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29.07.05

Una questione di sopravvivenza

di Paolo Di Stefano

[Questo articolo di Paolo Di Stefano è apparso nel Corriere della sera di mercoledì 27 luglio 2005. gm]

carlabenedetti.jpgQuando, nel 1998, uscì il suo libro Pasolini contro Calvino, si accese una polemica nelle patrie lettere. I calviniani urlarono alla lesa maestà. Qualcuno parlò di «maramaldeschi fendenti», altri di «uscite terroristiche». Oggi è passata molta acqua sotto i ponti, e anche diversi saggi di Carla Benedetti, tra cui un libro sull'autore nella modernità e sulla sua presunta morte, e un altro sul «tradimento» dei critici. E quella che sulle prime era apparsa una provocazione, ora trova una più evidente ragion d'essere. «Mi interessava fotografare insieme i due scrittori per far risaltare due idee di letteratura opposte, che ancora oggi si scontrano, e due diverse soluzioni di una stessa crisi, in quel periodo che molti descrivono come passaggio dal moderno al postmoderno. E se Pasolini sceglie un rapporto forte con la parola e una colluttazione con la realtà italiana, Calvino opta per un accomodamento, in linea con gli schemi dell'epoca».

Quello che non le piace è «l'idea indebolita di letteratura» partorita attraverso la «lunga elaborazione del lutto della modernità». «Ma "impegno" è una categoria polverosa del rapporto politica-letteratura». Nel Tradimento dei critici Carla Benedetti ricorre piuttosto al concetto di «parresìa», che Foucault riesumò dall'antica Grecia per indicare la verità come «scontro di poteri per costruire la verità stessa». Il «parresiasta» rischia l' impopolarità, lavora in un campo di conflitto. Per questo Benedetti ama molto l'ultimo periodo di Pasolini, il corsaro, il «parresiasta» che va oltre l'idea sartriana di impegno: «Ma non solo lui. Prendiamo Günther Anders. Anche lui come Pasolini fu definito "reazionario romantico" per aver osato criticare la tecnologia e la sua insensata idea di progresso. E di Pasolini lo si dice ancora. Persino Toni Negri lo ha ripetuto di recente...». Oggi la posizione di Pasolini può essere meglio compresa in un'ottica antropologica: «Chi darebbe del reazionario nostalgico a un aborigeno o a un indiano d'America se accusa la modernità occidentale e le sue distruzioni? In realtà utilizza il passato come momento di critica al presente». Che lo voglia o no, lo scrittore non può eludere un coinvolgimento nella politica: «È una questione di sopravvivenza», dice Benedetti, «oggi uno scrittore che viva con radicalità il proprio lavoro entra per forza in conflitto con la normalizzazione della scrittura: l'imposizione di certi formati, la "censura" operata dal mercato, e in generale la restaurazione culturale che stiamo vivendo. Non basta mettere Berlusconi in un thriller. Che impegno è, se poi sei conforme alle richieste del mercato e preoccupato solo della tua piccola carriera? Lo scontro avviene anche dentro la forma, lo stile, la scrittura». Se c'è qualcuno che oggi può essere individuato come uno scrittore in tal senso «impegnato», questo, secondo Carla Benedetti è Antonio Moresco, l'autore di Canti del caos e Gli esordi. Perché? «Innanzitutto perché inventa una forma. Già questo è eversivo. Moresco è uno scrittore radicale che non accetta la normalizzazione, e che entra nel vivo di ciò che accade nel mondo: dalle macchine di potere che penetrano nella vita degli individui, ai temi ecologici e all' emergenza di specie. Ha parlato di "esordi" non solo in senso letterario ma anche politico: viviamo in una società che impedisce gli esordi, che reprime la nascita di nuove espressioni e di vita futura. Basti pensare all' inquinamento. Anzi, direi che questo modello di sviluppo, controllato da potenti oligarchie, non lo prevede nemmeno, un futuro». Tornando alla letteratura, Carla Benedetti non parla di «generi» ma di «formati»: «Non le pare strana tutta questa restrizione incredibile della varietà dei generi? Gli italiani sono sempre più noti all'estero come scrittori di noir e thriller: si va non solo verso la clonazione biologica ma anche verso la clonazione di modelli letterari, dell' immaginario secondo le richieste del mercato. Al posto del realismo socialista oggi c' è il realismo thrillerista». Dopo l' 11 settembre, si tenne un convegno intitolato Scrivere sul fronte occidentale, organizzato da Moresco e Dario Voltolini, a cui parteciparono un gruppo di scrittori e critici, tra cui Benedetti, poi diventato un libro. Da lì nacque in rete il blog collettivo Nazione Indiana: «Volevamo ricostruire la possibilità di lavorare insieme. Lavorare al di là delle piccole carriere personali è già qualcosa di politico».

E il postmoderno? «Per me è stato soprattutto un'ideologia servita a liquidare molte potenzialità della letteratura. La scrittura è stata indebolita dall'ironia: da un rapporto ironico dell' autore verso le proprie parole». Ne venne fuori l'idea diffusa di postumità. «I critici hanno per lo più abbandonato il campo, ma il vuoto della critica l' hanno riempito tutte quelle recensioni indistinguibili dai comunicati stampa delle case editrici». Benedetti non sopporta i critici malinconici, i discorsi apocalittici e generici sulla morte del romanzo, della poesia, dell' autore, di tutta la letteratura... «Così coprono il confitto che si sta svolgendo nella cultura. Negano che possano esserci scrittori, intellettuali, artisti che non si arrendono a questo stato di cose. E ce ne sono». Benedetti ricorda gli scrittori da lei recensiti di recente, alcuni dei quali ancora poco noti: Fachini, Carnielli, Parente, Varese, Scurati, Bajani, Genna, Baliani, Nelli, Scarpa. «Cosa hanno da dire critici come Romano Luperini a costoro? Che si mettano l' animo in pace, tanto la letteratura è finita? È paradossale che Luperini accusi Ferroni di credere ancora nella letteratura. Anche in epoca di restaurazione ci sono scrittori notevoli, ma se si chiude loro la porta in faccia...». Un po' quello che succede ai politici, refrattari alle novità? «Berardinelli dice che i politici non hanno tempo per capire il mondo perché sono troppo preoccupati di restare a galla. Verissimo. Ma bisogna dire la stessa cosa anche per editori, recensori, curatori di mostre ecc. Se i politici sono vincolati dal consenso, gli editori e i recensori sono vincolati dalle vendite, dalle classifiche. È pieno di funzionari che rischiano di perdere il posto. Scarpa ha parlato di "book-jockey", letteralmente "fantini del libro", che devono restare in sella, promuovendo sui giornali romanzi convenzionali il cui riscontro è assicurato». Un gioco di specchi che coinvolge anche le classifiche dei bestseller. «Sono un fenomeno abbastanza recente, analogo a quello dei sondaggi politici. E quel che stupisce è che sia solo la merce-cultura ad averli. La merce-cultura sottostà agli stessi criteri della politica, è vincolata al riscontro degli elettori-lettori». Contro tutto questo dovrebbe lavorare il critico militante? «Una volta il dialogo tra critico e scrittore era abituale». Dunque, bisogna rilanciarlo? «Sarebbe molto utile promuovere una nuova fratellanza che generi controspinte e forme collettive di lotta politica». Il Web offre questa possibilità: eppure Nazione Indiana ha vissuto recentemente una frattura e la stessa Benedetti ha lasciato: «La rete è un mezzo meraviglioso per mettersi insieme in questo generale clima di restrizione degli spazi e di monopolio della circolazione culturale. Però nella rete si trova di tutto. Molte persone si ingabbiano da sole: introiettano le logiche della restaurazione culturale, rendono debole la propria scrittura, non si prendono la responsabilità delle loro parole, mascherandosi dietro pseudonimi e nickname. Tutto il contrario della parresìa. Il rischio è che si affermi un individualismo debole, contrario a un uso politico della parola».

Carla Benedetti (1952) insegna Letteratura italiana contemporanea all' Università di Pisa. Tra i suoi libri: La soggettività del racconto. Proust e Svevo (Liguori, 1984); Una trappola di parole. Lettura del "Pasticciaccio" (Ets, 1988); Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri, 1998); L' ombra lunga dell' autore. Indagine su una figura cancellata (Feltrinelli, 1999); Il tradimento dei critici (Bollati Boringhieri, 2002).

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 29.07.05 12:12

Interventi

... io adoro "Il tradimento dei critici" della Benedetti, e in più occasioni, nel mio piccolo, ho commentato sui post di N.I. in merito alla questione del rapporto tra editoria e critica militante. (mi è anche servito, nonostante l'apparente distanza, quanto pochi altri libri per la mia tesi sul "caso editoriale" Horcynus Orca).
Quello, però, che alla fine ho concluso, è che il suo sia sostanzialmente un pessimismo speculare a quello - non del tutto negabile - di Luperini.
Ovvero, Luperini non crede nella letteratura di oggi; Benedetti non crede nell'editoria di oggi.
Luperini crede che gli scrittori abbiano introiettato sistemi di potere - che ha fatto di loro scrittori inerti, giulivi, narcisisti; Benedetti afferma che ad averli introiettati sono i nuovi manager dell'editoria, gli editor e molti intellettuali, giornalisti - che ha fatto di loro funzionari di un Potere che ha nel mercato l'unico riferimento - ma non alcuni scrittori giovani o comunque emersi negli ultimi dieci anni (i nomi li sappiamo tutti...)
Domanda: e se avessero ragione entrambi?
Altra domanda: e se avessero TORTO entrambi?
Ultima domanda: e se la verità fosse in mezzo?

Pubblicato da: marco v - 29.07.05 14:26