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18.07.05
Vincenzo Consolo non fa i nomi
di giuliomozzi
In Io donna, supplemento femminile del Corriere della sera, leggo un'intervista (di Maria Teresa Meli) a Vincenzo Consolo:
D. Consolo, la nostra narrativa è in crisi. Perché, secondo lei?
R. E' una crisi dovuta all'involuzione culturale che attraversa il paese. Anche la letteratura ne è stata investita. Del resto, è un'involuzione che si vede anche nella politica e, oserei dire senza voler essere blasfemo, nella religione. In letteratura c'è stato com euno iato tra la generazione dei veri scrittori che mi avevano appena preceduto (Calvino, Moravia, Morante, Bassani...) e la generazione successiva alla mia. Io sono costretto a leggere - per ragioni, ahimè, di premi letterari - i giovani scrittori e vedo che c'è un'omologazione... c'è una lingua che non appartiene più alla letteratura ma che è la lingua della comunicazione. Di questi giovani scrittori, che poi sono cinquantenni, ne stimo solo due o tre.
D. I nomi...
R. Non oso farli. Comunque la penso così, ma forse mi sbaglio, forse il mio è il giudizio di un vecchio.[...]
Perché Vincenzo Consolo non osa fare i nomi?
Oltretutto l'intervistatrice non gli chiede di nominare i "cattivi" (cosa per la quale capisco si possa avere una certa ripugnanza), bensì di fare i nomi dei "due o tre" che Vincenzo Consolo "stima".
(Certo: se "due o tre" sono degni di stima, se ne deduce - a rigore - che tutti gli altri non lo sono; ma dichiarare la preminenza di "due o tre" non significa necessariamente gettare tutti gli altri nell'abisso; e, in somma, qui Vincenzo Consolo aveva un'occasione per promuovere il lavoro di qualcuno che lui stesso dichiara di stimare, e non l'ha fatto).
Allora: per me i nomi sicuri sono, in ordine alfabetico: Antonio Moresco, Claudio Piersanti, Tiziano Scarpa, Vitaliano Trevisan, Dario Voltolini.
("La solita compagnia di giro", dice uno, "i soliti quattro amici". "Con i quali peraltro, vedi il caso di Nazione indiana, i conflitti possono essere assai forti". "Comunque sempre i soliti quattro amici". "Certo. Non ho voglia di provare a spiegarti che se desidero essere amico di Tizio, è a causa di ciò che ha fatto; e tu crederai sempre che io abbia stima di ciò che Tizio ha fatto perché desidero essergli amico". "Perché, non è così?". "Non è così". "Guarda, non mi convincerai mai". "Infatti: nemmeno ci provo").
Tra coloro che hanno pubblicato un solo libro, magari da pochissimo, o addirittura solo in riviste, e pertanto non sono giudicabili con altrettanta sicurezza, dico: Umberto Casadei, Maria Luisa Bompani, Leonardo Colombati, Giorgio Falco, Matteo Melchiorre, Laura Pugno, Roberto Saviano.
("Già", sento che qualcuno dice, "tra questi ultimi sette, cinque li hai pubblicati tu; un altro è uno delle tue parti, sicuramente un amico tuo; e l'ultimo è uno di Nazione Indiana". Rispondo: "Certo: sono orgoglioso di aver pubblicato quei cinque; non dovrei esserlo?". Un altro dice: "Non c'è nessun autore Minimum Fax, in questa lista". "E' vero", dico, "e non c'è neanche nessun autore Fernandel, se è per questo". "Insomma, non vuoi dare spazio alla concorrenza". "No. E' che opinioni come queste hanno alle spalle, inevitabilmente, un'idea di letteratura. E l'idea di letteratura che ho io è, palesemente, tutt'altro cosa dall'idea di letteratura che abita a casa Minimum Fax o a casa Fernandel". "Quindi ammetti che per altri i nomi potrebbero essere altri...". "Certo". "E quindi non sei poi così sicuro del tuo giudizio". "Sono sicurissimo della mi aopinione". "E allora?". "E allora, scusa, ti pare così strano? Io [a] sono sicuro della mia opinione e contemporaneamente [b] so che questo giudizio dipende dalla mia weltanschauung - se si scrive così - e contemporaneamente [c] so che anche quando ci si sente sicurissimi si può sbagliare". "E infatti ti sbagli". "Non ne dubito. Tocca però a te mostrarlo").
Ma torno alla domanda: perché Vincenzo Consolo non osa fare i nomi? Di che cosa ha paura Vincenzo Consolo? Chi è che ha interesse a impedire che Vincenzo Consolo faccia i nomi? Che cosa c'è dietro?
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 18.07.05 11:31
Interventi
Non fa i nomi perché se li facesse, automaticamente significherebbe che quelli che non nomina non li stima.
E allora dovrebbe poi rispondere alle domande che ti autoponi tu stesso autorisponendoti.
E probabilmente non ci ha voglia.
E probabilmente non vuole farsi nemico nessuno che magari è amico di qualcuno che lui vuole mantenersi amico.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 18.07.05 12:42
Un pò confuso il pensiero.
Pubblicato da: Fabrizio Corselli - 18.07.05 12:43
A me sembra - perché sono un ottimista e uno che non vede "complotti" - che di fronte ad una domanda fatta così a bruciapelo, utile a completare un concetto lasciato cadere con l'intenzione di mantenerlo il piu' vago possibile, l'intervistato non sia preparato a rispondere. E non è preparato perché quel senso di vaghezza deriva in larga misura da una non accurata conoscenza, da una superficialità di approccio, da una voglia di non compromettersi troppo, e da un senso di colpa successivo, generato dalla paura di non essere considerato all'altezza di un compito.
Perciò Consolo non apprezza nessuno dei giovani scrittori, un po' per convinzione un po' per inadeguatezza a comprendere le differenze fra la sua e questa generazione. E cerca di lasciare intendere che lui è moderno abbastanza da riservare a due o tre un posticino nel canone (francamente obsoleto) della sua letteratura.
Ma non sa chi essi siano. Lo sospetta, ma se facesse i nomi poi dovrebbe spiegare. Troppo complicato, troppo compromettente, impossibile a quel punto, squagliarsela.
ezio
Pubblicato da: ezio - 18.07.05 14:03
Giulio, ti ho di nuovo citato nel mio blog. Sto salvando dal pozzo di San Patrizio di icl i thread più interessanti:-)
Pubblicato da: www.lucioangelini.splinder.com - 18.07.05 14:39
Dici "per me i nomi sicuri sono...", intendi, riprendendo le parole di Vincenzo Consolo, i nomi degli scrittori di cui hai stima?
Tra gli scrittori che stimi (se la risposta alla suddetta domanda è sì) citi cinque scrittori che hai pubblicato, significa che non stimi gli altri autori che hai pubblicato?
Più avanti dici "Certo: sono orgoglioso di aver pubblicato quei cinque", significa che non sei orgoglioso di avere pubblicato gli altri scrittori che hai pubblicato?
Per te essere orgoglioso di e avere stima di sono la stessa cosa?, oppure no, e cambi piano (anzi introduci qualcosa, l'orgoglio, dato che prima, a meno che non sia sottintesa da parte tua la stima di cui parla Consolo, dici solo "per me i nomi sono") di proposito perché vuoi dire che di quei cinque - aggettivo dimostrativo, quei e non altri - sei orgoglioso, senza far parola della stima che hai o non hai di loro?
Pubblicato da: sandro - 18.07.05 15:21
Risposte per Sandro.
- Sì, intendo i nomi degli scrittori che stimo.
- No: ma c'è chi stimo di più e chi stimo di meno. Il che mi pare ovvio.
- No: ma ci sono pubblicazioni delle quali sono più, e altre delle quali sono meno orgoglioso.
- No "essere orgoglioso" e "avere stima di" non sono la stessa cosa. Non posso essere particolarmente orgoglioso di avere fatto pubblicare certi libri che qualunque altro editore avrebbe pubblicati; mentre posso essere particolarmente orgoglioso di avere fatto pubblicare certi libri che assai difficilmente altri editori avrebbero pubblicati. La fonte dell'orgoglio è il rischio, credo.
Le tue domande mi rendono più chiaro il sentimento che ho provato leggendo quel passaggio dell'intervista a Consolo. Io sono orgoglioso di avere fatto pubblicare certi libri anche perché ho dovuto battermi per riuscire a farli pubblicare e/o, una volta pubblicati, per riuscire a farli "passare" presso il pubblico (e a volte ci sono riuscito, a volte no). (Qui, dove dico, "io", bisogna intendere tutto il gruppo di Sironi).
Consolo si batte così tanto, per gli autori che dichiara di stimare, da non volerne fare neanche il nome...
Sia chiaro che non ce l'ho con Consolo; e non voglio certo sostenere di essere meglio di lui.
Voglio solo far notare come, a fronte di una dichiarazione che sarebbe tutta da dimostrare ("la nostra narrativa è in crisi": ma quando mai? non mi è mai sembrata tanto prospera!), scattino degli automatismi: e arriva una risposta generica, vaga, timorosa...
Un grande scrittore che qualche anno fa è morto, intrattenne una lunga corrispondenza con un giovane scrittore. Ho letta una dozzina di quelle lettere, ed è davvero impressionante il "fiume di stima" che correva dallo scrittore ormai vecchio allo scrittore giovane. Lo scrittore ormai vecchio, che era uno di quegli scrittori potenti che quando esce un libro è una cosa epocale, che vincono tutti i premi, che gli fanno il film, eccetera eccetera, non aiutò mai il giovane scrittore. Non lo presentò in nessuna casa editrice, non lo autorizzò mai a fare il suo nome, eccetera eccetera.
Pubblicato da: giuliomozzi - 18.07.05 17:16
l'involuzione culturale, direttamente proporzionale all'evoluzione del mezzo televisivo, e' innegabile, credo.. tuttavia mi sembra che Consolo finisca per canticchiare il solito ritornello " Un tempo, una volta... oggi non ci sono piu'.." Probabilmente un tempo esisteva meno cattiva letteratura rispetto ad oggi, semplicemente perche'esisteva meno letteratura.. cio' non significa pero' che la buona letteratura di allora fosse piu' buona di quella attuale, che in quanto attuale deve essere ancora riconosciuta (e non e' semplice, considerata la produzione).
Mi chiedo quali siano i due tre scrittori cinquantenni che stima Consolo ?
Voi avete qualche ipotesi ?
Pubblicato da: andrea - 18.07.05 19:34
A me sembrano sempre e comunque risposte un po' paracule. Tutto di quello che hai detto qui sopra mi sembra cosa molto paracula, paraculo il post paracula la ribattuta. Nel post: hai dovuto mettere le mani avanti dicendo (libera traduzione): "ecco, guarda adesso metto le mani avanti, guardami lo sto facendo, sto mettendo le mani avanti ma così avanti che metto le mani avanti anche al fatto che non te la berrai mai di fronte al mio mettere le mani avanti, anzi sai, risolvo direttamente la questione e dico che tanto manco ci provo a fartela trangugiare 'sta cosa, sottintendendo che il fatto che io getti la spugna non è da attribuirsi ad una mia mancanza quanto piuttosto solo e soltanto alla tua disarmante e svilente natura infida, al tuo scetticismo malfidente, di fronte al quale ogni mio cristiano tentativo di persuasione risulterebbe impari e dunque perdente in partenza tanto è profondo l'abisso di malizia in cui ti sei sprofondato, o mio prezioso narratario."
Altra cosa paracula: sottolineare di aver messo tutto in bell'ordine alfabetico (e buona grafia?!) da tema di scuola, giusto per non scontentare nessuno dell'illustre cinquina. Nella ribattuta (e qui non mi ci soffermo): ponziopilatesca - e dunque assai paracula- chiusura.
Ma ti prego di non volermene, mozzi.
Ciao :)
Lu.
Pubblicato da: Lu - 18.07.05 22:07
Caro Giulio,
è un po' che non ti scrivo perchè questo tuo (nuovo) blog non mi facilita le cose, preferivo il tuo vecchio "giuliomozzi". Dopo questa (doverosa, ma Lu direbbe "paracula"!) premessa entro nel tema: letteratura. Non mi dilungo in temi generali, anzi, mi riferisco precisamente al raccontino di Giorgio Falco pubblicato ieri su "Il Giornale". Ma cosa voleva dire? Che si è annoiato facendo la crocerina a Barcellona? E allora perchè c'è andato? Stava a casa sua, non si annoiava, risparmiava dei soldi, non aveva la scocciatura di scrivere (e noi la sofferenza di leggere)un racconto che non si capisce dove voglia andare a parare; magari leggeva un buon libro (potrei consigliargli qualcosa di John Fante, per esempio). Forse voleva rappresentare, come si dice, uno "spaccato" di vita, di noia, di incomunicabilità, ecc. ecc.? E poi lo "stile" (ah la vecchia e cara sintassi!). Perchè scrivere in modo tanto poco scorrevole? Consolo dice "è una lingua che non appartiene più alla letteratura". Sono assolutamente d'accordo. Forse perchè ho quasi l'età di Consolo? Ti ho già detto un'altra volta, per esempio, della mia difficoltà nel superare la lettura delle prime cinquanta pagine di "Perceber" e le prime trenta di "Con le peggiori intenzioni". Ebbene, anche nella quiete delle vacanze, il secondo tentativo di lettura è miseramente fallito. Ormai credo che al ritorno (a fine settembre ... eh sì, faccio vacanze piuttosto lunghe) i due volumi torneranno nello scaffale degli "impossibili", che è piccolo perchè tutto sommato credo di essere "di bocca buona". Però un libro deve "prendermi", almeno un po'. E allora? E' letteratura "vera" scrivere in modo artificiale e artificioso (si, artificioso e artificiale, perchè non credo che Falco e Piperno scrivano nello stesso modo, che so, le lettere personali ai loro parenti. Per Colombati ho qualche dubbio, ma forse i suoi parenti, quando ricevono una lettera da lui, tengono sotto mano la Grande Treccani e decodificano frase per frase, comprese le note a piè di pagina, il glossario e le note al fondo, la postafazione e la prefazione, ecc. ecc.)in modo non scorrevole, che obbliga il lettore alle acrobazie, a rileggere quattro volte una frase per capirla? E poi per dire che cosa? Mi sono sforzato, veramente, di andare fino in fondo al racconto di Falco, ma al di là di un certo malessere esistenziale (che la Sagan, p.e., ha espresso in modo molto più efficace negli anni '50) non ho trovato quasi niente. E poi ci si lagna perchè qualcuno denuncia "l'involuzione culturale"? Caro Giulio, rileggiti, se ce la fai, i cinque volumi finalisti dello Strega e poi dimmi se uno che non legge, come Consolo, per obbligo quale giudice di premi letterari, ma per proprio arricchimento personale, per diletto, per passatempo o per quello che vuoi tu, dimmi se può aver voglia di spendere dei soldi per comprare quei libri. Per allungare lo scaffale degli "impossibili"? Ciao. Con affetto, tuo Za'
Pubblicato da: za' - 19.07.05 00:02
Be', poi, ovviamente, ci sono io...
;-)
Pubblicato da: gianni biondillo - 19.07.05 00:40
Za', non ti accorgi che lodi ciò che condanni e condanni ciò che lodi?
Accusi Falco e Colombati di scrivere in una lingua, come la chiamerebbe Consolo, "che appartiene alla letteratura" e non nella, come la chiamerebbe Consolo, "lingua della comunicazione".
Accusi Falco e Colombati di non scrivere le loro narrazioni nello stesso modo in cui tu immagini che essi scrivano le "lettere personali ai loro parenti". Come dire: "parla come mangi", o qualcosa del genere.
Lodi quindi Consolo che accusa i narratori attuali di usare una "lingua della comunicazione", ma accusi i narratori attuali di usare una lingua che non è una "lingua della comunicazione".
In estrema sintesi: non ti va bene niente.
Pubblicato da: giuliomozzi - 19.07.05 02:23
Cara Lu, certo che il mio post è paraculo. E' che, sai, discorsi del tipo: "Tu lodi o pubblichi Tizio perché è amico tuo", me li sono sentiti fare centinaia di volte. E non li sopporto più.
Pubblicato da: giuliomozzi - 19.07.05 02:29
faccio i miei nomi, io certo conto come il 2 di briscola, ma. I mei nomi sono: erri de luca, giulio mozzi (giulio mozzi?, mi diranno, eccerto - continueranno - gli ha pubblicato tre cose su vibrisse, e quindi; ma io rispondo giulio mozzi sarà pure il curatore di vibrisse, non lo si può negare, ma è anche l'autore de Il male naturale e di Questo è il giardino, che sono due tra i libri più belli che io abbia letto), voltolini.
E poi due libri: Ruggine di Massaron e Perceber di Colombati.
ecco.
Pubblicato da: demetrio - 19.07.05 09:21
Se Vincenzo Consolo "facesse i nomi", diventerebbe all'istante Vincenzo Consolo: Quello Che Gli Piacciono Tizio e Caio (il che darebbe lungo a n+1 illazioni sull'idea di letteratura di Vincenzo Consolo). Di più: se Vincenzo Consolo "facesse i nomi", e i nomi fossero di persone con cui intrattiene rapporti di amicizia (o anche solo di frequentazione), diventerebbe all'istante Vincenzo Consolo: Quello Che Gli Piacciono Tizio e Caio, Che Guardacaso Sono Pure Suoi Sodali (il che darebbe luogo a sgradevoli considerazioni sull'obiettività e l'integrità morale del malcapitato Vincenzo Consolo). Non ho quindi difficoltà a capire la ritrosia di Vincenzo Consolo a "fare i nomi", tutt'altro.
Pubblicato da: davide l. malesi - 19.07.05 10:00
Volevo dire due cose.
1. Scrivere la lingua della comunicazione è una delle cose più difficili da fare, perché la lingua della comunicazione è una lingua ellittica, monca, complessa, sfuggente, elusiva, misteriosa, incompleta, oscura, gestuale. Ci vuole un gran mestiere a scrivere la lingua della comunicazione. Bisogna farsi un mazzo così, per scrivere la lingua della comunicazione. Gli scrittori che dice Consolo non scrivono la lingua della comunicazione, scrivono dei bei temini del liceo, in una lingua che è facile da capire perché non dice niente che ti riguarda da vicino, che ti preme, che ti sgomenta.
2. I nomi di giuliomozzi sono: Antonio Moresco, Claudio Piersanti, Tiziano Scarpa, Vitaliano Trevisan, Dario Voltolini. A giuliomozzi non piacciono gli autori dalla A alla L.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 19.07.05 11:21
questo luca qui ha le idee un po' confuse. meno male che c'è biondillo. lui sa quello che vuole. quanto alle prefrenze di mozzi sono da manuale. manuale del perfetto ipocrita. del resto, il giorno dopo l'attentato di londra era lì che predicava il perdono. oddio. e qualche giorno dopo che ho scritto su codesto ineffabile sito - vibrisse: che vorrà mai dire vibrisse? è pure questo un esempio della scrittura di comunicazione? - avevo scritto, dicevo, quello che tutti sanno, e cioè che come scrittore il mozzi non vale una mazza, sarà stato un caso, ma mi sono trovato la casella piena di letterine porno con tanto di virus col titolo vergognati!
Pubblicato da: franco dini - 19.07.05 12:05
A Tassinari: hai ragione, Giulio non mi ha mai corteggiato per la Sironi, dato il mio cognome in A.
Tassinari potrebbe piacergli:-/
Pubblicato da: www.lucioangelini.splinder.com - 19.07.05 13:36
Sono un fresco frequentatore di questi lidi, ma mi domando e dico: forse mi sbaglio, ma questa è una discussione su cosa NON ha detto in una intervista Consolo? e poi giù acredini insulti e cosa sarebbe successo se avesse detto quello che si immagina possa dire Consolo in una intervista su Io donna...
Sul Corriere Busotto non ha citato Pizzamaglia: perchè?
Clicco via...
Pubblicato da: vella - 19.07.05 14:07
Eh, Lucio, son sottigliezze a cui bisogna badare, quelle dei nomi. Il tuo gode del sortilegio dell'ossimoro, luciferino e angelico al contempo: chissà, magari potrebbe piacere a Consolo, così sensibile ai pregi della lingua letteraria. Il mio, invece, è nome che sa di trivio e d'angiporto, di rozzi casamenti periferici, ancorché nobilitato dalla dossiana "desinenza in a". Temo, me lasso, che non sia facilmente spendibile nell'agone editoriale.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 19.07.05 14:23
Luca, vai qui e vedi che, accidentaccio, puoi fare molto:-):
http://biblio.adm.unipi.it:8081/archiviofoto/entity.jsp?entity=Tassinari%20Paolo;
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/fondi/antico/fondo_tassinari.htm;
http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=113;
http://www.clueb.com/servlet/SchedaNomi/html/liste/autori.html?id=866&TitoloPagina=Tassinari%20Giorgio;
http://www.kelebekler.com/occ/tax.htm
e questo addirittura dipinge, come il Ben:
http://ztl.radioactivity.be/index.php?pag=map&id=15
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.07.05 14:43
Mozzi, abbi pazienza, la tua risposta a Za' è un brillante esempio di "fin de non recevoir" (qualcun altro direbbe: di modus operandi gesuita). Allora tanto valeva non rispondere.
Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 19.07.05 14:44
Caro giulio, vista la tua consueta precisione, non ho capito bene questa frase:
'ho dovuto battermi per riuscire a farli pubblicare e/o, una volta pubblicati, per riuscire a farli "passare" presso il pubblico. (Qui, dove dico, "io", bisogna intendere tutto il gruppo di Sironi).'
Con chi ha dovuto battersi il gruppo Sironi per riuscire a pubblicare alcuni autori? Capisco, poi, farli passare; quello me lo immagino.
Pubblicato da: Vincenzo - 19.07.05 17:20
http://vmo.splinder.com/post/5322027
Pubblicato da: GB - 19.07.05 17:31
Ovviamente quel GB non sono io.
Ma va ben istèss! ;-)
Pubblicato da: gianni biondillo - 19.07.05 18:14
gianni, gianni, sei così autorevole che ti rubano per avallare le bufale :o)
Pubblicato da: milo - 20.07.05 00:42
A Luca Tassinari: tanks per il n° 1, su cui concordo parola per parola (quindi non è vero che non mi va bene niente!).
A Riccardo Ferrazzi: tanks per la difesa d'ufficio (che mi esime da una difesa tecnica personale).
A Giulio: non mi hai spiegato cosa cercava di dire Giorgio Falco nel raccontino noioso su una crocerina noiosa. Se è solo questo (che era noiosa) l'ho capito anch'io, ma è davvero troppo poco.
za'
Pubblicato da: za' - 20.07.05 01:06
Su Repubblica-Milano di oggi, Armando Besio pubblica un racconto perfetto di Gianni Biondillo. Buona cosa farebbe l'autore a postare almeno il finale su Vibrisse, considerando che non tutti gli utenti del web vivono a Milano e/o sono abbonati on line al quotidiano di Caracciolo e De Benedetti. Grazie in anticipo.
Pubblicato da: giovanni - 20.07.05 08:38
Per Riccardo Ferrazzi. Sì, effettivamente: rispondere a uno che nella stessa riga sostiene una opinione e l'opinione contraria, è rischioso.
Per Za'. Non so che cosa cercasse di dire Giorgio Falco in quel racconto. So che ho provato piacere leggendolo: un piacere simile a quello che
Per Vincenzo. Il "qui" è riferito al secondo membro della frase: al "farli passare", dunque. Effettivamente sono stato poco chiaro.
Per Franco Dini. Intendi accusarmi di averti invasa la casella di posta con letterine porno? O che altre persone abbiano fatto questo su mio incarico? Ti chiedo di rispondere sì o no.
Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 09:28
Per Mozzi: sì, effettivamente, tanto valeva non rispondere.
Per Za': erano ringraziamenti o carri armati ?
Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 20.07.05 11:46
Ciao! Riflessione breve e a freddo: fossi in Consolo non darei più interviste. Capisco che siamo nel mondo dello spettacolo, tuttavia non mi convince questo "fare il pelo" alle parole degli scrittori, dei critici, dei giornali, dei bloggers, dei commentatori dei bloggers e via dicendo. C'è una presunzione in questo atteggiamento che io trovo francamente agghiacciante: che si debba dire la verità, che si debba dire tutto, che su tutto si debba sempre avere un'opinione e di ciascun pensiero si debba sempre rendere conto. Se il Consolo pensa che la narrativa italiana sia in crisi, credo che abbia il diritto di pensarlo, senza dare tante spiegazioni e senza per questo dover essere esposto al pubblico ludibrio (anche perchè non è l'unico che lo pensa, mi sembra). Se Consolo afferma che 4 o 5 autori li salverebbe, li salverebbe e basta, punto. Perchè poi debba essere costretto a farne i nomi, questo non l'ho capito. Saranno affari suoi, o sbaglio?
Oppure bisogna per forza e sempre essere uomini pubblici? E perchè poi? Per far parlare la gente che poi ti accusa di avere gli amici, gli amici degli amici e via dicendo? Sembra che il paradigma in italia sia solo questo, non il fatto di usare gli amici (che quello lo fanno tutti) ma il fatto di parlarne sempre, di leggere il mondo solo in questa chiave, di disprezzare un sistema che poi vien comodo prima o poi. E via dicendo. Non so. Solidarietà per Consolo, ma solidarietà ancora maggiore per chi evita accuratamente di fare l'errore di esporsi in questo modo. State bene e grazie della riflessione appena abbozzata. Cyrano.
Pubblicato da: cyrano - 20.07.05 12:34
Ferrazzi! porca miseria! m'hai fregato la battuta sui carrarmati. Adesso chi ci crede più che volevo farla anch'io?
Cyrano, sbaglierò, ma a me non sembra proprio che Consolo sia esposto al pubblico ludibrio (che poi, "pubblico", è parola grossa per questa ridotta frontaliera della grande rete).
Consolo fa benissimo a non fare i nomi. Fare i nomi è faccenda da delatori, da spie, da sicofanti, non da onesti e prudenti veterani delle lettere. Già il fatto che Consolo salvi due o tre autori dal disastro narrativo, ch'egli rimira pensoso dal grazioso palco dei premi letterari, ha del miracoloso per noi che lo s'ascolta da qui, dal loggione. Altri in vece sua avrebbe affossato l'intiera mala progenie dei novissimi senza tanti complimenti.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 20.07.05 13:53
quante storie: non li fa perché non li saa una domanda cogliona ha risposto in modo vago.
sarà mica obbligato a leggere i "giovani".
ricordate a bout de souffle?
Pubblicato da: borisbattaglia - 20.07.05 14:01
Si parlava di scrittori "cinquantenni", badate bene.
Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 14:45
OT:
grazie delle belle parole, Giovanni.
Ma come posso pubblicare su Vibrisse se io non ho la chiave d'accesso?
Poi: per me RETABLO è un grandissimo libro. Consolo può dire quello che vuole, non ha importanza. Restano i suoi romanzi.
Pubblicato da: gianni biondillo - 20.07.05 14:49
Gentile Gianni, hai ben ragione tu. Vedrò come fare per postarlo perché, come altrove suggerivi, non è che il racconto invècchi come il formaggio.
Retablo è un gran libro di Consolo, ma si teme forte che sia anche l'unico suo libro. Biamonti pure scrisse un buon racconto, ma poi lo replicò 3 volte in vita e 1, soi malgré, post mortem. Non dico che il Consolo sia a livello del ponentino, ma c'è fra i due parecchia, temibile consonanza. Consolo disse pure che sarebbe partito emigrante se Berlusconi avesse vinto le elezioni di chi sa quando. Non risulta che stia in Malawi, ora.
Pubblicato da: giovanni - 20.07.05 16:03
giuliomozzi, non ho ben capito la tua precisazione anagrafica. Se per Consolo i giovani fossero stati quarantenni o trentenni, cosa cambiava ai fini della discussione?
borisbattaglia, sì, Consolo è obbligato a leggere i giovani, o almeno così dice nell'intervista.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 20.07.05 16:05
Luca, ho precisato perché mi era venuto il dubbio che Boris, scrivendo "giovani", pensasse a scrittori effettivamente giovani.
Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 18:41
Caspita! Avete ragione. M'è scappata l"acca" e per ben due volte! Sarà a causa del caldo? Infatti erano ringraziamenti. Mi cospargo il capo di cenere. Thanks.
za'
Pubblicato da: za' - 20.07.05 20:22
Solo per Giulio: mi resta una curiosità: a cosa era simile il piacere che hai provato leggendo il racconto di Giorgio Falco? Trattasi di "coitus interruptus"? O di mero "lapsus calami"? Sono in ansia.
za'
Pubblicato da: za' - 20.07.05 20:28
Za', né questo né quello. Ma se tu non hai esperienza di altri tipi di piacere, non so come fare a spiegartelo.
Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 21:19
No, Giulio. Di esperienza credo di averne abbastanza. Tu, però, dovresti prima rileggere il tuo post del 20.07.05 ore 9:28 dove la frase "So che ho provato piacere leggendolo: un piacere simile a quello che" è rimasta lì, sospesa su un abisso insondato e, forse, insondabile, dato che tu stesso ammetti di non sapere cosa Giorgio Falco volesse dire con il suo raccontino. E poi, scusa, mi hai accusato di essere in contraddizione con me stesso, di essere "uno che nella stessa riga sostiene una opinione e l'opinione contraria", ma questo non è corretto. La frase di Consolo alla quale ho fatto riferimento ("una lingua che non appartiene più alla letteratura ma che è la lingua della comunicazione") non ha certo una connotazione positiva, anzi è palesemente critica. Come ho cercato di sottolineare osservando che la lingua o, se vuoi, lo stile di alcuni scrittori (di cui non mi sono esentato dal fare i nomi) non sono quelli della letteratura e nemmeno, a mio modesto parere, quelli della comunicazione che, per definizione, dovrebbero essere piani, scorrevoli, facili da capire e non artificiosi e faticosi da decodificare. Un conto è, ad esempio, la lingua "inventata" di Stefano D'Arrigo (che tuttavia, come ben sai, ha faticato non poco ad ottenere il successo che meritava)(quella di Andrea Camilleri, invece, è solo "furba" e naturalmente ha avuto un successo strepitoso), altro è scrivere in un modo tanto poco naturale, che obbliga il lettore a fare le acrobazie, a rileggere quattro volte una frase per capirla, ammesso che ci riesca. Ecco, era questo che cercavo di dire. Forse non ti ha dato piacere come il racconto di Falco, ma almeno - credo - lo hai capito (tanto è vero che un po' ti sei in...zato).
za'
Pubblicato da: za' - 21.07.05 01:44
Invece io volevo lodare quelli che nella vita hanno l’abitudine di “fare i nomi” perché si espongono per dare informazioni a tutti - non al giro degli “eletti”. Poi volevo lodare quelli che aprono un blog in cui si può ragionare insieme su quello che succede, compreso le parole di uno scrittore famoso che dà giudizi sommari. Questo tipo di lode è dovuta non solo al coraggio di parlare pubblicamente, ma anche alla generosità nell’usare il proprio tempo (che si potrebbe impiegare in tante altre attività retribuite) per confrontarsi col prossimo, chiunque sia, beccandosi spesso una raffica di giudizi delegittimanti ad personam.
Credo che se si fanno dei passettini avanti lo dobbiamo a chi ha coraggio e generosità.
Adesso, lapidatemi pure con l'accusa di essere "mafioso".
Saluti a tutti.
Pubblicato da: andrea barbieri - 21.07.05 09:52
Caro Za', mi hai offerta la possibilità di scegliere tra "coitus interruptus" e "lapsus calami".
Non mi ero accorto della frase rimasta sospesa: e per questo non potevo capire che cosa tu stessi dicendo. Ora (non prima) mi hai dato modo di capirlo.
La frase completa è: un piacere simile a quello che mi sta dando, in questi giorni, la lettura di "Anniversari nella vita di Gesine Cresspahl" di Uwe Johnson.
La lingua di Stefano D'Arrigo, dici, è "inventata". Suppongo che tu faccia una distinzione tra lingua "inventata" e lingua "artificiale e artificiosa", ossia tra "invenzione" e "artificio". Poiché questa distinzione è tua, ti invito a chiarirla.
So bene che la frase di Consolo non dava un giudizio positivo sulla "lingua della comunicazione". E non mi sembra che da quello che ho scritto traspaia un fraintendimento da parte mia.
Si potrebbe - forse - mettere la questione in questi termini:
- esiste una "lingua della comunicazione", ossia una lingua puramente strumentale;
- esiste una "lingua dell'invenzione", ossia una lingua che alla strumentalità sovrappone (fino a rendere i due strati, nei casi migliori, del tutto indistinguibili) un investimento sulla lingua stessa;
- esiste una "lingua dell'artificio", ossia una lingua che è una "falsa lingua dell'invenzione" (o, volendo essere buoni, una "fallita lingua dell'invenzione).
Se questa impostazione ha senso, domando: come si fa a distinguere la "vera" dalla "falsa" lingua dell'invenzione?
Pubblicato da: giuliomozzi - 21.07.05 10:37
si distingue a senso, con il perenne rischio di doversi ricredere.. un po' come distinguere un poeta da un parolaio.. Montale ha creato una lingua (e non solo quella).. Luzi non so cosa abbia creato, ma qualsiasi cosa sia non mi affascina, non mi emoziona..
Pubblicato da: andrea d'urso - 21.07.05 13:43
Caro Giulio, il “coitus interruptus” era una battuta, il “lapsus calami” un modo per metterti sulla strada giusta, ma il riferimento era forse troppo criptica e me ne dispiace. Sono lieto che alla fine ci siamo capiti.
Non conosco il tedesco (e me ne rammarico molto) per cui di Uwe Johnson ho letto la traduzione in italiano di “Congetture su Jakob” e solo il primo volume (ma spero di trovare presto anche il secondo) dei “Giorni e gli anni - Dalla vita di Gesine Cresspahl”, provando - credo - il medesimo piacere intellettuale che hai provato tu con gli “Anniversari”. Tuttavia, non avendo letto nella lingua originale, non sono in grado di stabilire se la scorrevolezza del testo sia merito del traduttore o direttamente dell’Autore. Penso, però, che nelle letterature: straniere, tedesca, inglese, americana, spagnola non esistano esempi di “invenzione” di una lingua, cioè testi volutamente scritti secondo regole linguistico-sintattiche non consuete.
Chi scrive in inglese, ad esempio, o in tedesco, lo fa nella lingua e con il linguaggio comprensibili non solo dagli inglesi e dai tedeschi, ma anche da chi, straniero, quelle lingue ha studiato ed imparato con una grammatica ed un vocabolario in mano e/o dalla viva voce di una nurse o di una fraulein (per chi ha avuto la fortuna di averle in tenera età).
Diversa è, peraltro, tanto per evitare equivoci, la questione del vernacolo e delle opere scritte dichiaratamente in dialetto; ma va sottolineato anch’esse seguono, in realtà, le regole proprie di quel particolare dialetto e non “inventano” nulla. Pensa se, da noi, a qualcuno venisse in mente di scrivere qualcosa mischiando, che so, il friulano col sardo. Quindi credo che nella letteratura italiana, attesa la particolarità di dialetti, i casi di “invenzione” possano e debbano essere molto, ma molto limitati (per questo ho citato l’”Orcynus orca” di D’Arrigo).
Credo, infatti, che tu padovano ed io veneziano potremmo senza troppa fatica buttar giù un glossario in pseudo-veneto, con il quale un abile informatico (ne conosco uno capacissimo di farlo!) potrebbe costruire un programmino per sostituire automaticamente tutti i termini (o solo alcuni) scritti dall’autore sul computer in italiano diciamo così “normale” con quelli del nostro glossario. Ne verrebbe fuori un bel pasticcio! (Il riferimento a Camilleri è, naturalmente del tutto fortuito). Hai, quindi, ragione quando dici che una simile lingua sarebbe una “falsa lingua dell'invenzione”. Per quanto riguarda, infine, la “lingua della comunicazione”, ossia “una lingua puramente strumentale“, come tu l’hai definita, penso che essa debba essere confinata alla strumentazione pubblicitaria in senso stretto (vedi certi terrificanti spot radio-televisivi) e/o al giornalismo, con i suoi altrettanto terrificanti neologismi, strafalcioni grammatical-sintattici e perfino ortografici. Queste, a mio parere, dovrebbero essere le linee-guida necessarie e sufficienti per distinguere la "vera" dalla "falsa" lingua dell'invenzione.
Mi scuso per la “tirata”, ma non ho saputo resistere al tuo cortese invito a “chiarire”. Noto, però, ed in via non marginale, che tu, sia quando scrivi racconti e romanzi, sia nei blog e altrove, lo fai in italiano “normale” (salvo qualche scivolone nell’italiano “regionale”: ricordi una nostra simpatica discussione sull’argomento?) e perfettamente comprensibile a prima vista, senza necessità di decodificazioni. Ciao.
Za’.
Pubblicato da: za' - 21.07.05 22:13
Caro Za', non so se lo sai, immagino di sì, ma chiarisco per gli altri lettori. "I giorni e gli anni - Dalla vita di Gesine Cresspahl" e "Anniversari nella vita di Gesine Cresspahl" sono lo stesso romanzo di Uwe Johnson. Il solo primo volume uscì, parecchi anni fa, per Feltrinelli, col titolo "Anniversari"; recentemente Feltrinelli ha ripubblicato questo primo volume, in traduzione riveduta o nuova (da qui il cambio di titolo), nonché il secondo. Io sto leggendo il primo volume nell'edizione vecchia, "Anniversari", e ho l'impressione che la traduzione sia assai brutta. Che Feltrinelli, nel ripubblicare l'opera intera, l'abbia riveduta o fatta rifare, mi conferma nell'impressione (quanto inizierò il secondo volume, ovviamente nell'edizione nuova in quanto in quella vecchia non fu mai pubblicato, mi farò un'idea più precisa).
Quanto al resto, la mia domanda era: "Come si fa a distinguere la 'vera' dalla 'falsa' lingua dell'invenzione?".
Circa il tuo ultimo capoverso. Ovviamente dal fatto che io abbia deciso di adoperare, nelle mie opere narrative, una lingua prossima all' "italiano standard" (ammettendo per un attimo che esista un "italiano standard"), non è lecito ricavare né che io intenda proporre l' "italiano standard" come norma linguistica per le opere narrative, né che io prediliga le opere narrative scritte in "italiano standard" o comunque in un italiano che si discosti poco dallo "standard". Ovviamente, in un testo scritto in "italiano standard" l'eventuale apparizione di scelte lessicali "fuori standard" (tecnicismi, localismi, dialettismi, neologismi ecc.) va considerata per il suo valore espressivo. Ovviamente non esiste alcun testo che non presenti "necessità di decodificazioni": la lingua, fino a prova contraria, è un codice. Quella che tu definisci "una simpatica discussione", che io peraltro trovai molto antipatica, si può leggerre qui: http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/10/con_gli_occhi_c.html
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.07.05 12:01
Caro Giulio, continua a scrivere, ti prego, in "italiano standard" e non farti tentare, se puoi, dalle "mode". Credo, poi, che occorra chiarire che tutto il mio discorsetto (ma anche il tuo, credo) si riferiva alla "letteratura" intesa come narrativa, prescindendo quindi dalla poesia, nella quale le esigenze di musicalità e di metrica - oltre che di significato, ovviamente - possono giustificare una certa libertà di espressione, tanto è vero che l'ermetismo ci ha dato opere di livello altissimo (che credo non sia necessario citare partitamente). Diverso ancora è, su un altro fronte, il discorso riguardante la saggistica (immagina, che so, un testo scientifico scritto in "italiano NON standard". Sarebbe un bel disastro!). E verissimo che la lingua è un codice, ma perchè sia comprensibile a tutti è necessario che tutti conoscano e usino LO STESSO codice. Infine, io credo che non esistano discussioni "antipatiche", poichè tutte arricchiscono certamente chi vi partecipa, se si tratta - come sono sicuro fosse il nostro caso - di persone intelligenti e reciprocamente rispettose. Ciò non toglie, è altrettanto ovvio, che nella discussione si possa anche animarsi, purchè - appunto - in misura decente. Ciao.
za'
Pubblicato da: za' - 23.07.05 01:41
Grazie Giulio per avermi inserito nell'elenco. Sono felice per la tua stima cercherò di mantenere la promessa...
Pubblicato da: Roberto Saviano - 24.07.05 10:19
Grazie Giulio per avermi inserito nell'elenco. Sono felice per la tua stima cercherò di mantenere la promessa...
Pubblicato da: Roberto Saviano - 24.07.05 10:20