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21.07.05
Scrittori Lucchesi: Umberto Fracchia: Il perduto amore (1921) / 1
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
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(Di questo scrittore dimenticato ho letto due romanzi: “Il perduto amore" e “Angela", considerato il suo capolavoro. Sia per il primo che per il secondo, che seguirà fra qualche tempo, dividerò la mia lettura in due parti.)
Parte prima. Parte seconda.
Si legge nella nota bio-bibliografica che “Umberto Fracchia nacque a Lucca il 5 aprile 1889 da padre piemontese e da madre ligure. Compì gli studi classici e universitari a Roma". Visse, infatti, molto poco nella città toscana, come era accaduto già a Giosue Carducci, nato anche lui in Lucchesia, a Valdicastello, un paesino nel comune di Pietrasanta. Come è noto, di genitori lucchesi è Giuseppe Ungaretti, che nacque ad Alessandria d’Egitto. Non scrisse romanzi, invece, un altro illustre lucchese, Mario Pannunzio, che fondò nel 1949 e diresse il prestigioso Il Mondo, di cui, in seguito, fu direttore anche l’altro lucchese Arrigo Benedetti.
Fracchia scrisse molto, tra romanzi, novelle e racconti. Fondò nel 1925 e diresse La Fiera letteraria, che, tra i suoi direttori, ebbe anche un altro lucchese (d’adozione), Manlio Cancogni, il quale, ricevuto il testimone da Diego Fabbri - finito pure lui, ingiustamente, nel dimenticatoio -, chiamò a collaborare sin dal primo numero (il n. 27 di giovedì, 6 luglio 1967) due lucchesi: Cesare Garboli con: Il piacere d’essere un idolo e Pier Carlo Santini con: Sognano la città del futuro.
Il romanzo, del 1921, mi ha incuriosito per questa coincidenza: molti anni dopo, nel 1979, sempre per Mondadori, uscirà Il perduto amore del viareggino Mario Tobino, con lo stesso titolo, dunque, del romanzo di Fracchia. Mi sono sempre chiesto se Tobino conoscesse questo precedente. L’amico insigne Prof. Giorgio Bárberi Squarotti, sempre prodigo di consigli nei miei riguardi, è convinto di sì, come mi scrive in una sua lettera del 21 febbraio 2005.
È un uomo triste e disperato, il protagonista che apre il romanzo. Si chiama Paris e si definisce uno che vive: “l’imperfetta vita delle ombre". La ragione sta nel fatto che qualcuno è morto per colpa sua ed egli ne sente il rimorso. Così ci narra che cosa sia veramente accaduto.
La scrittura è piana, pulita, misurata. Un parente, Carlo Clauss, fa pervenire alla famiglia del protagonista, che ha vent’anni, una lettera da un paese lontano, dove ha vissuto per molti anni. È malato e vorrebbe far ritorno a casa e domanda di potersi rifugiare per qualche giorno tra loro, in attesa di una sistemazione definitiva. Quando arriva, non è molto cambiato dalle foto che sono conservate nell’album di famiglia: “Alto, diritto, con la barba e i capelli appena brizzolati, egli non tradiva né stanchezza né dolore. Il suo volto pallidissimo, di un pallore olivastro ed uguale, bruciava ancora di quella fiamma interna che gli splendeva negli occhi scuri, profondi e lucidi. Era bello. Anche la sua voce, il suo modo di gestire, la sua pronuncia un po’ lenta e faticosa mi parvero, al primo incontro, attraenti". Paris è turbato dai suoi strani racconti. Senza dubbio, pensa, si tratta di una personalità inquieta, stravagante anche. Parla della morte come un’aspirazione sublime dell’uomo. Possibile?: “Confesserò, senza vergogna, che Clauss mi faceva paura. Spesso, non visto, mentre egli leggeva, o parlava con altri, io lo spiavo a lungo, fantasticando."
È un’atmosfera alla Hoffmann (penso a L’uomo della sabbia) quella che si crea intorno al giovane protagonista, il quale, anche quando Clauss è partito, ne sente vibrare la presenza: “ Avevo lunghe e confuse allucinazioni: visioni di una realtà inverosimile." Fracchia, attraverso una scrittura lenta, dotata di una intrinseca quiete, contrapposta in qualche modo al suo contenuto, crea un’atmosfera intrisa di suggestione e di mistero, che ci accompagnerà sempre, quando in modo accentuato, quando più soffuso. Si pensi al ritratto di Armida che incontreremo verso la fine.
Allorché, mandato a vivere da solo, ospite in casa del notaio Sterpoli, con il figlio di questi, Paolo, esce per recarsi in un locale equivoco frequentato da donne allegre, vi incontra Clauss: “Salimmo una scaletta a chiocciola, ed entrammo in una piccola stanza azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano." Clauss è innamorato di Daria, una ballerina del locale, delle cui gambe si dice che “sono le corna del diavolo!" Ma al protagonista dice: “Spero che non crederai davvero che io sia innamorato di Daria. Io non ho mai amato." Fracchia non è immune da un certo romanticismo decadente, tipico del tempo, dominato da D’Annunzio. Lui stesso se ne rende conto nella Avvertenza che si trova nell’edizione del 1930, quando scrive: “Gli avvenimenti intermedi, che ognuno può ricordare da sé, bastano a spiegare certe romantiche ingenuità di cui il romanzo abbonda e il tetro pessimismo che vi predomina." L’opera è, dunque, segnata dal tempo: sebbene lo stile sia limpido, gli echi che diffonde appartengono a un’epoca ormai definitivamente trascorsa, e se, per esempio, la scrittura del lucchese Remo Teglia può suscitare ancora oggi ammirazione e stupore, non così accade sempre per la pur linda e incontaminata scrittura di Fracchia.
Daria è una bella donna, ed ha molti corteggiatori: oltre Clauss, Paolo, l’amico di Paris; Paris stesso ne è attratto. È indubbiamente il ritratto della donna che primeggiava ai primi del Novecento sia nella letteratura che nel cinema, la quale trafiggeva i cuori dei suoi ammiratori, compiaciuti di soffrire delle sue crudeltà. Le perdonavano tutto. Clauss non è più giovane; la frequentazione dei giovani e delle belle donne rappresenta per lui il toccasana che respinga e contrasti la sua incipiente senilità. Dice a Paris: “devi considerarmi come un moribondo al quale ogni cosa può servir di conforto."
Daria ha una sorellina di quattordici anni, Soave, ancora acerba nel fisico, ma già sveglia e attenta alle cose del mondo, che trae apprendimento dalla vita della sorella maggiore. Paris la incontra mentre sta seduto su di una panchina di un giardino pubblico. Lei lo riconosce e corre a sedergli accanto. Maliziosa, nel salutarlo gli dà un bacio. Fracchia è buon tessitore della trama ed ha già cosparso il percorso del suo raccontare di molti segni che saranno destinati a congiungersi.
Quando si trovano a cenare insieme Daria, Clauss e Paris, quest’ultimo, affascinato dalla donna, si aspetta di ricevere da lei un sorriso, “uno di quei sorrisi che sono come fili tesi fra due bocche". Invece è con Clauss che la donna amoreggia. Ragazzo com’è, Paris s’ingelosisce e in fretta e furia se ne torna a casa, dove trova Paolo affranto anche lui, poiché Daria gli aveva promesso un incontro amoroso e invece aveva mandato la sua vecchia serva, Kate, a dirgli che non sarebbe venuta perché “È andata da Clauss..."
La storia, in questa parte prima, si è stretta e invischiata intorno ad un tale asse lacrimoso e romantico. La giovane età dell’autore, anziché incoraggiarlo ad una esperienza diversa ed innovativa, lo trascina nelle spire di quel vortice tenebroso ed incostante che in quegli anni di crepuscolarismo e di dannunzianesimo attraeva molti neofiti. Accanto all’amore, infatti, va sempre di pari passo la morte, allorché l’amore provoca una qualche delusione e amarezza. Intorno a Daria aleggia il profumo della sua bellezza e della sua vanitosa crudeltà, ma anche sta in agguato l’artiglio perverso della morte. Quando Sterpoli si sente dire dalla vecchia Kate che Daria non verrà all’appuntamento perché ha preferito Clauss, egli reagisce come impazzito e la cerca disperatamente per vendicarsi, ma in lui s’insinua anche il pensiero del suicidio, con espressioni tipicamente romantiche. Racconta a Paris: “L’idea della morte mi balenò súbito nel cervello. Súbito la sua figura schifosa e orrenda m’apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse col suo sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente. «Che vuoi da me, civetta?» urlavo. Ed essa mi additava con gesto servile la sua ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e risonante, per indicarmi che non tutti i fiori sono di questa terra. «Morire!» dicevo a me stesso. Anche questo è uno scampo." Il brano, che prosegue immaginando che la donna amata si rechi a deporre una rosa rossa sul suo cadavere, riassume molto bene (si guardi, più avanti, alla vicenda amorosa tra Armida ed Esposito) il percorso intrapreso dall’autore: arduo, difficile, ricco di sforzi e di proponimenti volti ad emanciparsi da una scrittura che, altrimenti, non avrebbe avuto che poche cose da dirci.
Sterpoli, trovata Daria in casa di Clauss, si avventa sull’uomo, uccidendolo. L’inconscio, l’istinto, il mancato controllo delle passioni, primeggiano in questo inizio, e tutti i protagonisti, piuttosto che guidati dalla ragione, si muovono dentro una realtà impalpabile e imprevedibile che li governa e li trascina. Sono personaggi tormentati, dominati e trafitti da una psiche malata. Lo stesso Paris, che si sforza di analizzare quanto sta accadendo intorno a lui, ne è posseduto e coinvolto, così che egli non si differenzia dagli altri, anzi, la sua analisi disordinata trasferisce proprio sugli altri le stesse sue deformità: “Ma io proprio non riuscivo a trovare un cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura." Ancora di più il paragone con E.T.A. Hoffmann non pare avventato e meglio si delinea allorché Fracchia, avviando la parte seconda, riesce a creare intorno alla “collana dallo smeraldo" che Daria, in un momento d’ira, ha gettato contro Clauss, e che è rimasta dimenticata, quell’atmosfera allucinata e romantica, non soverchia tuttavia, che caratterizza lo scrittore tedesco.
La parte seconda si presenta, dunque, come quel tratto di strada su cui, perse le incertezze dell’inizio quando non si era sicuri della meta, ci si incammina con un passo più fermo e risoluto. Alcune di quelle scorie che abbiamo incontrato nella parte prima sono cadute, illuminando la scrittura qua e là di bagliori, come quello che si sprigiona dal personaggio Bombata, un ragazzo rachitico, di dodici anni, uomo delle pulizie nel locale Alhambra dove si è tenuto il burrascoso incontro con Daria, il quale ha trovato la collana che poi finirà nelle mani di un rigattiere, e “Quella mattina Bombata, che era d’umor taciturno e usava di solito accompagnare l’andirivieni della sua scopa con dispettosi grugniti, l’udirono invece cantare, con una bella voce di mezzo soprano, una delle tante canzoni che là dentro sapevano anche i muri. «Guarda,» disse il maestro di casa che in maniche di camicia lucidava le maniglie alle porte, «nella testa di Bombata è nato un gallo!»" O la figura di Porfirio (“il tubino unto calato sugli occhi"), il vecchio rigattiere che, in riva al mare, tra barche in secca e in contemplazione dei “pescatori che risciacquavano le lor reti tutte piene d’erbe marine", riesce a trafugare la collana alla piccola Egle, di tredici anni - a cui Bombata, per far bella figura, l’aveva regalata -, spaventandola col farle credere che nel suo sacco sia nascosto l’uomo nero.
Questa collana ha un percorso suo proprio. Ammirata sul niveo collo della bella Daria, scagliata da costei contro l’amante in un momento d’ira, finita nelle mani di un rachitico innamorato di una ragazzina di strada, donatala a costei, finisce nelle mani del vecchio Porfirio che si mette a sognare per la gioia di quel possesso, e invece viene colto dalla morte improvvisa. Così la collana finisce nelle mani di un altro rigattiere, “suo concorrente", che ha scoperto il suo cadavere e gli ha chiuso gli occhi. Due morti sono già disseminate lungo quel percorso: Clauss e Porfirio.
Paris, invece, il protagonista, l’io narrante, c’è andato vicino. Dopo quei fatti si è ammalato gravemente e solo la sua giovane età lo ha aiutato a salvarsi. Durante i suoi deliri, ha più volte avuto davanti a sé l’immagine della collana e quella di Daria che l’indossava. Una sera in cui “si festeggiava il compleanno di mia sorella Silvina", alla quale le altre sorelle avevano regalato “un anello di platino con un fiorellino di smalto azzurro", ecco che in carrozza giunge il padre e si presenta in casa, indovinate con che cosa? Con la famosa collana di Daria, acquistata “quasi per nulla" dal rigattiere. Non è passato che un batter di ciglia e Paris ora può vederla al collo di Silvina “e la pietra verde splendeva sulla sua esile gola."
Vedete, dunque, come il romanticismo di Fracchia si è adornato di quelle ombre e di quei misteri che avrebbero potuto confinarlo e rigettarlo nelle incontinenze della prima parte e che qui sono invece amministrate con fascino e proprietà. Anche i personaggi sono introdotti con misura ed in successione tale che non appena essi sono nominati, al più presto Fracchia ce li ripropone per un approfondimento. È il caso di Silvina, la minore delle tre sorelle, a cui è passata la collana, e che apre la parte terza. Vive con un principe “ed esce per la città adagiata in una grande carrozza a due cavalli, con cocchiere e lacchè. Lungo la strada semina occhiate come elemosine." S’intuisce che la trasformazione e la maturazione della scrittura di Fracchia, intraviste nella parte seconda, hanno qui raggiunto ormai la loro compiutezza e non fa meraviglia che tanta perfezione di stile sia derivata dall’incontinenza e dal disordine della parte prima, quasi che Fracchia, anche al momento della revisione del testo, dichiarata nell’Avvertenza, abbia deliberatamente voluto lasciare i segni di questa crescita, come una specie di segreto dei suoi meccanismi generosamente svelato. Dirà Paris: “Eccoci tutti eguali, noi di questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni dalle minime cose!" Ma non solo: noi ora faremo i conti con una scrittura diversa e ammaestratrice, che però, non dobbiamo dimenticare, trae le sue luci e le sue ombre, i suoi misteri, da quella scrittura tutta intrisa di fermenti con la quale si è aperto il romanzo. Non è un caso che Silvina riporti spesso alla mente del fratello il ricordo dei capricci e degli enigmi nascosti nel carattere di Daria. Quella parte prima è portatrice del caos, dunque, e del mistero da cui è sorta e sorge la vita: “Io sono stato senza dubbio del numero: anch’io un romantico."
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 21.07.05 08:42




