« Cos'è oggi sperimentale? | Main | I libri non sono un pacco di biscotti del Mulino Bianco. »
30.08.05
Un’intervista a Giorgio Pozzi
Fernandel è una rivista trimestrale. Di solito mi arriva il lunedì mattina, in una busta di carta bianca, formato A4. L’apertura della busta Fernandel è diventata un piccolo rito, per la sottoscritta. La lascio chiusa per tutto il giorno, sul tavolo in entrata; la apro la sera e la porto in camera. E rimane sul comodino per settimane. Inizio a leggerla sfogliandola a caso: una sera un racconto, qualche sera dopo una recensione, poi una rubrica...
Ricordo ancora il giorno in cui mi sono abbonata a questa rivista, un paio d’anni fa. Sono andata in posta, ho compilato e pagato il bollettino, sono ritornata a casa e ho composto il numero di fax della casa editrice, per trasmettere la ricevuta del pagamento. Con mia grande sorpresa, dopo un paio di squilli a vuoto, invece del suono metallico che mi dava la linea libera per il fax, mi ha risposto Giorgio Pozzi, l'editore. Lui-même. La piacevole chiacchierata che ne è seguita, sui rispettivi gusti in fatto di narrativa contemporanea, è un esempio tangibile della filosofia pozziana: ogni singolo lettore è degno di attenzione e di rispetto.
Fernandel nasce come rivista di narrativa italiana nel 1994. Il primo libro è del 1997. “Un libro Fernandel" si legge nel sito della casa editrice "è, o cerca di essere, un nuovo modo di guardare le cose" . Modi nuovi di guardare le cose apprezzati da lettori e critici esigenti. E monitorati dalle grandi case editrici.
Ringrazio Giorgio Pozzi che ha accettato di rispondere alle mie domande.
La tua rivista ha compiuto da poco dieci anni. Dieci anni di racconti di esordienti che convivono accanto a quelli di scrittori più o meno conosciuti (del calibro di Covacich, Scarpa, Moresco, Mozzi). Cosa provi nel riguardare i sommari dei tuoi 53 numeri? Qual è il tuo bilancio di questi dieci anni di attività?
Il bilancio è senz'altro positivo: quando abbiamo cominciato, io e un paio di amici interessati alla scrittura, pensavamo ad una rivista che potesse essere considerata un punto di contatto fra scrittori, lettori e addetti ai lavori: un progetto ambizioso, a pensarci adesso, ma che si è fatto consapevole poco a poco, nel corso degli anni. Le riviste letterarie per loro natura non possono essere considerate fonte di guadagno, perché il loro pubblico è molto ristretto, molto specializzato: in undici anni mi è capitato spesso di riflettere sulla possibilità di chiudere la rivista, ma poi mi sono reso conto che il piccolo passivo di bilancio che quasi sempre mi porta non è paragonabile alla soddisfazione che la rivista stessa può dare, non solo in termini di "prestigio editoriale", ma anche in termini di arricchimento personale. E poi, per una casa editrice come Fernandel, lavorare alla rivista è utilissimo per restare attenti, reattivi nei confronti delle tendenze, dei linguaggi e delle tematiche che vengono dalla "base", cioè da chi scrive senza essere ancora uno scrittore, condizione che porta con sé una freschezza che non sempre dura nel tempo.
E’ appena uscita la prima graphic novel di Fernandel (Vorrei incontrarti, di Gianluca Costantini). Un segno dei tempi?
Con la collana "Illustorie" (di cui appunto Vorrei incontrarti di Gianluca Costantini è il primo titolo) intendiamo continuare a svolgere il nostro lavoro fernandelliano - quello di chi scandaglia il proprio tempo partendo dall'animo umano, dall'individuo inteso come elemento base del mondo in cui viviamo - utilizzando però un mezzo per noi nuovo, quello del fumetto, dell'illustrazione, in uno spazio (il libro) in cui la parola e il segno si fondono per raccontare la vicenda, la storia. Certo non siamo i primi ad occuparci di fumetto, a "scoprire" e a cercare di nobilitare quella che fino a pochi anni fa era considerata subcultura, ma credo che, all'interno del catalogo della nostra casa editrice, alcune tipologie di fumetto possano trovare posto senza difficoltà di fianco ai nostri libri di narrativa, per omogeneità di pubblico e per omogeneità di punti di vista. Con "Illustorie" abbiamo deciso di varcare i confini nazionali: stiamo trattando i diritti di diversi illustratori stranieri, americani e francesi. Il prossimo titolo, che uscirà a febbraio, sarà il primo volume degli Sketchbook Diaries di James Kochalka.
Il sito della tua casa editrice è uno dei più linkati della comunità letteraria dei bloggers. Che tipo di rapporto hai con la scrittura in rete, con le riviste e i blog? Ti è mai capitato di leggere on line qualche racconto o qualche pagina tanto interessante da contattare chi l’ha scritto?
Distinguerei i due casi, quello della scrittura in rete e quello più specifico dei blog. Fin dall'inizio abbiamo considerato la Rete un'enorme risorsa di informazioni e di comunicazione, e infatti mi è capitato abbastanza spesso di leggere dei racconti on line davvero interessanti, al punto da mettermi in contatto con l'autore e da proporgli, in alcuni casi, la pubblicazione; siamo stati fra i primi, nel 1997, a proporre un'antologia di racconti pubblicati in rete, il meglio di ciò che era ospitato fino a quel momento sul sito (ora defunto) www.fabula.it (da cui il titolo dell'antologia).
Quello dei blog è invece un fenomeno in forte espansione, e così "sentito" da un certo tipo di lettori-autori, che mi sta capitando sempre più spesso di ricevere dei racconti costruiti su uno stile molto simile a quello dei blog, quindi con una grande immediatezza espressiva e con una grande "velocità di consumo" dei temi trattatti e delle emozioni suscitate. La mia sensazione è che la scrittura narrativa (se così possiamo chiamare quella riconducibile al racconto e al romanzo) e la scrittura dei blog siano due cose diverse, che hanno finalità diverse e che adottano mezzi diversi, da una parte il libro, dall'altra il video. Quando ho provato a fare il tentativo di "prendere" dalla rete dei testi e di impaginarli sulla rivista, mi è sembrato che la cosa non reggesse; mi sembra che le parole dei blogger, estrapolate dal loro contesto virtuale, perdano d'impatto, si riducano effettivamente alla semplice compilazione di un diario on line. Però in Rete, si sa, tutto è in continua evoluzione: spero che questa mia impressione venga smentita al più presto...
Nell'ultimo numero di Fernandel ci sono racconti di scrittori come Gianluca Morozzi e Grazia Verasani, due cavalli di razza nati nella scuderia Fernandel e ora pubblicati da grandi case editrici. Il sogno nel cassetto di ogni piccolo editore?
Non credo che il sogno di un piccolo editore sia quello di porsi come editore di servizio nei confronti della grande industria; non è il mio sogno, almeno. Non lavoro a Fernandel semplicemente per fare scouting nei confronti dei grandi gruppi: in realtà è capitato che il nostro lavoro si incrociasse con l'attività di altri editori più importanti, e questo indubbiamente porta un prestigio dovuto ai numeri che i grandi editori possono produrre. Ma non c'è un diretto rapporto di causa effetto tra il lavoro di Fernandel e le decisioni dei grandi editori, come spesso il giornalismo vorrebbe far credere.
Mi fa molto piacere, invece, quando autori che hanno esordito con Fernandel hanno poi l'occasione di pubblicare con editori più importanti, come è il caso di Gianluca Morozzi e di Grazia Verasani, ma anche di Piersandro Pallavicini e di Paolo Nori, per fare altri esempi. Mi fa piacere per loro, perché hanno fra le mani un'opportunità davvero importante, in grado di dar loro una visibilità che è fuori dalla mia portata. E poi non è detto che questi autori, nonostante l'eventuale successo con altri editori, non possano continuare a collaborare con Fernandel: Grazia e Piersandro scrivono spesso sulla rivista, di Gianluca Morozzi pubblicheremo un nuovo romanzo anche il prossimo anno, di Paolo Nori abbiamo pubblicato Storia della Russia e dell'Italia nel 2002, dopo l'esordio del 1999 con Le cose non sono le cose.
Fernandel non è una casa editrice autoreferenziale: nella tua rivista c’è molto spazio anche per altri piccoli editori (dalle recensioni alle interviste).
Come ti dicevo, la rivista è nata con l'intento di porsi come mezzo di scambio, punto di contatto. In questo senso mi sembra del tutto coerente far passare informazioni su libri, autori e editori che sentiamo affini allo spirito fernandelliano.
Potremmo riassumere lo “spirito fernandelliano" nel sottotitolo, sobrio ed efficace, della rivista: Leggere e scrivere.
Ringrazio Giorgio Pozzi per la piacevole conversazione on-line. E mentre aspetto il prossimo numero della rivista (manca ancora qualche settimana), mi rileggo gli arretrati.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 30.08.05 09:03
Interventi
'Quando ho provato a fare il tentativo di "prendere" dalla rete dei testi e di impaginarli sulla rivista, mi è sembrato che la cosa non reggesse; mi sembra che le parole dei blogger, estrapolate dal loro contesto virtuale, perdano d'impatto, si riducano effettivamente alla semplice compilazione di un diario on line.' Eppure un gruppo di parole, se e' buono, se ha forza e forma, dovrebbe esser buono ovunque, anche trascritto su di un rotolo di carta igienica, no? Anzi, nell'ordine della pagina dovrebbe acquistar rilievo.
Pubblicato da: Emanuele - 30.08.05 16:52
su questo sono d'accordo con te, emanuele. mi capita spesso di leggere, nella blogsfera, cose che hanno forza e forma che reggerebbero anche su carta stampata.
Pubblicato da: la massaia di avesa - 31.08.05 09:37
Bene. Perché non provate a farle leggere anche a me? La mia frequentazione dei blog non è molto accurata, lo ammetto, e quindi il mio giudizio potrebbe essere del tutto superficiale.
Però non è vero che la scrittura, se è valida, si può estrapolare dal suo contesto senza difficoltà: la maggior parte delle scrittura nasce per essere fruita in un contesto, che può essere il libro, il quotidiano, il web. Se prendiamo dei testi giornalistici usciti su un giornale e li ripubblichiamo pari pari in un libro, bisogna proprio che l'autore sia un grande narratore perché l'operazione funzioni...
Quello che voglio dire è che la scrittura ha una sua funzione, nella maggior parte dei casi, legata anche al mezzo nel quale la scrittura stessa si compie. Trovo che la scrittura dei blog sia perfetta per il blog, meno adatta ad essere ripubblicata sulla carta.
...Ma mi farebbe piacere essere smentito.
Pubblicato da: giorgio Pozzi - 07.09.05 13:13
accetto l'invito. d'ora in poi, quando un testo mi sembra valido, ti inoltro il link.
Pubblicato da: la massaia di avesa - 08.09.05 19:18