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22.08.05
Raffaele Nigro: Malvarosa (2005) / 1
[Un'intervista di Lorenza Rocco Carbone a Raffaele Nigro]
(Quando ho cominciato a leggere questo ultimo romanzo di Raffaele Nigro ho pensato che non fosse all’altezza, ad esempio, de I fuochi del Basento. Ma a mano a mano che procedevo nella lettura mi sono trovato sempre di più immerso in un libro che, apparentemente facile, descrive in realtà una complessa tensione tra il nuovo e l’antico, che contraddistingue il difficile trapasso del Sud di oggi verso la modernità. Ho diviso la mia lettura in tre parti. Questa è la prima, alla quale faranno seguito le altre due.)
Parte prima. Parte seconda. Parte terza.
Nigro è un attento interprete dell’anima del Sud, che qualcuno vuole, a torto, fatalista e rinunciataria. I suoi romanzi descrivono uomini e paesaggi intrisi di epica. Insieme con Carmine Abate e Carlo Sgorlon, è uno dei pochi autentici raccontatori italiani che ancora affondano le loro radici nel solco di quella nobile tradizione che dal grande – e tuttora non del tutto compreso – Manzoni, passa dal Verga, Pirandello fino ad arrivare a Riccardo Bacchelli. Ho avuto il piacere di occuparmi di alcuni suoi romanzi nella raccolta di letture intitolata Quarantatre letture – Il Sud nella letteratura italiana contemporanea, Marco Valerio Editore, Torino 2005. In particolare: I fuochi del Basento del 1987, La baronessa dell’Olivento del 1990, Ombre sull’Ofanto del 1992.
Il protagonista di Malvarosa, Eustachio Petrocelli (Eustà), mentre si trova a bordo di un fuoristrada insieme con un amico tunisino, Majid El Houssi, viene intercettato e catturato da alcuni guerriglieri algerini, e i due sono rinchiusi nella stessa cella. El Houssi gli rivela che il Corano considera che la fortuna per un arabo “è incontrare un buon compagno" e inoltre afferma che il mare Mediterraneo “è un ponte d’acqua tra arabi e cristiani. Un paese di olivi. E di deserti. E di calce. Non un mare di scontri ma di incontri." Sono già enunciati qui i temi del libro. Eustà li raccoglie e, nel raccontare di sé, e della malattia di sua madre, che ha perso la memoria per via dell’Alzheimer, ascolta El Houssi che dice: “Il mondo soffre di Alzheimer Collettivo e vive alla giornata, come fosse l’ultimo giorno, senza prospettive e senza ricordi."
Non c’è scrittore dei nostri tempi che, nel momento in cui decide di calarsi nella realtà, non ne denunci le profonde malattie. Forse è sempre stato così. Rari gli esempi in cui l’uomo è dipinto come un essere in armonia con la natura e felice della sua condizione.
Nigro, già nei brevi ritratti dei familiari del protagonista, alcuni dei quali defunti, ci fa capire che le sue parole si faranno testimoni dell’arcano che è in noi, muovendo dai fatti di cronaca di questi anni, in cui in Africa e nel Medio Oriente abbiamo assistito a lotte tra religioni e a sequestri efferati in nome di ideali spesso difficili da comprendere. È un odio di cui un po’ tutti siamo responsabili. Il romanzo tenta, dunque, di recuperare un rapporto dimenticato ed un fecondo contatto tra i popoli che si è perduto. Il Mediterraneo riacquista, così, il prestigio di un tempo, quando vi si affacciavano le civiltà ed era il centro del mondo, e non v’è dubbio che Nigro ha respirato il fascino che aleggia sui libri di Pirenne, Bloch, Braudel, Runciman, Le Goff, Huizinga, ed altri come loro, e partorito il risultato di quelle letture che posero come baricentro di allora il rapporto, anche conflittuale, tra l’Europa cristiana e l’universo islamico. Il libro si rivela, dunque, ad un tempo, un’analisi ed una proposta provenienti da uno scrittore che fa della sua meridionalità il punto di forza di una esperienza e di un’autorità che discendono direttamente dalla storia. Come non ricordare, infatti, L’ora di tutti di Maria Corti, che ci racconta il saccheggio e il martirio di Otranto, avvenuto nel 1480 ad opera dei turchi? Come non ricordare i due libri che parlano delle Crociate: Storia delle Crociate di Steven Runciman, e Storici arabi delle Crociate, curato da Francesco Gabrieli, e i fatti cruenti in essi narrati?
I due prigionieri si aspettano la morte da un momento all’altro: “Effettivamente qui c’è solo odore di morti. La muffa dei corpi spolpati dalla terra. Viene dal cimitero sulla spiaggia, qui alla destra del ribat, in alto. L’odore lo porta il vento. E questi passi sono i passi dei morti. Questi colpi alle pareti sono i loro pugni. I morti impazienti che aspettano di divorarci."
El Houssi ha sessant’anni ed è corrispondente di un giornale arabo. Si è stabilito in Italia e va in giro per fare un reportage sui clandestini. Ha la “fissa del dialogo nel Mediterraneo". È diventato lo scopo del suo lavoro: “Allah dice: Va’ e racconta. Storie come fiumi. La vita è un fiume. Non piccole paludi, ma fiumi. Se non hai più una storia il tuo compito è finito. Perché credi che Hemingway si sia tolto di mezzo? Ma oggi si raccontano frammenti. Non c’è il fiato dell’eterno e l’inchiostro dà solo macchie. Noi siamo piccole macchie e non più torrenti e fiumi." Nigro fa della ricerca e della speranza di questo arabo, che per tutto il romanzo rimarrà quasi in assoluto silenzio, il punto alto della sua narrazione: “Il Mediterraneo è il nostro destino, Eustà". È l’arabo a trascinare l’europeo Petrocelli verso la speranza (“Se non si lascia una traccia si muore definitivamente; non si è stati utili a niente.") che, infatti, comincerà a narrare di sé. Ancora una volta, nella storia che scorre nella vita di ciascuno di noi, la parola si fa non solo strumento di conoscenza, ma conoscenza essa stessa. Nigro stende senza fretta la sua tessitura, con uno stile piano, fatto di vocaboli semplici, con un linguaggio che, a differenza dei precedenti romanzi, raccoglie, questa volta, dall’attualità alcune espressioni fin troppo diffuse, come, ad esempio: “continuava a starmi sulle palle", “ridevano e facevano casino.", “in quel cazzo di albergo" e così via, pagando, pure lui, un gravoso tributo alle mode del nostro tempo. Eustachio ci narra le cose che non vanno nel suo paese di Metaponto. La politica si disinteressa come sempre del Sud; le campagne sono state abbandonate dai giovani che, se sono stati fortunati e hanno trovato lavoro, se ne restano rinchiusi nelle fabbriche. Gli altri trascorrono le loro giornate al bar, come il Red Roses di cui parla il romanzo, spendendo le ore a commentare e a fare progetti: “siamo tosti, tagliati per le Mauser e il fucile a canne mozze e ci sappiamo andare a pigliare quello che non abbiamo [...] Noi siamo Sparta o Atene e Milano è Troia." Nigro sottolineerà continuamente questa influenza greca nel Metaponto, che ha tracce anche nei soprannomi che si dànno i ragazzi, Achille, Patroclo, Ettore, ad esempio: “Pirro era famoso dalle mie parti perché aveva fatto a fette i romani, prima di Cristo. Aveva lasciato l’odore di sangue e di distruzione nell’aria, dentro la terra, nell’erba e nelle piante. Ma caterve di morti avevano portato da Troia le barche di Enea, erano stati seppelliti sulla spiaggia di Eraclea. Milioni, secondo mio padre, più degli ebrei nei lager. Me li immaginavo tutti quei morti accatastati sulle navi che solcavano l’Egeo e poi un anno e passa per seppellirli in fosse comuni sotto casa mia. L’arsura produceva crepe nel suolo e la puzza di cadaveri sfiatava."
Ricordiamoci che anche nella cella algerina dove sono rinchiusi, hanno un cimitero all’intorno e sentono la puzza dei morti. El Moussi ascolta in silenzio. Prende appunti. Forse ne scriverà. Eustachio è partito da lontano, dagli anni in cui era ragazzo e cresceva nella densa atmosfera di un antico che si stava modificando. Erano gli anni in cui il padre Settimio, socialista, a capo del letto, a fianco del quadro della Madonna, teneva “due piccoli ritratti, uno di Pietro Nenni e uno di Carmine Rocco il brigante." Nigro ha dedicato molta attenzione nei suoi studi alla storia del brigantaggio e ne ha permeato uno dei suoi romanzi più significativi: “I fuochi del Basento", fuochi, appunto, accesi sulle colline dai briganti. Il nonno, Fedele Passaquindici, invece, di osservanza fascista, vi teneva il ritratto di Mussolini. È una strana famiglia, quella dei Petrocelli, afflitti da molti malanni. Eustacchio ha “il male dell’odorato", sviene a sentire l’odore del sangue e col suo naso speciale riesce a percepire come un segugio tutti gli odori, ma gli altri componenti non sono da meno, anzi: Cristina ha “i reni guasti, il nonno era paralitico e zia Sinforosa malata di testa." L’altra sorella ‘Ndina era drogata. I fratellini gemelli Pasquale Baylonn e Gerardino Makumba “Si cacavano addosso e puzzavano come carogne." Su Cristina malata si leggerà un delicato pensiero del padre, che ha a che fare con il titolo del libro: “Questa bambina è un fiore. Una malvarosa. Ma la cogli ed è finita". La più forte di carattere e di salute è la madre Cettina che non si stanca mai di pensare all’avvenire del figlio. Vorrebbe perfino far valere quella sua qualità di percepire gli odori più nascosti: “Magari questo figlio è capace di sentire l’odore della santità e se lo pigliano i frati, se lo può pigliare pure il papa per andare a caccia di beati." È il ritratto, dunque, di una famiglia imbevuta di credenze e di illusioni alla ricerca affannosa di una via di riscatto. Il padre, che lavora al macello, un giorno mostra al figlio come si uccide una bestia: “Mio padre era adesso Calcante, il sacerdote che sacrificava agli dèi. Il sangue spruzzò sui bancali, sporcò il grembiule e le camicie degli aiutanti, evaporava coi belati e col fetore insopportabile e dolciastro. Così doveva essere stata la guerra di Pirro, quella di Troia. Un fiume di sangue che aveva trapanato la terra, impiastrato mani facce armature scudi. Un diluvio universale rosso come una colata di salsa."
Il sangue, dunque, quale simbolo di sofferenza, un sangue che viene e scorre da lontano, dalle antiche liti, dalle remote guerre che ne hanno imbevuto la terra. Non se ne va più da quei luoghi, come non se ne va il dialetto, che resta appiccicato alla pelle e ti accompagna per tutta la vita. La madre, maestra, cerca perfino di eliminarlo dalla educazione dei figli. Eustachio qualche volta si prova a ripetere una frase nel tentativo di togliere l’inflessione dialettale, ma inutilmente: “Niente, mi usciva di bocca un accento meridionale. Continuai a sputare e a ripetere la frase, ma il dialetto non spariva e neppure il sapore di sangue di agnello. Mia madre aveva ragione a suonarcele quando parlavamo lucano." Fa presto ad avvertire il disagio di una vita che porta con sé un destino di violenza e di umiliazione e formula già le sue ragioni di fuga: “Me ne sarei andato dove non si uccide, non si parla dialetto e non ci si mangia a vicenda. Dove non fosse mai giunta l’eco del male e degli scontri frontali." Ricordiamoci che El Moussi lo sta ancora ascoltando in silenzio, che è un silenzio partecipe, un dialogo, dunque, felicemente avviato, in virtù di una sincerità che non ha secondi fini. Una specie di nuova religione laica, fatta di assenza di misteri, di ricerca della luce dove sono le tenebre, della vita dove si è annidata la morte, segna la rotta del romanzo, la cui ambizione è quella di sostituire il profumo di un fiore, la malvarosa appunto, all’odore del sangue di cui quelle terre sono intrise. Nigro ricorda i molti massacri perpetrati nel corso dei secoli, non ultimo quello della falange romana guidata dal console Caio Terenzio Varrone, in quell’alba del 2 agosto del 216 a.c. allorché, davanti alle alture di Canne, quarantamila uomini furono sterminati dall’esercito di Annibale. Sono frequenti i richiami ai personaggi che hanno fatto la storia dell’antichità. Tra i libri preferiti dai ragazzi c’è soprattutto l’Iliade, e così, quando iniziano gli scioperi per i licenziamenti all’Italsider, Eustachio racconta: “L’Italdiser era diventata la città di Troia, gli operai erano gli achei e i poliziotti con caschi scudi e fucili i troiani alla difesa della muraglia." Allorché il padre, anche sindacalista, e un compagno soprannominato Vulcano salgono su di un’Ape per arringare gli operai, sono paragonati a “Menelao e Agamennone". Saliti, i Petrocelli padre e figlio, su di una barca, allontanatisi dalla riva “la sabbia pareva un braccio di Polifemo coperto dalla peluria dei pini." C’è un tratto di costa che è chiamata “la costa di Enea".
È presente in questo romanzo, come fonte imperitura e vivificatrice, la forza del passato più nobile e antico, che fece di queste terre del Metaponto il centro dell’universo. Tutto ciò che lì, nel corso dei millenni, vi è trascorso permane e risorge, non muore mai definitivamente: “La Magna Grecia continuava ad affiorare dal passato con la stessa frequenza con cui noi ci affannavamo a distruggerla."
Anche le tradizioni popolari lasciano il segno e si perpetuano.
I nomi di cui Nigro riveste i personaggi hanno, infatti, il sapore dei secoli, delle consuetudini, delle avventure: Malebagatto, Granoturca (una gatta), Stalin (un cane), Masciopinto, Treppalle, Fulmina, Sinforosa, Mangialardo, Orapronobis, Terribile U Cacaglio, U Cinese, U Farfogghie, nu Pagghiuso, U Cicatidd, Spezzacatene, Strozzapapere, Deligatti, Fiascone, Pippionno, Battiferro, Fracchiolla, Nardozza, Picchia Pistola, Jack lo Squartatore, Che Guevara, Fantomas, Flash Gordon (è il soprannome di Eustachio), Coccobill, Gesù Cristo, Padreterno, Cheyenne, Bembellah, Al Capone. Fanno il paio con alcuni vocaboli ed espressioni dialettali, come: scocchiata, perchiacca, pastinaca, uallera, piccio, portazecchini, inguattammo, schiattavo, cacazza, gibillero, capuzziò, lutrino, grasta, necare, appaurare, appecorai, appicciafuochi, ricchione, miccolona, bonazza, maletantone, frittola, fessegna, picozzo, mappazza, cucumarazzi, tuzzo, ‘ndrocchia, sciale, chianca, tuppo, azzeccoso, trozzelle, frittole, tavuto, incornutato, asseriò, cacacazzo, mappina, quartara, sgarrupate, scocchiata, commara, “portò dentro la Lambretta, che lì con un niente te la pugnalavano", “Appizzuta il naso.", “stette cuccia cuccia a Cristina"), “Noi ci puzziamo di fame", la “libretta al portatore", “avrebbe potuto alzare due trecentomila lire a notte.", “Presepi che sono stati mazziati dal terremoto", “una posteggia che cantava", “non mi comprava con quelle mattinelle", “la poeta", “la lampa". In Malvarosa, si ha la sensazione che il dialetto abbia una sua luce più vivida, più inserita e partecipe nella storia, anche se Nigro non ha mai mancato di sottolinearne l’implicito significato culturale in tutti i suoi libri, e specialmente ne I fuochi del Basento. Al dialetto dedica un capitoletto in cui si legge: “se «cosa» e «rosa» le dici chiuse da quando nasci non ci sono cristi. Qualcuno doveva avermi cucito la gola alla nascita. Una specie di legamento, come all’ombelico." Ad un certo punto scrive anche che il Sud è “una terra di memoria."
Non v’è dubbio che questi ricordi personali di Eustachio che affascinano El Houssi (“Questa condizione abnorme ha scatenato in me la logorrea e in El Houssi la voglia di ascoltare"), se confrontati con la prigionia in quella cella algerina, non possono che provocare rabbia e risentimento e, infatti, l’europeo maledice l’islam e il suo fanatismo. Ma El Houssi è pronto a rintuzzarlo. Il fanatismo islamico è conseguenza della vacuità dell’occidente, gli risponde; molti sono stati corrotti dal pensiero occidentale, ed oggi l’arabo “è convinto che nella modernità ci sono i germi della rovina universale." Due modi di pensare, due civiltà antiche ancora a confronto? Ancora permangono i reciprochi pregiudizi che portarono la cristianità e l’islam a combattersi? Parrebbe, dunque, che niente si sia mosso e che i molti tentativi di conciliazione che hanno attraversato i secoli si siano consumati nell’indifferenza della storia e finiti nel nulla.
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 22.08.05 10:16
Interventi
Ottima critica! Complimenti
Majid El Houssi
Pubblicato da: majid El Houssi - 27.08.05 14:23
Grazie.
Eustà :-)
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.08.05 17:20
Bellissimo Libro bellissima critica
Pubblicato da: Petrocelli - 11.11.05 18:41
