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04.08.05

Trovarobe, 4 / La Biblioteca dei Vigili del Fuoco

di giuliomozzi

["Trovarobe" è la mia rubrica nel quindicinale Stilos. Ecco la terza puntata. Qui trovate le altre puntate di Trovarobe. gm]

La biblioteca dei miei genitori (nati entrambi nel 1928, sposati nel 1956, di professione biologi) era fatta di due specie di libri: i libri di biologia e i libri tascabili. Tra i libri di biologia ce n'erano di bellissimi: gli atlanti della flora trentina, i libri su come gli uccelli conoscono i nidi, gli studi sulla motilità delle stelle marine, i primi (parlo degli anni tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta) testi di ecologia - per non parlare dei grandi trattati come la Zoologia generale del D'Ancona (Utet). Quand'ero piccolo, l'idea che certi libri osassero tentar di contenere l'elenco e la descrizione di tutti i viventi, mi stordiva; li sfogliavo instancabilmente, meravigliandomi a ogni pagina, interrogandomi sull'apparentemente infinita varietà della vita e sulla delirante inventiva della Natura (che ragionevolezza c'è, nell'inventarsi qualcosa come ottantamila specie di coleotteri?).
I libri tascabili invece erano i libri che dovevano esserci in un'onesta biblioteca familiare. Erano Bur, Libri del Pavone (la collana mondadoriana che precedette gli Oscar), Libri Pocket Longanesi, Oscar, Delfini Bompiani. C'era anche (c'è ancora) l'Oscar Numero Uno, Addio alle armi di Hemingway. E c'erano Faulkner, Somerset Maugham, Fallada, Fante, Cronin, Vittorio G. Rossi, Graham Greene, Pearl S. Buck, Di Donato (Cristo tra i muratori), Steinbeck, Mario Soldati, Alba De Céspedes, Pavese, Cassola, Bernanos, eccetera. Tutto quello che doveva esserci, più o meno, nella biblioteca di una famiglia giovane composta da due sposi di estrazione cattolica e borghese dotati al momento di: assai pochi soldi, tre bimbi da crescere, una grande determinazione.

Di quei tascabili, oggi se ne trovano a scatoloni interi nei mercatini dell'usato. Un euro un libro, cinque euro sei libri, e così via: la minutaglia della minutaglia. Eppure sono preziosi. Certe cose che non si ristampano da decenni, o li trovi in quelle edizioni lì o non li trovi per niente. Manhattan Transfer di Dos Passos, ad esempio, lo pedinai per mesi; in commercio non era più; e finalmente pescai, nel marzo del 2003, un'edizione in due volumetti nei Libri del Pavone (due volumetti, due euretti), datata 1953: la pescai in una libreria di Ferrara acarosissima (roba da accopparsi di starnuti) che stava svendendo i rimasugli della biblioteca del Trentesimo Corpo dei Vigili del Fuoco, con sede appunto a Ferrara. Manhattan Transfer, si evince dai timbri applicati all'interno, era il libro numero 95 di quella biblioteca. Anzi: non Manhattan Transfer, ma Nuova York: perché, evidentemente, nell'Italietta del 1953 l'editore Mondadori riteneva impossibile vendere un libro intitolato Manhattan Transfer, e impossibile tradurre un titolo come Manhattan Transfer.
Non feci a tempo a finir di leggere il libro, che me lo ritrovai in libreria, tra le novità dei tascabili, ristampato da Baldini Castoldi Dalai, con il titolo giusto e non tradotto, Manhattan Transfer, ma peraltro con la medesima traduzione del 1953 (di Alessandra Scalero: invecchiata ma bella, per quel che posso capirci). Ora: un tascabile vale l'altro; il formato del mio del 1953 è più comodo di quello adottato da BCD nel 2003 (la comodità del formato, per un lettore da treno come me, è essenziale); ma il punto non è questo; il punto è che il mio Manhattan Transfer del 1953 intitolato Nuova York è un libro che è stato scelto da un Vigile del Fuoco bibliotecario (o richiesto da un Vigile del Fuoco lettore), timbrato con somma cura, letto almeno un paio di volte (a occhio), aggiustato probabilmente dal Vigile del Fuoco bibliotecario con del nastro adesivo di eccellente qualità (il nastro adesivo di cattiva qualità si secca, si squama, si scolla, svanisce lasciando solo una traccia sporca: non li fanno più, i nastri adesivi di una volta!): è in somma un libro che ha una storia. Un libro che è passato di mano in mano. Un libro che non è solo mio (anche se non so quanti siano, i lettori di Dos Passos, oggidì: vent'anni di fuori catalogo ammazzano qualunque scrittore, anche uno grandissimo e ormai Entrato Nei Libri Di Storia) ma è stato anche di altri. Un «libro comune».
L'altra settimana cantavo le lodi del «libro segreto». Oggi mi entusiasmo per il «libro comune». Già sento le voci: «Lei si contraddice!». I lettori di libri son gente strana, si sa. Ma - come dice Snoopy - nell'ultima puntata riunirò tutti i fili.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 04.08.05 08:42

Interventi

C'era già Fante? Nell'Americana di Vittorini? O altro?
Per le contraddizioni cfr "contengo moltitudini" di Whitman, la canzone Oblò (che male c'è?) di Gianni Togni.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 10:01

Allora, guardo qui tra i volumi della collana mondadoriana "La Medusa degli Stranieri" (che non provengono dalla biblioteca dei miei, a voler essere precisi, ma da quella di mia zia): "Il cammino nella polvere", pubblicato nel 1941; "Aspettiamo primavera Bandini", 1948; "In tre ad attenderlo", 1957.

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.08.05 10:34

Incredibile! Io pensavo che la prima cosa pubblicata era il racconto nell'Americana. E che se Bukosky non lo nominava, forse Fante sarebbe rimasto ancora nella polvere... Poi vaglielo a chiedere (alla polvere) perché? Grazie.
PS
Penso che Buk è un grande anche per questo.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 10:50

Lo scorso weekend ho finito di trasferire i miei libri (composti da libri regalati quando avevo 12-15 anni, acquistati in seguito, e "rastrellati" ultimamente - la recessione - tra zie, partenti, amici): una vera faticaccia.
La fatica è dovuta al fatto che la mia biblioteca si trova all'ultimo piano di casa mia, e casa mia è l'ultima del paese e il paese dove abito parte dal lago e si inerpica per la montagna attraverso mulattiere e stradicciole. I libri insomma me li sono portati a spalla nello zaino. Per fortuna che non ne ho rastrellati tanti.
Io i libri li ho organizzati così: il piano più alto Poesia in ordine alfabetico di autore, poi Narrativa Italiana, poi Narrativa Straniera sempre per autore. In un'altra libreria: Teologia e testi Sacri, sotto Filosofia, sotto Scienze Umane e Storia, sotto libri vari. Sono sufficientemente Tomistico?
Fatto stà, e vengo al dunque, che tra le mani mi è capitato un libro che devo aver letto all'età di 15-16 anni. Il libro si intitola IL BRANCO DELLA ROSA CANINA, edito da Mondadori credo - quei libri tutti blu, con la copertina illustrata (nella stessa edizione avevo pure i Ragazzi della via Pal) - e l'autore è Gianni Padoan. Il libro, bellissimo, racconta di un ragazzo che per scrivere la tesi di laurea sui lupi va in Abruzzo, dove incontra e osserva e conosce e si relaziona al branco che chiamerà della rosa canina (è forse grazie a quel libro che ho sempre immaginato la scrittura della tesi come un bel momento).
In tutti questi anni non ho mai più sentito nessuno parlare di Gianni Padoan. Allora ho pensato - e perdonate il pensiero non troppo originale e acuto (ma che palle i pensieri sempre acuti, non vi pungete?) - che tutto questo per me è rassicurante, che i romanzi, i racconti le storie sono moltissime, alcune sono molto discrete e non amano che si parli di loro. Tra i cento capolavori di quest'anno, tra l'opinione di Harold Bloom, la funzione della letteratura, l'autore di culto, il crossover dei generi letterari, il capolavoro riscoperto e da cui il giovine scrittore non può più prescindere, il postmoderno la sua fine e la sua arguta ironia, tra tutto questo che sarà macerato dal tempo può emergere un libro, uno tra i moltissimi, che mettendo a posto la libreria senza altro pensiero ci farà dire: "ah... si, bello questo, non lo ricordavo più".

Pubblicato da: Pietro - 04.08.05 11:02

Ma, caro Giancarlo: la cosa incredibile, secondo me, è che la memoria sia così corta. Negli anni Novanta John Fante è stato presentato praticamente come un'assoluta novità, mentre i suoi libri erano stati tradotti (almeno quelli importanti) cinquant'anni prima. (Poi io mi stupisco anche che John Fante sia così tanto considerato come scrittore: ma questo è un altro discorso).

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.08.05 11:11

Beh, io ho amato molto Chiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill. Gli altri non sono a quei livelli. Non hanno quell'equilibrio tra humour, poesia e disperazione. Ma di Fante io apprezzo quel tono da megalomane sognatore che è solo suo, quella "onesta megalomania" che, secondo me, serve a sostenere le ambizioni di uno scrittore, aspirante (o anche non fumatore...)

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 11:48

Gianca', la canzone del grande G. Togni che citi è l'immortale "Luna", cui fece seguito una meno riuscita "Semplice" e poi la di lui scomparsa dalle scene. In molti lo si rimpiange.
In quanto alla brevità della memoria letteraria che con buona ragione sorprende Giulio, che dire di coloro i quali hanno scoperto oggi Dos Passos, che fu tradotto in Italia quasi in contemporanea alle sue uscite americane?

Pubblicato da: giovanni - 04.08.05 13:34

Non c'è niente di male, mi pare, nello "scoprire" - da lettori - John Fante o Dos Passos nel 2005. Io ho "scoperto" Dos Passos nel 2003: e l'ho letto tutto in edizioni degli anni Cinquanta comperate nelle bancarelle.

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.08.05 14:25

Pietro, ho chiesto a Google. Gianni Padoan è un uomo che ne ha fatta una per colore. Non solo ha scritto un libro di racconti tratti dalla serie televisiva "Spazio 1999", ma ha addirittura riscritti in versione fantascientifica alcuni romanzi di Salgari!

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.08.05 14:29

"guardo la luna da un oblò...son pieno di contraddizioni, che male c'è...." un tormentone, Hai ragione Giovanni. Mi sa che adesso lavora per un Circo...

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 15:21

Ma certo, Fante è sopravvalutato da chi diffida degli scrittori troppo "intelligenti". Questa acquetta fresca statunitense è il loro ideale. Viva Dostoevskij!

Pubblicato da: eugenio - 04.08.05 15:47

Sono d'accordo. Viva Dostoevskij, Cèline, Hamsum, Hrabal. Cavolo, Manco uno statunitense scemo. Magari solo quello stupido di Saul Bellow?

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 16:03

Giancarlo, Gianni Togni è vivo e canta insieme a noi. Quest'anno, purtroppo, non ha date in programma, ma il tour 2004 è stato un successo.
In quanto agli americani scèmi, dimentichi senz'altro il vecchio Thomas Wolfe (almeno quello di You can't go back home again, amato anche da Snoopy)

Pubblicato da: giovanni - 04.08.05 18:51

Ecco i Peanuts sono per me grande leteratura! (scema, ovviamente, in quanto statunitense).
"Ho il cervello rutilante di risposte sarcastiche" Linus, mi pare rispondendo a Lucy.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 04.08.05 20:46

Linus o Schroeder, il mio prediletto?
Grandissima letteratura, i Peanuts; biblica, formativa e stupida, it goes without saying.

Pubblicato da: giovanni - 04.08.05 21:31

Si vede che siete tutti uomini, nessuno di voi ha letto La grande pioggia (il film si chiamava Le piogge di Rachipur), sublime polpettone a base di amori interraziali, pioggia, vecchie maharani snob e razziste.
E Sotto il vulcano? E il quartetto d'Alessandria? Il mio sogno è prendermi un'influenza con complicanze che mi tenga a letto quindici giorni per rileggermeli tutti.
E capote? Un altro dei miei preferiti. Quel racconto sublime di una coppia americana con il pavimento del soggiorno giallo, diavolo, la storia non me la ricordo, ma quel pavimento giallo mi è rimasto nel cuore.

Pubblicato da: marietta - 05.08.05 14:53

Come si vede che sei impertinente, dogmatica Marietta. Se i commenti ai post dovessero limitarsi a elenchi di libri o, nel caso di specie, di autori stupidi, che noia che barba che barba noia.
Se non dovesse fare il giornalista, uno con i mezzi per fare il Truman Capote di questi tempi così poco glamour sarebbe, in Italia, Paolo Di Stefano. Scrive però sul Corriere, e i suoi romanzi, anche riusciti, lo rivelano. Peccato.

Pubblicato da: giovanni - 05.08.05 20:37

Dogmatica? terrò conto, ci penserò su.
Ma mi incuriosisce il tuo giudizio su Paolo Di Stefano. Ho capito bene? Lo trovi glamorous? Con quella storia sul bambino morto? O dici che, visto che tanto di glamour non ce n'è, lui esprime il malinconico spirito del tempo?
Cmq, ognuno i suoi gusti.
Su una cosa però sono dogmaticissima, i mezzi di TC sono sublimi, e sublimissimi gli scrittori stupidi. Oddio, le piogge di ranchipur, e sotto il vulcano, con tutto quell'alcol, e il quartetto d'Alessandria, così post-decadente, così, come dire, polpettoso:–)

Pubblicato da: marietta - 05.08.05 23:27

Come può un giornalista, seppure del Corriere e laureato con Segre, essere glamorous? Difatti, il Di Stefano non lo è, né io l'ho mai asserito. Ma racconta la realtà come un romanzo, avendo ben presente la lezione di Genette di Fiction and diction, e in questo è trumancapòtico.
Per quel che è del tuo adorato Quartetto, onore e gloria, ma gli preferisco di gran lunga Lowry (ovvio) e Paul Bowles, se pure si deve leggere 'sta roba qui; che ogni tanto, difficile negarlo, ci sta persin bene.

Pubblicato da: giovanni - 06.08.05 06:51

Sì, di uno come Segre che nella sua autobiografia parla di sé più o meno così (vado a memoria) "il giovane Cesare di cui tutti dicevano che fosse intelligentissimo capitò a Padova dove tutti si schiantarono a terra dall'ammirazione", non si può dire che sia glamorous. Ma anche Mengaldo non scherza, dice con ammirazione di sé che ha letto Tolstoy a tredici anni. Bè, qualcuno magari lo ha letto prima.

Pubblicato da: marietta - 06.08.05 10:03

Può ben darsi che Cesare Segre non sia mai stato glamorous. Può inoltre essere che, all'età in cui scrisse quel libro non perfetto, gliene importasse un fico secco del glamour. Questo acclaràto, certe edizioni di dugenteschi fatte a meno di 30 anni sono ancora quelle di riferimento e, sarà servilismo o pigrizia, ogni cosa che lui pubblica è degna di attenzione. Come la mettiamo? Mengaldo ha letto tardi Tolstoi, ma i suoi Poeti del Novecento sono l'antologia di poeti italiana più autorevole e duratura degli ultimi 50 e passa anni.

Pubblicato da: giovanni - 06.08.05 16:53

la mettiamo che come studiosi sono esemplari e come persone sono totalmente prive di glamour e senso dell'ironia

Pubblicato da: marietta - 06.08.05 17:04

per inciso, parlo per conoscenza personale e diretta, solo per questo, e per il narcisismo delle loro opere autobiografiche, mi permetto di osservare che la lezione di stile degli autori ai quali si sono dedicati è stata accolta da loro solo a metà, solo in quanto studiosi, peccato.

Pubblicato da: marietta - 06.08.05 17:21

Sono d'accordo con te sulle lezioni di stile raccolte a metà: ma siamo umani, via. Se poi vogliamo parlare di narcisismi a opera di grandi studiosi di letteratura, niente eguaglia l'indecente autobiografia di Steiner, Errata (Milano, Garzanti, 2000), in cui si salvano soltanto le pagine in cui racconta l'amicizia con il grande Alexis Philonenko. Il resto, ciarpame autocelebrativo, indegno dell'autore di After Babel e molto altro.

Pubblicato da: giovanni - 06.08.05 17:49

Steiner mi ha sempre irritato perché mi da l'impressione che il suo discorso sia senza fondamenta, o se preferisci, che cominci un discorso al di sopra delle sue possibilità, di cui poi si perde i fili per strada, quindi l'autobiografia non l'ho letta, ma siccome di Mengaldo ho letto con ammirazione alcune cose, (solo alcune perché non faccio il suo mestiere) mi irrita che non sappia trattenersi, visto anche il grande maestro che ha avuto e di cui tutti dicevano che fosse anche una persona deliziosa. Non ho detto che ha letto tardi Tolstoj, ho detto che non ci si vanta di aver letto Tolstoj a tredici anni, fa ridere.

Pubblicato da: marietta - 06.08.05 18:03

Non è umano chiedere agli allievi di grandi maestri che siano all'altezza dei maggior loro. In realtà, quasi nessuno ci è mai riuscito.
Il riferimento a Mengaldino lettore di Tolstoj mi pareva con ogni evidenza sarcastico. Non lo era perché, come detto altrove qui sopra per bocca del simpatico cantante De André, non ho il controllo etc.

Pubblicato da: giovanni - 06.08.05 22:00

messa così converrai che si può solo finire in peggio (riferito alla prima metà) quanto alla seconda io dopo qualche equivoco metto gli orrendi emoticons ;-)))

Pubblicato da: marietta - 06.08.05 22:44

Rifiuto le faccette: un po' perché non so mai bene come farle, molto perché mi sembrano ridicole.
In quanto ai maestri e agli allievi, sono stato cauto non per caso. In una bella intervista a Paolo Di Stefano, Giulio Einaudi, gran raccoglitore di maestri, sbottava: "Ma che, i maestri ci sono sempre. Basta saperli individuare". Aveva ragione. Dopo Delio Cantimori, è arrivato Adriano Prosperi; dopo Mengaldo, Enrico Testa; dopo Scott La Faro, Charlie Haden etc.

Pubblicato da: giovanni - 07.08.05 06:22

Quanto ai maestri io ne ho avuti tre, uno che mi attribuiscono, uno che mi ha insegnato, uno da cui ho imparato,
quanto agli emoticons hai ragione, è una cosa da deficienti, ma utile, come il cellulare
Ti saluto, perché non so se torno, buona estate;–)))) :–)))) etc.

Pubblicato da: marietta - 07.08.05 08:46