro. Al contrario il timbro narrativo che dà vita alla voce dell’io narrante deve tutto a esperienze molto lontane dai monti lucani, a Celati, soprattutto a Tondelli. Eppure sarebbe estremamente riduttivo inserire questa prima prova di Corraro nella pletora dei “nipotini" dello scrittore di Correggio.

In Sahara Consilina, oltre al gusto per i vagabondaggi picareschi notturni in giro per superstrade e tornanti, c’è, parallelamente, una grande propensione alla digressione, all’appunto di costume, all’approfondimento reportagistico che oggigiorno vede nel casertano Antonio Pascale l’esponente più auterovole e talentuoso (da qui, quell’elenco di nomi in coda).

Il telaio dell’opera è il tentativo, da parte di un gruppo di giovani e colti paesani, di metter su una lista civica che, ispirandosi al Pensiero Meridiano professato da Franco Cassano, cerchi di sovvertire gli immortali meccanismi della politica locale, le “porcate" sempiterne, i nepotismi che i ragazzi sentono profondamente lontani dalla propria formazione avvenuta altrove, nel Continente civilizzato.

Eppure su questa traccia, che già da sé sarebbe stata sufficiente per scrivere un romanzo da seicento pagine, Vincenzo Corraro, giovane professore di italiano nella fiction come nella vita, innesta un groviglio di microstorie che danno ragguaglio pratico dei ragionamenti sciorinati, ma che spesso finiscono per appesantire la storia, per far perdere la bussola al lettore. Tuttavia l’operazione tentata da questo sorprendente esordiente si può dire riuscita. Fermarsi a riflettere su dottissime disquisizioni di antropologia musicale e di etnografia comparata, per esempio, risulta sintomatico della generazione che Corraro mette in scena. Trentenni che hanno viaggiato, moltissimo studiato, che hanno conosciuto modi di vivere e di relazionarsi nella vita pubblica del tutto speculari a quel simulacro di democrazia dove “lo Stato tradisce i suoi figli tutti i giorni che Dio manda in terra" (Giovanardi). Ma sono giovani che, alla fine, son tornati. Che come tutti i meridiani hanno inciso nell’anima il richiamo della foresta, l’amore per la propria terra che si vorrebbe trasformare, che rattrista vedere ancora in mano a incolti affaristi liddove un territorio bellissimo potrebbe diventare un pozzo di San Patrizio se solo si sapesse amministrare secondo i precetti di uno sviluppo eco ed eticocompatibile – quei precetti che le “giurisprudenti" e le “bocconiane" del gruppo hanno ben studiato e con acume sanno esporre con proiezioni in Power Point ma che restano parole al vento di fronte alle logiche spartitorie della politica italiana.

Corraro, che ci rallegriamo abbia vinto con Sahara Consilina il Premio per le opere prime "Nati due volte" (la giuria era composta da personaggi autorevoli quali Antonella Cilento, Diego De Silva e Generoso Picone), è il cantore appassionato e beffardo dell’epica del microcosmo. Sa bene che una piccola cittadina del Sud non è Amsterdam e che ciascuna annotazione, ciascuna azione scenica vanno inserite nel particolarissmo contesto esistenziale in cui egli stesso come insegnante e scrittore nonché i suoi personaggi si muovono quotidianamente (si notano spesso, del resto dichiarate, certe glosse á la Franco Arminio che dei microcosmi paesani è oggigiorno, in Italia, il più acuto osservatore). In questo senso Corraro rifugge con abilità dalla maniera in cui può incappare chiunque si approssimi a raccontare una storia “massimalista" utilizzando una lingua che risente di modelli ben identificabili.

Non c’è la retorica e l’apologia dell’alternativo, non c’è compiacimento per il branco e anzi aleggia sempre il dubbio che, ad essere scellerati, non siano tanto gli orribili maggiorenti in Mercedes, quanto proprio i componenti della Catena Solidale che vorrebbero cambiare il corso delle cose nel volgere di meno di sei mesi. “Forse stiamo violando ferocemente l’intimità del paese, come i gesuiti spagnoli in terre azteche. Non lo so, ho questa impressione". È proprio questo rispetto per il dubbio che denota il possesso, da pare di Vincenzo Corraro, di un’intima consapevolezza letteraria. Il che, per un esordiente, non è affatto poco.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 27.09.05 14:56

Interventi

Non mi è chiaro che si intenda per “monocultura del dolore” che caratterizzerebbe ancora parte della narrativa giovane meridionale. Però ammetto che tale incomprensione possa dipendere da una sua scarsa conoscenza .
Quanto al tentativo di cambiare il corso delle cose in pochi mesi non discuto pecchi di ingenuo utopismo o peggio, risenta di dannosa approssimazione, ma tacciarlo di scelleratezza, più di quanto lo siano le azioni dei maggiorenti in mercedes, beh, mi sembra un po' troppo. La Repubblica Partenopea del 99 emanò in sei mesi una Costituzione tra le più avanzate di ogni tempo. Suo errore cruciale, come è noto, fu l'afflato mistico, l'impulso a calare dall'alto modalità del vivere estranee a un certo sistema. Ma come non riconoscere un alto contenuto, uno slancio che richiama il diritto alla felicità dei Fondatori Americani, quando quella Costituzione ammonisce che ogni casa, fondaco, bottega, dovrà avere almeno una finestra che guardi il mare? devo presumere che Corraro si sia implicitamente riferito al fallimento di quella esperienza.

Pubblicato da: Carlo Capone - 27.09.05 17:20

Probabilmente c'è il tag del grassetto aperto da "Il fallimento di Perceber in giù". Non fa un bell'effetto.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.09.05 19:35

Io, da meridionale, in giro vedo più che altro una “monocultura dell’anestesia”

Pubblicato da: maurizio - 28.09.05 13:20