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23.08.05
Raffaele Nigro: Malvarosa (2005) / 2
[Un'intervista di Lorenza Rocco Carbone a Raffaele Nigro]
Parte prima. Parte seconda. Parte terza.
Nigro disegna il suo affresco come un mosaico, attraverso, ora, capitoli brevi, anche non consequenziali e apparentemente slegati, come appunto possono essere montate, a volte, le pietruzze di un mosaico.
E nel fare ciò, non si stanca di marcare la sua meridionalità come uno dei punti di forza della sua narrazione: lo fa non solo per mezzo di voci eminentemente dialettali, ma anche attraverso forme tipiche della sintassi del Sud: “Mentre si tornava sulla Lambretta mi arrischiai a sussurrare a mio padre che tenevo sempre voglia di scappare via da Metaponto e da casa." Quel “tenevo" in luogo di “avevo" è frutto di una scelta consapevole, e più esplicitamente: di una volontà determinata a non nascondere la meridionalità, ma ad affermarla. Non è a caso che il padre, ascoltata la confidenza del figlio, “amareggiato" gli risponde: “La voglia di scappare ce l’ho pure io. Ma come si fa a lasciare il paese in mano ai camorristi? Lo dobbiamo difendere il paese." Che è uno dei temi attuali nel dibattito sul Sud: se sia corretto, ossia, fuggire, anziché restare a difenderlo. Nigro è un autore che fa sentire la sua voce dal Sud più profondo; non è fuggito; è lì a combattere, e nel suo romanzo, attraverso le parole del padre di Eustachio, lancia la sua sfida ai più tormentati e ai più deboli. Non solo, ma l’uso frequente, assai più che negli altri romanzi, di vocaboli gergali, rende visibile questa volontà e urgente e determinata la sua sfida. Anche il desolato quadro che dipinge della famiglia Petrocelli e degli amici malati o sfortunati mostra l’intento di non sottrarsi alla realtà e di partire proprio da una situazione simbolo, rappresentativa di un male endemico, dove un destino malvagio e l’assenza di volontà e di determinazione creano, se non contrastati, le condizioni di una perenne sconfitta e di una perpetua lacerante umiliazione.
In questo romanzo, Nigro paga un secondo tributo alla moda dei nostri giorni, che vuole che ogni storia sia contornata da citazioni musicali. Mai come in questo Malvarosa l’antico che affiora sempre si mescola ai ritmi e ai riti della modernità, costruendo un anello lungo il quale entrambi, passato e presente, corrono come inseguendosi, e non sai chi dei due sia avanti all’altro. Quando, per un’inchiesta, va con l’amico Che Guevara (Renato Spera, fidanzato della sorella Cristina) a Manfredonia, proprio di fronte al mare vedono il grande stabilimento dell’Enichem. Che Guevara non si trattiene: “Hanno costruito sul mare senza rispetto per niente! La fauna marina distrutta e gli operai coi gas nei polmoni. E dietro c’è questa merda di stato." E ancora: “Una volta venni a villeggiare coi miei, c’erano campi di grano e oliveti e adesso vedi? silos e nastri trasportatori."
“Per me era la modernità sconvolgente. Non era Sud.", riflette il protagonista. Che, allorché cominciano i lavori di sbancamento per la costruzione di una multiproprietà, viene condotto, sempre dall’amico Che Guevara, ad ammirare i bellissimi reperti archeologici rinvenuti nel corso degli scavi: “restai di sale di fronte alla bellezza di quei vasi istoriati con figure di cavalieri fanti civette dèi e dee. Improvvisamente il mondo di Omero risorgeva dalla terra e si mostrava ai nostri occhi, con scene di guerra e di vita quotidiana." Nigro snoda una sua malinconia attraverso questa storia, che non è affatto da confondersi con la pietosa nostalgia di un tempo che fu, ma rappresenta più semplicemente la constatazione di una convivenza tra antico e nuovo che l’uomo non riesce a stabilire una volta per tutte. Il nuovo, anziché innestarsi sul vecchio, ne pretende il sopravvento, ne reclama forse addirittura la distruzione. Ma non è così facile sbarazzarsi del passato, soprattutto quando esso è scritto nel sangue di un popolo, fa intendere Nigro.
Che cos’è, infine, quella capacità di percepire gli odori che caratterizza il protagonista, se non una stretta dipendenza, uno stretto legame con il nascosto e risorgente passato?: “Sentivo gli odori della vita e della quotidianità, l’odore più flebile del latte dell’erba del pane e non soltanto di quello appena sfornato, come sentivo l’odore del sudore, del vento e della pioggia. Tutto intuivo dagli odori e persino la memoria delle cose, delle azioni, degli incontri affiorava in me come memoria di odori. E quello che mi nauseava era l’odore del sangue." Il nuovo è anche invadente, suggestivo (“Sulla costa adriatica stavano nascendo pub, pizzerie, discoteche. Il sabato c’era dove fare alba."), forse anche persuasivo (“Ti vietavano di pensare che fuori c’era l’inferno della disoccupazione, della mafia, c’erano i gruppi armati rossi e neri e c’era un mondo arcaico che faticava a squagliarsi.) – ricordiamoci che siamo tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 -, e sicuramente sensuale e trascinatore: “Deborah, fanatica e narcisa, salì sul palco e non solo mise all’asta jeans, reggipetto e slip ma disse: «Sono all’asta pure io, quanto offrite?». E cominciò la riffa." L’arabo continua ad ascoltare. Solo Eustà racconta. Sono le colpe dell’Occidente a prevalere? El Houssi ha un momento in cui ricorda affettuosamente la famiglia. La sua unione è felice. L’europeo, invece, non ha avuto fortuna con la propria e vorrebbe tanto che la sua donna senegalese Soukeyna Mbengue e la figlia Adithiane fossero “al fianco di mia madre". Vorrebbe, anche lui, “Una casa piena di affetti. Non ho fatto nulla per costruire una casa così." L’europeo, dunque, sta già pagando un conto salato alla modernità, più salato certamente di quello di El Houssi: “Se uscirò vivo da qui, Adithiane, verrò da te, per convincerti che quest’uomo che ha compiuto sette volte il giro della terra per inquietudine, compie l’ultimo viaggio per espiazione. Per farsi meritare da te. E da Soukeyna. Una donna dolce, che io non merito e che ha sofferto molto per le mie incertezze, per il mio modo di non essere uomo." Quando si erano conosciuti, El Houssi aveva detto a Eustachio: “Hai mai pensato che uomini grandi come sant’Agostino, sant’Oronzo e Tertulliano venivano dall’Africa? Di pelle erano caffellatte come me. Annibale e Cleopatra erano di questo colore e così erano Alessandro Magno e la Madonna." Una rivoluzione nella mente dell’europeo, una verità sconvolgente. La madre non riuscirà mai a farsene una ragione. L’incontro con il tunisino, che si stava occupando degli operai del Maghreb che lavoravano in Italia e ne seguiva gli spostamenti per la penisola, aveva, inoltre, portato a Metaponto una certa aria di simpatia verso gli immigrati, che già erano assistiti da alcuni volontari, tra i quali in particolare l’amico di Eustachio, Che Guevara, che ne ospitava alcuni nella sua villa. Anche Eustà è di famiglia benestante. Ha una moto, una “Triumph Bonneville".
Nigro sta disegnando un personaggio che ancora non è né carne né pesce, miscelato di delusioni e di speranze. Vede intorno a sé l’immondizia materiale e morale che affligge specialmente gli immigrati, irretiti nel traffico di droga e prostituzione, e tuttavia il suo sogno (“una mia follia") è di trasformare il Sud in una nuova America: “Stavo provando su un lucido quanto un lenzuolo a trasformare lo Ionio in una immensa California. «Tra Messina e Reggio Calabria il ponte di San Francisco, case case case che tu cammini e sei sempre nella metropoli. Tutto il Sud una infinita Los Angeles.» Gli Studios a Cosenza, Beverly Hills a Matera, Hollywood a Napoli, Disneyland a Reggio Calabria e Rodeo Drive a Taranto." Allorché con l’amico Che Guevara va ad Amsterdam, ne resta ammaliato: “Altro che malocchio e processioni. Un mondo lontano come la luna." La modernità conta su di una forza di attrazione che disorienta, confonde, agisce sui sensi proprio come una droga. A Londra, dentro l’aeroporto di Heathrow: “Avrei voluto una casa nell’aeroporto, un affaccio su quell’arcobaleno di umanità, anche se scorreva sotto gli occhi come la spuma del Basento."
Invece rifiuta di andare con l’amico in Africa: “Io non amo i luoghi della sofferenza. Lì ci mando mia madre in pellegrinaggio." Al che Che Guevara replica: “È vero, lì si va solo da adulti." Ci accorgiamo, dunque, che ciò che Eustachio sta raccontando al tunisino El Houssi è nient’altro che il percorso di crescita della sua anima e El Houssi, colui, cioè, che sta ascoltando e prende appunti, considerato il diverso nel nostro mondo occidentale, radicato com’è alla sua gente, è il più forte e sicuro dei due. Quando Pinochet compie il colpo di stato e il Presidente Allende viene ucciso, Eustachio confessa: “Il mondo era a rumore e io non capivo la portata di quell’evento. Mi scivolava addosso senza ferirmi."
Nigro continua la sua radiografia del cambiamento; attraverso il racconto di Eustachio, percorre i primi insediamenti della modernità nel Sud antico, le fascinazioni, gli inganni, gli stordimenti, le perdizioni. Sembra che il protagonista sia quel filo d’acqua capace di penetrare tutti i pertugi, lasciare su ogni cosa il segno del suo passaggio, una bava lumacosa, una scia che tende a prosciugarsi e sparire. Ci si allontana dal passato, dalla tradizione senza speranza di farvi ritorno? Nel Sud restano i luoghi a ricordare il passato, perfino i nomi lo tramandano, come quel “poggetto di Annibale da dove si godeva un’ottima vista." Eustachio passa come il filo d’acqua tra i pertugi della modernità per spiarli e conoscerli, ma possiede anche quel fiuto da segugio (“una peculiarità canina"), quell’odorato straordinario che gli consente di portare alla luce i resti del passato, disseppellirli, con meraviglia dell’amico Che Guevara, ancora incredulo di quel dono raro. Chi è, dunque, Eustachio? Non è solo un ragazzo disorientato, stordito, che sta crescendo; è anche un’anima antica uscita dal buio: “Usai raschietto e scopino e finalmente ecco il morto e il suo corredo. Guardava disteso l’eternità. Anzi, guardava me, con gli occhi vuoti."
Il tema della fuga o non fuga dal Sud, è ciò che assilla Eustachio: lo stordimento causato dalla modernità, che indubbiamente lo attrae, gli ha procurato una spaccatura nella quale si è annidato il desiderio di un altro mondo, una “Città del Sole", nel quale annegare e saziare l’ansia di vivere. Contrariamente a quanto accadeva nel passato, sono ora le donne ad avvertire la necessità della fuga da una antica schiavitù. Glielo fa notare la cugina Genny, affogata anche lei nella droga, come altre ragazze: “Una volta erano le femmine a non staccare la spina. Una volta le femmine figliavano e morivano sotto la gonna di mamma. Che sta succedendo Eustà?" Se dietro di noi si allarga la zona d’ombra, il vuoto, ossia, ecco che ci si smarrisce e si cerca un altrove dove poter ritrovare la fiducia non solo in noi stessi, ma in tutto ciò che ci circonda. C’è un confronto, ancora inconsapevole nel protagonista, tra questo desiderio di fuga e le scoperte archeologiche che va facendo.
Anche il nonno paralitico, proprio mentre è spinto su di una carrozzella verso il “poggetto di Annibale", dice al nipote: “La gente se ne scappa. Vogliono la città e le fabbriche. E questi mammalucchi che vengono dall’Africa vogliono pure la loro città. Vedrai che alla fine non ci resterà nessuno in tutta una parte di mondo, mentre in un’altra si pesteranno come formiche." Nigro procede per gradi ad aprirci la finestra sul Sud di oggi. Si muove con circospezione. Sa che l’analisi non è semplice. Saggia il terreno, prende dei campioni e li esamina, li mette a confronto tra di loro, e soprattutto li mette a confronto con il passato, che non ha mai lasciato del tutto i suoi personaggi. Quando arrivano in cima alla collina, Nigro fa dire a Eustachio che lì “c’era una grande quercia che secondo la tradizione era stata piantata da Annibale dopo la vittoria di Canne". E ancora: “quel poggetto diventava il punto di confluenza di tutti i misteri della terra."
La lentezza e la prudenza del procedere diventano la caratteristica emergente del romanzo, che lo fa diverso dagli altri di questo autore. Finisce anche che questo romanzo non ha in effetti un protagonista centrale, se non quella coralità di comportamenti che contraddistinguono un luogo, e in questo caso un Sud in trasformazione, combattuto tra nuovo e antico, o meglio proiettato verso un distacco dall’antico, destinato forse a fallire. L’antico, infatti, è lì, presente nei nomi e nelle tombe scoperchiate, negli scheletri che tornano alla luce del sole e attraggono gli individui. Non sarà facile disfarsene. La lentezza e la minuteria presenti nella narrazione, che possono apparire di poco significato, producono in realtà il focus di un razza in movimento, ripresa, come per il viaggio di Mosè, nel momento del suo tentativo di distacco da un antico che sembra non più adeguato. Non ci sono colpi di scena, attese di eventi straordinari, carismi di personaggi, gesta coinvolgenti, niente di tutto questo ha scelto di rappresentare Nigro: ha lasciato da parte i singoli eroi per mostrare, invece, l’opera che il tempo consuma su di essi: “quella civiltà aveva affascinato nel Sette e nell’Ottocento i viaggiatori inglesi francesi e tedeschi, che già venivano a depredare. Persino Goethe e Byron erano venuti a depredare." E ancora: “Il mondo pare che cambi, ma stringi stringi ci comportiamo come gli uomini del paleolitico. Né più né meno." Quelle che abbiamo riportato sono le parole che Nigro mette in bocca al sovrintendente Adamasteanu in occasione di una intervista realizzata dalla Rai. Sarà lui che, rivolgendosi ai predatori degli antici sepolcri, ai tombaroli, espliciterà uno degli obiettivi del libro: “Mi rivolgo ai tombaroli, ai contadini, per chiedere loro di darmi una mano. È gente in gamba, ma i loro figli hanno bisogno di conoscere la propria storia. Per andarne orgogliosi, alzare la testa e smettere di vedere nei mondi degli altri i mondi migliori." Ecco, dunque, tracciata una rotta: “smettere di vedere nei mondi degli altri i mondi migliori". Perché fare dei salti che, alla fin fine, ci confinano altrove e forse ci distruggono? Quando Eustachio e i suoi compagni gareggeranno in moto (siamo negli anni Settanta) per superare il vuoto di dieci metri che divide due spezzoni di un ponte sospesi sopra un baratro, che cosa fanno se non imitare i ragazzi di Gioventù bruciata, il celebre film di Nicholas Ray, del 1955, interpretato da James Dean? Le morti che avviliscono le due competizioni avvenute a distanza di anni tra di loro, si trasformano in realtà in un’unica identica morte. In economia si fa altrettanto: lavoro e cementificazione vanno a braccetto: se si vuole lavoro, occorre costruire, sostituire alla natura il cemento, perché il cemento sta disegnando la nuova convivenza, e così accadrà per tutto il resto che viene dall’esterno, che non appartiene al Sud, ma che il Sud si è illuso di conquistare: “Digli che vuoi portare il paradiso sull’Aspromonte, che vuoi dare lavoro a mezza Calabria". È Antonio Spera, conosciuto come Totonno Orapronobis, il ricco costruttore presso il quale lavora come geometra Eustachio, che con queste parole si rivolge al figlio Renato (Che Guevara) considerato un idealista. Ma il paradiso promesso altro non è che un villaggio turistico per soddisfare la richiesta di case per vacanze delle città di “Napoli e Caserta". Ed ecco come dovranno essere le case da costruire: “Si deve puntare ai piccoli risparmiatori e non superare i trenta metri, letto cucina e cesso. È più che sufficiente per questi cafoni!" E ancora: “Io distruggo la disoccupazione, sono come san Rocco, io, tolgo una piaga."
Il mondo auspicato da Totonno fa da contraltare a quello in disfacimento del barone calabrese Federico Maria Telesio, presso il quale Che Guevara è mandato dal padre per convincerlo a vendergli le sue terre dove poter edificare. È un uomo che ha deciso di starsene chiuso nel suo palazzo: “Sono un prigioniero volontario dei ricordi e, se volete, un vigliacco che non vuole guardare i guasti che i tempi correnti hanno prodotto. Questa è la mia Sant’Elena." Ciò che sta accadendo fuori lo ha inorridito: “vi giuro che non riconoscevo più la mia costa, le mie terre. Una devastazione vergognosa, un inferno di cemento e di cantieri abbandonati [...] E mi chiedevo: ‘Ma dov’è finito il gusto del bello? E dov’è finita l’onestà contadina del Sud se dai Borboni a oggi non s’è fatto che sconquassare?’"
Nigro ha deciso di ribadire, dunque, il contrasto che ammorba il Sud attraverso due figure rappresentative dei due mondi in conflitto. Ma non solo, anche tra l’avventuriero Totonno e il figlio si sta facendo sempre più ampio il divario di vedute, e sta arrivando il momento in cui il giovane sente che dovrà reagire: “Continuo a fare come vuole mio padre, sono senza spina dorsale. Sono contro tutto questo e non riesco a reagire. Che razza d’uomo sono?"
Intanto qualcosa si muove, germina, fermenta. È per il momento un piccolo seme, nato da un’idea di Eustachio, a poco a poco maturata anche nella mente del padre: iniziare un’attività per non andarsene, mettere su un salumificio; allevare i porci in proprio e macellarli. Occorre trovare i denari. Come fare? Una sola strada: indebitarsi, stringere la cintola, evitare gli sprechi, fare sacrifici. L’idea porta già i primi frutti: “se si insegue un sogno comune la famiglia può trovare un momento di unità." È cominciata una sfida. Qualcosa di nuovo, finalmente, si pone in mezzo tra la voracità di Totonno Orapronobis e la rassegnazione del barone Telesio.
Il punto in cui è arrivato il racconto di Eustachio, con la contrapposizione tra il rampante costruttore e il sonnolento e immalinconito barone, coincide con il momento in cui dentro la cella si confrontano finalmente due modi di vivere di altrettante civiltà contrapposte. Eustachio accusa El Houssi che la sua gente si è pietrificata: “il vostro Profeta vi ha dato una damigiana di Lexotan"; e El Houssi risponde: “Non so chi aspetta di essere svegliato. Se voi che correte per non pensare o noi che siamo pietrificati." Va ricordato che questo confronto, seppur a pezzi e bocconi, stentato, raffrenato, non avviene all’aria aperta, godendo di una propria libertà, ma dentro una cella, nel momento in cui si è in qualche modo costretti a stare insieme. Forse sono la sofferenza, il pericolo comune, la paura vissuta insieme, ad indurre due visioni contrapposte della realtà a confrontarsi?
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 23.08.05 07:50




