« Prima studiare, poi parlare | Main | Dopo Carosello – Cinque metri lineari »

24.08.05

Raffaele Nigro: Malvarosa (2005) / 3

di Bartolomeo Di Monaco

[Un'intervista di Lorenza Rocco Carbone a Raffaele Nigro]

Raffaele_Nigro.JPGParte prima. Parte seconda. Parte terza.

Ma Eustachio ha ancora una storia lunga da raccontare. È l’europeo, infatti, che ha forte in sé questo desiderio di ripercorrere la storia del suo mondo. Sceglie una donna, l’autore, per forzare il senso di solitudine e di scontento che lo pervade: Soukeyna. L’abbiamo già incontrata. Abbiamo letto al principio del racconto: “Io ho una ferita. Una figlia. Una ragazzina che si chiama Adithiane. Vive sbandata tra Metaponto Parigi Montpellier Dakar con la madre, Soukeyna, una senegalese." È giunto, dunque, il momento di ricordare Soukeyna, non solo la sua bellezza, ma la fuga dal suo paese, cacciata dalla povertà, ammaliata dalle luci e dai suoni, dai colori e dai sogni di cui il Nord è avvolto: “Tutti fuggivano verso nord. Come i re magi con la stella polare. Dall’Africa all’Europa e poi verso l’America, inseguendo un sogno, o verso altri luoghi. Una corrente elettrica di insoddisfazione." La incontra (“il suo corpo di terracotta", e anche: “un’orchidea colorata") in occasione di una grande festa data da Orapronobis, “Una roba da Grande Gatsby". Queste le parole del racconto: “C’era al guardaroba una ragazza di colore sui quindici sedici anni. Una negretta bella tosta, che il vestito di maglina azzurra faticava a contenerne il patrimonio. Corvina di capelli, con trecce a rasta e gli occhiali dorati.", e ancora: “era un inchiostro tipografico e aveva un corpo da antilope, slanciato, alto, ma la pelle liscia liscia, le labbra come carciofi, i seni erano due cucumarazzi e non sto a dirti del tamburo. Una pupa di creta. Solo un dio speciale poteva aver fatto quel tamburo e quei cucumarazzi; se metteva un paio di shorts si rivoltava Metaponto."

Se ne innamora e viene ricambiato. Gli dice un giorno la ragazza, nello stentato italiano: “Tieni stretta Soukeyna; io vuole credere che ha finito di viaggiare, ha finito di cercare da sola." Lui domanda: “Che cercavi da sola?", e lei: “Mah, troppo grossa dire felicità? Oui, felicità." Hanno una figlia, ma, come la figlia, anche Soukeyna è stata di nuovo lasciata sola. C’è la ferita della figlia, dunque, ma c’è anche la ferita di non aver corrisposto ad una solitudine in attesa, trepidante, colma di speranza, vogliosa di una felicità semplice, pulita. Il racconto di Eustachio è passato dal confronto tra i modi di vivere di popoli diversi, dall’aspirazione di un Sud che guarda al Nord come modello da imitare (quando Eustà conoscerà il soldato americano Danny, un magazziniere che si vende sottobanco molta merce delle Forze Armate statunitensi, dirà: “Fu un amore immediato per quella roba, profondo e pericoloso. Perché dopo quegli odori feci fatica ad accettare gli odori del mio mondo."), a quello ben più tracciante del confronto tra due anime, una delle quali si è cullata dentro un sogno, un’illusione. È andata dietro a quel sogno, ha lasciato tutto, sospinta da un desiderio spontaneo, implicito nella natura di tutti gli uomini: quello di essere felice. Non ha chiesto la ricchezza, ma la felicità. Non è già più in questo momento la Soukeyna che ha sulla pelle un colore diverso da quello di Eustachio, ma un essere umano in tutto uguale agli altri. Ci si dimentica spesso – vuol farci intendere Nigro – che al di là delle differenze di lingua, di cultura, di colore, e così via, c’è una componente che appartiene in misura e modi uguali a tutti gli uomini, ed è la loro anima. Non è affatto azzardato dire che il romanzo gira intorno a questa ferita. È questa ferita che smuove il tutto, e sollecita il ricordo, e, meglio ancora, la rivisitazione di un cammino non ancora compiuto, ma di cui si avvertono le debolezze e, forse, perfino le viltà.
Soukeyna si fa regina, dea, ninfa, ora che l’io narrante ne ripercorre il contatto: “Entrava in quei panni come un sarago nelle profondità marine." Ma quando Soukeyna rimane incinta “le cose non mi apparivano più come prima, ero in trappola e bisognava fuggire." Le suggerisce l’aborto: “Mezz’ora di tempo e pisci il mostro.", ma “Lei non vuole". Pare infine cedere (pare, perché poi nascerà Adithiane); si fa accompagnare dal medico e nella stessa giornata lascia per sempre Eustachio.

I due prigionieri, intanto, cercano una via d’uscita, ma la cella è situata in un palazzo diroccato che ha intorno a sé mare e dirupi. Sembra impossibile fuggire. Se non che scoprono una stalla dove sono rinchiuse due pecore. Vi si rifugiano, sperando che l’arrivo di qualcuno, del pastore ad esempio, riveli loro la via di fuga. I ricordi riprendono. Siamo giunti al 1976, allorché a Metaponto compare una ragazza: “una tipa carina. Il viso quanto un ananas, il profumo di mela e i trampoli che sbucavano dal giaccone blu. Pareva che non portasse gonna. Aveva un sacco di cuoio ad armacollo e uno zaino, i capelli neri a coda." Si chiama Mary Lodigiani ed è torinese. Eustachio l’accompagna con la sua moto a Valsinni, un borgo che “incornicia una collina che ti viene incontro sulla sinistra dell’asfalto, tra olivastri e canne." Quando, qualche tempo dopo, va a trovarla e la sorprende seduta su di un ceppo a contemplare il fiume, la ragazza gli dice: “Guardi che un paradiso così non è mica di tutti i giorni. Venga a vivere da me, in un blocco di cemento." Allora Eustachio riflette: “Strano, fuggivo proprio le cose che lei cercava."
Ha “una borsa di studio biennale in Letteratura italiana all’Università di Torino" e cerca notizie su due storie di sangue che hanno interessato il Sud. Una di queste era accaduta nel Cinquecento proprio a Valsinni, l’altra a Venosa. Riguardano due donne che si erano innamorate ed erano state trucidate dalla famiglia: “assassinate da un mondo maschilista e di merda.", racconta la ragazza.
Al contrario di Soukeyna “orgogliosa ma arrendevole", questa donna che viene dal Nord è “tosta", disinvolta, si cambia di abito davanti a Eustachio, “come se io non ci fossi".
Ha idee chiare sul ruolo della donna nella società e viene per resuscitare storie che spera possano far aprire gli occhi: “la memoria è un patrimonio e solo gli imbecilli non lo capiscono." Dovunque si muova gli uomini le si buttano addosso, “come api sui fiori."

Un americano che è venuto per acquistare clandestinamente reperti archeologici, Jeffrey Braham, mentre sta viaggiando sulla sua “Mercedes nera" con Eustachio ed altri e incontrano una processione e l’altro americano che è con loro, che abbiamo già conosciuto, Danny, racconta al connazionale una leggenda su San Pietro, che era passato da quei luoghi, Braham esclama: “È incredibile, ogni angolo di questo paese ha una leggenda da raccontare." Il Sud, dunque, con il suo magico fascino che deriva dalla storia: aspra, contraddittoria, ma seducente. Mentre Eustachio cerca in tutti i modi di salire al Nord, ecco che il Nord sta scendendo al Sud. Mary dice a Eustachio, a proposito di Taranto: “L’Italsider è stato un disastro, questa città era destinata a diventare la capitale del turismo. Ma ci pensi, Eustà, già solo alle spiagge? Per non dire poi che questa è la Magna Grecia? Mica una roba da niente. La Magna Grecia. Per tre secoli l’Europa ha sognato questi posti. Ma che abbiamo fatto per meritarci una classe politica così ignorante?" Spinta da quelle selvagge storie di sangue che hanno reso vittime orribili le due donne del passato, ora Mary viene dal Nord per salvare quanto c’è di magnifico e raro nel Sud: “qui c’erano contadini che lavoravano le campagne. Qui c’erano tradizioni feste processioni canti sull’aia." E più avanti dirà: “Forse dovrei tenerti lezioni di identità e di orgoglio municipale e contagiarti un po’ di amore per questi luoghi." E ancora, sempre rivolta a Eustachio: “Credi che non sappia che ti vendi quello che io, forestiera e polentona come dici tu, cerco di ricucire?"

A poco a poco, con quei fatti minuti più vicini ai resoconti di un diario, quasi privi di grandi emozioni, l’autore sta componendo, nel silenzio più assoluto, senza mai dichiararlo, un grande affresco del Sud com’è oggi, avvolto in un dolore che è diventato il testimone e il simbolo di un trapasso inevitabile e malinconico, tuttavia ancora trattenuto dalla nostalgia per una storia nobile che non vuole essere dimenticata. Il significato del romanzo si fa maestoso e imponente. Ed è proprio la donna, che è stata tenuta prigioniera per tanto tempo nella società meridionale, a farsi portatrice, attraverso Soukeyna e Mary, di questo travaglio epocale, che rischia di far perdere al Sud la sua dolcezza e la sua nobiltà: “pensavo a Soukeyna e a Mary."
Nigro sparge ovunque i profumi, i colori, i disegni di un paesaggio che si mischia ai pensieri. Esso si ingrandisce sempre di più fino a rendersi protagonista, come quando sulla moto insieme con Mary salgono ad Aliano, “un biancospino sul crinale", il paesino dove fu confinato Carlo Levi.
Si domanda Eustà, allorché, giunti al paesino, vengono scambiati per giovani sposi ed è offerto loro un letto dove riposare: “se ci fosse stata Soukeyna, sarebbe stato lo stesso per queste donne?". Mary e Soukeyna, dunque, le due facce di una stessa medaglia: Mary è diventata il simbolo di un Sud che ammalia con il suo luccichio, Soukeyna è l’espressione della sua dolcezza e della sua sofferenza muta: “Desidero Soukeyna come l’acqua e il pane." E ancora: quando Eustachio pensa a Mary “riaffiorava anche il ricordo di Soukeyna." Non è forse in Soukeyna che si incarna quanto dice El Houssi: “l’Occidente ha perso ogni senso dell’etica."? Non è per questo che Soukeyna e Adithiane sono diventate la sua ferita? Soukeyna è “Il mio primo amore e il mio primo misfatto."

A El Houssi è assegnata la parte di ascoltatore, ma quando parla le sue parole esprimono una profonda consuetudine con la storia e soprattutto con il passato: “la storia e il passato non possono essere soltanto le pietre, le tombe, i reperti. C’è un’anima in queste cose, vive nascosta negli oggetti, non si vede, trasuda, è la loro fodera, sono i concetti, i sentimenti, gli insegnamenti e il modo di vivere e di credere." Non si rivolge solo al compagno di prigionia, ma si esprime anche per la sua gente, divisa, come gli europei, fra i miraggi dell’Occidente (un Oriente “sventrato dai simulacri del consumismo.") e una vita ispirata ai valori del passato.
Allorché Eustachio si imbarca su una petroliera, la Victoria fulgens, diretta in Egitto (questa volta si è deciso ad andare in Africa), insieme con Che Guevara, questi dice: “Il futuro non è a Occidente. Il futuro è in queste terre." E ancora: “Il comunismo non basta più. Nessuno crede nella possibilità dell’eguaglianza attraverso Marx e il mondo si è infervorato della ricchezza occidentale. L’islam sarà l’unica alternativa al comunismo." Dunque, nella storia che Eustachio racconta, c’è un momento in cui due persone che non si conoscono, El Houssi e Che Guevara, s’incontrano in un pensiero comune. Invece, Eustachio ancora cerca di resistere al richiamo del Sud, lo sente, ma continua a subire la fascinosa magia della modernità. Scende ad Alessandria e nel caos che incontra riesce, tuttavia, sebbene ancora lo respinga, a sentire il profumo del Sud: “Mi parve di vedere disegnato nel cielo di Alessandria la fede arcaica di mia madre, i cortei processionali del mio Sud. Il Sud era Sud soprattutto in questo. Perciò mi rifugiai sul Victoria fulgens, per sfuggire a quel mondo, per illudermi che l’odore di petrolio mi avesse riconsegnato all’Occidente." Visita Dubai, il cui porto è pieno di petroliere, ma quando rientra a Metaponto si accorge che il viaggio, forse ogni viaggio, non è mai inutile: “Si torna e tutto ti appare diverso, più bello o più brutto."

Nigro ci sta preparando al miracolo che sta racchiuso nella memoria delle cose e degli uomini. Abbiamo assistito alle vicende, quasi a delle scorrerie, di Eustachio, condannato a sentire, là dove è nascosto, l’odore del passato, che non è altro per lui che un odore di muffa e di morte. Arriva una donna dal Nord, Mary, disinibita, intelligente, brillante, e gli svela che il Sud è una ricchezza dimenticata. Quando più tardi ritorna a trovarlo, gli fa capire che lui vive “senza domani e senza passato", come un lago a cui venga a mancare la profondità: “Sai che diventa il lago senza profondità? Una palude. Noi siamo in una palude Eustachio." Una inquietudine che sempre ci accompagna e che Mary chiama “bambocciamento". “Effettivamente io bambocciavo, non decidevo di impegnarmi, di crescere e pigliarmi il peso della vita sulle spalle." Eccola, ancora una volta, la paura di crescere, con in più il ripudio implicito del passato e un desiderio indefinito, vago e generalizzato, del futuro. Nigro, a poco a poco, ci ha portato, attraverso una strada che ha saputo ben nascondere nelle maglie di un racconto variegato, dentro il tema che fu caro al Corrado Alvaro de L’età breve. Un passaggio difficile, questo della giovinezza, che Nigro sposta in un giovane non più ragazzino, come lo era invece Rinaldo Diacono, non innocente come lui, ma già preso dalle smanie di una realtà che lo ha avvolto nei mille tentacoli dei giorni nostri: “Avevo scoperto la libertà dell’adolescenza, quel limbo di attese, di novità, di piccoli compromessi tra autonomia e costrizione e lottavo per non andare avanti. Come le lumache che rifiutano di cacciare le corna fuori del guscio."

Come era stato in Egitto e a Dubai, così gli viene offerta da Braham (che vuole sfruttare quel suo odorato speciale per le scoperte di tesori archeologici) l’occasione di visitare l’Occidente. Scende a New Orleans e trova “come proscenio alle sagome dei grattacieli, la savana di cemento circondata da sequoie e baobab e cipressi di cemento. Una foresta infinita. E una infinita prateria nella quale pascolavano file infinite di automobili e di camion." Gli sembra di vivere “in un film."
Ed è proprio in queste città dove non sente più il “fetore di morte" che si accorge che “Io fuggivo cose che lì si cercavano."
Ha un po’ gli occhi di Kerouac il Nigro di queste pagine americane; solo che il suo personaggio trascina dietro di sé un carico che non appartiene all’America, ma ad una storia più antica e i continui profumi che ne sprigionano creano intorno a Eustachio l’alone di una bellezza mediterranea che egli mai aveva saputo osservare e godere: “per la prima volta parlavo con trasporto di cose che avevo fino a quel momento disprezzato, i suonatori di pizzica e i tarantati che addormentavano la taranta ballando ballando. L’aria scossa da tamburi traccole tamburelli." Nella villa museo del ricco e mafioso Braham, egli ritrova i reperti estratti con le proprie mani, individuati con il suo speciale odorato, intere tombe ricostruite, ed allora: “Mi prese una botta di orgoglio." È proprio Jeffrey Braham che gli dice: “la gente cerca i frutti e invece bisogna cercare la radice."
Il viaggio di Eustachio tra i paradossi e le assurdità del mondo sta per compiersi. Vede altre città, come Los Angeles, San Francisco, Chicago, New York, la luccicante Las Vegas: “la città dei balocchi." La verità che si nasconde nell’esistenza di ciascuno di noi sta per svelarsi: “Ero un deserto e mi ritrovo un terreno fertile, pronto alla semina." Quella ferita, la ricordate? È la ferita che si sta avvolgendo nel dolore ed è attraverso questo dolore che la memoria del passato si sta trasformando in carne viva, la cui sorgente sta nel volto, nel corpo e nell’anima di Soukeyna.

Fuggiti dalla prigione, intorno a Eustachio e El Houssi si spalanca il mondo cui appartiene Soukeyna, un mondo semplice, dove i beni più preziosi sono l’acqua e l’erba, dove un anziano cieco, Assad, può guidare nel deserto una tribù di berberi che con le loro capre vanno cercando acqua e pascoli. Ma dove, soprattutto, il bene più prezioso è il silenzio.
Nel continuare il suo racconto a El Houssi, Eustachio affida ancora al ricco Braham il significato della modernità: “Il petrolio è una spinta a possedere. Ti indica l’onnipotenza e il presente. Mentre la creta è la memoria di tempi in cui si misurava a piedi la lunghezza della vita. Ed è questo che manca qui al nostro tempo di energia e di fumo, il senso della memoria che serve ad umanizzare il presente, il futuro e la ricchezza."
Nigro ha scattato due immagini significative, una di seguito all’altra, quella del deserto e dei beduini e quella di una città moderna e ricca, e le ha messe a confronto nel nostro immaginario.
La presenza della memoria è ciò che distingue la prima immagine dalla seconda, e la memoria assume qui lo stesso valore vivificante e mitico che troviamo nelle opere di un altro scrittore dei nostri giorni: Carlo Sgorlon.
Il romanzo è un viaggio, dunque, durante il quale lo smarrimento, la paura, le illusioni, la voglia di arrestarsi si fanno potenti strumenti dell’incertezza e dell’inganno, della perdita della propria identità. Quel viaggio è ineludibile, ogni uomo lo compie, ma il suo valore sta racchiuso nella nostra memoria, nella possibilità, ossia, di ripercorrerlo ancora una volta.

Sull’aereo che lo condurrà a Dakar per riportare a casa la figlia Adithiane e Soukeyna malata, tra le molte parole che si prepara a dire alla figlia, ci sono queste: “Dirò per esempio che sono stato un cattivo compagno e un pessimo padre, non sono stato forse né compagno né padre, ma che ho ripercorso passo passo la mia vita, che bisogna ripercorrerla per cercare se stessi, per scovarsi in qualche nascondiglio."
Nigro ci ha fatto fare un grande giro, come in un sogno, lo ha cosparso dei profumi dell’Oriente e dell’Occidente, dell’antico e del moderno, dei rumori e dei silenzi, ci ha fatto da guida in una realtà fantasmagorica, le cui contraddizioni ammaliano e ad un tempo spaventano, rischiano di lasciarci nel mezzo di una crescita, di non farci diventare adulti, di fuggire dalle responsabilità che diventano sempre più pesanti a mano a mano che una sempre più debole memoria del passato rischia di farci smarrire - rimasti senza più radici - nella modernità. Nigro ci ha portati in giro senza dirci tutto questo, ma soltanto mostrandoci il mondo. Ci si domandava del perché il suo occhio, partendo dalle minute osservazioni, ingrandisse continuamente il paesaggio e le azioni degli uomini e ce li offrisse nel significato di una visione in attesa: in attesa, cioè, di una ricomposizione che non sarebbe mancata. È sull’aereo, a mano a mano che si avvicina a Dakar, che il suo pensiero, finalmente, si sta a poco a poco ricomponendo ad unità, e proprio in virtù del radicarsi in quel passato che appariva perduto per sempre: “Mi piacerà quando saremo a Metaponto sedermi sul poggio di Annibale e toccarti i capelli, come adesso, con Soukeyna che dà le spalle alla quercia dove sono sepolti i miei nonni e ci osserva. Mi piacerà guardare la ragnatela stesa tra i rami dei peschi o tra i finocchi selvatici. Nella siepe vedrai delle ombre. Il profilo di zia Cristina? o dei nonni? Non lasciarti ingannare, Adithiane, quella è la mia giovinezza, stesa come un velo. Magari proverai a raccoglierla, ma si scioglierà tra le dita. Allora ti girerai verso di me e non mi riconoscerai, perché quello che se ne sta seduto tra i papaveri e l’orzo non è più l’adolescente che temevi, ma finalmente ha lo sguardo di un uomo."
(fine)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 24.08.05 07:39

Interventi

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?