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22.07.05
Scrittori Lucchesi: Umberto Fracchia: Il perduto amore (1921) / 2
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
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Parte prima. Parte seconda.
Un giovane compare all’improvviso nei ricordi di Paris. Passa a cavallo sotto le finestre di Silvina, a quel tempo ancora ragazza, di cui è innamorato. Un giorno, mentre passeggia lungo il fiume, cade e viene soccorso dalla famiglia di Silvina, portato nella loro casa e assistito. Non si sa nulla di lui. Paris ha trovato per terra una lettera in cui egli dichiara il suo amore per la sorella. Interroga Silvina, ma lei non ne sa niente. In realtà, di lì a poco, una notte, fuggirà con lui. Ancora una volta, il mistero avvolge i comportamenti degli individui; li fascia e domina quel certo che di arcano che è racchiuso in noi, in grado di stabilire improvvise congiunzioni, fulminei contatti, forse al di fuori perfino dei nostri sensi, capaci di trascinarci dentro un io sconosciuto che, una volta destatosi, ci comanda e ci possiede. È qualcosa di molto più del Mister Hyde immaginato da Robert Louis Stevenson. Non è un caso che Fracchia si soffermi, nel capitolo V della parte terza, a descriverci il mantide che si sente attratto dalle lusinghe amorose della femmina, che poi lo divora. Le azioni che si succedono respirano un’aria più fiabesca che bohémien, e sottolineano, dunque, quella parte irreale della vita che la ragione non riesce a comprendere: “Le vecchie suppellettili scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando per liberarsene.” Fracchia sta disegnando quella zona indefinibile dell’esistenza che conserva ancora intatte tutte le cause e le motivazioni che originarono la vita. Ammalatosi improvvisamente Silvio, Silvina rimasta sola nel suo abbaino, al sopraggiungere delle “ombre nere in quella prima sera di solitudine”, è presa da paura, “scese correndo tre capi di scale, e, senza esitare, bussò alla prima porta che le si parò dinanzi.”
Ricordiamoci che Fracchia non ha mai tralasciato di osservare che Silvina porta al collo quella collana con smeraldo che era appartenuta a Daria. È in grazia di essa che, rifugiatasi quella sera nella equivoca casa di madama Humbert, lo zio Stanislao si rammenta di averla già incontrata nel locale “Alhambra” in compagnia di Silvio. Una delle sette ragazze della signora Humbert dice a Silvina che una collana del tutto simile era appartenuta a una sua sorella morta giovane. Era poi scomparsa, insieme con altri gioielli. Per chi avesse per un solo momento dimenticati gli arcani e seducenti fili che intessono la trama, basti quanto Fracchia scrive a riguardo dei mutamenti che attendono Silvina: “Io credo che la gente superstiziosa si raffiguri giustamente come spettri notturni i maligni spiriti, e li veda sempre intanati nel buio, in agguato sotto gli antri oscuri, nelle cave rovine dove non penetra mai luce di sole, e specialmente senta la loro presenza invisibile nelle notti d’uragano, quando il mondo è alla mercé delle tenebre. Uno di me meno scettico penserebbe che in quella sciagurata notte un maligno spirito s’insinuò nel cuore di Silvina e vi stabilì il suo dominio.” Quella ragazza, infatti, che le parla della collana e le offre di ospitarla a dormire nella sua cameretta sapete come si chiama? Soave, ed è proprio la sorellina di Daria che abbiamo già conosciuta. È poco più grande di Silvina, che ha diciotto anni, ora. Suggerisce a Silvina di abbandonare Silvio e di scegliersi un uomo ricco, anche se brutto, tanto gli uomini sono “Tutti schifosi a un modo.” Le insegna a tingersi le labbra, gli occhi e il viso, e Silvina si compiace del mutamento, non solo ma lo zio Stanislao, brutto ma ricco, che si rivela essere quel principe Strostki di cui le aveva parlato un giorno con ammirazione Silvio, le dichiara il proprio amore e Silvina se ne sente lusingata. Non è un caso, infatti, che per tutti i venti giorni che Silvio è ricoverato in ospedale, vada a trovarlo una sola volta, in principio, e allorché, smagrito e debole, ritorna finalmente a casa, le sole parole che riesca a dirgli sono “Ah! Non sei morto?” Silvina è mutata.
È ancora Paris, non dimentichiamolo, il fratello, che ci sta raccontando di lei, e che la osserva con noi. La malinconia che trasuda dalle righe è la sua malinconia per un destino che non si può arrestare. La misera vita che conduce con Silvio non può continuare, gli dice subito dopo, e allora Silvio che fa? Il mattino dopo, ruba a Silvina la famosa collana con lo smeraldo e la vende per poter disporre di un po’ di denaro. Cominciano a frapporsi tra i due, dunque, la vanità e la menzogna, oltre alla gelosia. Silvina, infatti, ha nel principe Strostki il proprio amante. Le atmosfere decadenti di quell’inizio Novecento si insinuano nel contorto intreccio che Fracchia dà alla sua storia, anche se vigilate da uno stile più accorto rispetto a quello incontrato nella parte prima, e confermano quanto esse abbiano nutrito la vena letteraria dell’autore. Pare, anzi, potersi fare, proprio con questo autore, una distinzione abbastanza netta tra la sua scrittura, puntuale, controllata, e l’intreccio romantico, sul quale prevalentemente è andata ad adagiarsi la polvere decadente di quegli anni.
Paris va a trovare la sorella, sono trascorsi cinque mesi dalla sua fuga con Silvio. La madre sta morendo e ha chiesto di poterla rivedere per l’ultima volta. Paris le promette anche che Silvina resterà d’ora in avanti con loro, non se ne andrà più da casa, ma non sarà così. Qualcosa non scatta ad aiutare e a redimere la vita di Silvina che, infatti, morta la madre, “se ne andò per sempre. Come mia madre. Nemmeno Silvio la rivide più.”
Dobbiamo metterci ora sulle tracce della collana (“Questo gioiello apportatore di sventura”), che per un lungo tratto è il vero filo conduttore della storia, intorno alla quale i personaggi appaiono, prendono la ribalta e poi svaniscono nell’oblio. A proposito della collana si legge: “Raccontano che vi siano state gemme altrettanto malefiche quanto questa, ed anche più, le quali rovinarono con la loro sinistra influenza regni e repubbliche, spensero nel sangue intere dinastie, scatenando guerre e pestilenze; e, precipitate poi nelle profondità dei mari, furono dopo secoli ripescate, e tornarono a seminare sulla loro strada delitti e sciagure.”, che è anche uno dei tanti esempi che si potrebbero fare della elegante prosa che adorna e piega alla sua bellezza assai spesso la tessitura romantica del libro. Ma Fracchia, come vedremo molto più avanti, sarà capace di scrivere anche, senza alcuna titubanza, a proposito di Isacco: “Era un piccolo uomo più basso di statura molto di me”.
Silvina rivede la sua collana presso un gioielliere, dove l’amante Strostki l’ha condotta per comprargliene una ancora più bella. Finge di non riconoscerla e così, sottolinea Fracchia, “Silvina rinnegò per l’ultima volta il suo passato, e la collana di Daria fu nuovamente rinchiusa dentro lo scrigno.” Come in una fiaba o in un romanzo di Robert Louis Stevenson, viene introdotto il personaggio di Perdifiato, altro esempio di bella prosa, al quale manca una gamba perduta sotto un carro, ma non la gobba “che il destino, previdente di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone fin dalla nascita.” La gente lo chiama Perdifiato “perché, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse mancargli da un momento all’altro il respiro.” In conseguenza di certi disordini accaduti in città (che ci ricordano il Manzoni de I promessi sposi), i quali avevano provocato saccheggi e un grosso incendio e distrutto case e botteghe, egli si trova a rovistare nella gioielleria dove si trova la nostra collana. È stata già visitata dai ladri, ma Perdifiato raduna quel che trova, lo rovescia in una valigia e se ne torna a casa, non dopo aver subito qualche scontro lungo il cammino. La sua casa è una misera grotta in riva al mare, dove vive con Prisca, la giovane e bella moglie nera ed il figlio Accolito. Bene, tra le minutaglie di quel magro bottino, c’è proprio la nostra collana, che finisce sul collo di Prisca, la quale, vestitasi a festa, se ne va in giro per la città, sola con il figlio, visto che lo storpio marito è costretto finalmente a letto da una ferita e non può tormentarla con la sua gelosia. Tutti l’ammirano e ammirano la collana. Ma Perdifiato, per guarire da quella ferita pericolosa infertagli al fianco quel giorno dei disordini, promette la collana alla Vergine Maria. Così la strappa dal collo di Prisca e, salito ad una vecchia chiesa lì vicino, la offre alla Madonna. Paris ci fa sapere che “Là un giorno rividi per caso la collana di Daria, la collana di Silvina. Essa ora appartiene al cielo: è di Dio.”
Dunque, Fracchia ci fa ricordare che finora abbiamo seguito le vite di Clauss, di Daria, di Silvina e di Silvio, intrecciatesi attraverso la collana con lo smeraldo. Di Clauss solo siamo certi che è morto. Di Daria lo abbiamo sentito dire dalla sorella Soave. Gli altri personaggi restano come sospesi su un percorso al fondo del quale resta il mistero, che è una delle chiavi più suggestive di lettura di questo romanzo. Paris, che è stato il tramite, come io narrante, di queste vicende, ora si accinge a parlare di sé. Ha raggiunto i 35 anni, ed è stanco e malato, con una gran voglia di porre fine alla sua esistenza. Conduce una vita misera, non ha denaro e abita in una stamberga. Sembra che la maledizione della collana sia passata a lui. L’intreccio così saltellante e imprevedibile contribuisce in realtà a dare alla tessitura uno spessore che nasconde, e spesso annulla, gli afflati decadenti che ogni tanto soffiano sul romanzo. Passando attraverso la vicenda amorosa tra Armida e Esposito, Paris si trova, infatti, in un intreccio alquanto rocambolesco, a dover sposare la sorella di questi, Luisa: “Luisa aveva trent’anni, ma ne dimostrava sedici. Non saprei dire, in realtà, se la magrezza e la povertà del suo corpo fossero indizio di una giovinezza precocemente sfiorita, o se ancora dovesse sbocciare. Era giovane, e vecchia: non aveva età.” Inizia una vita coniugale senza amore (“Non la consideravo neppure come una moglie”) e intristita dalla miseria. Luisa ha portato con sé la madre, vecchia e malata. Paris si lamenta: “Per sfamare voi due, io vivo e fatico, e mi accieco dalla mattina alla sera.” Ha trovato, infatti, lavoro “nella redazione di un piccolo giornale settimanale” e in sovrappiù, per “racimolare qualche altro soldo”, fa il correttore di bozze. Il ritratto di Luisa è quello di una sposa umile, docile e riservata, dal “sorriso malinconico e pietoso”. E ancora: “Una buona, una devota serva: secondo la mia opinione d’allora, questa era Luisa per me.” Taglia e cuce camicie per uomini e “Dopo aver ripulito tutta la casa, Luisa si metteva in capo il suo cappellino spennacchiato, al collo una sciarpetta di lana, e andava a misurar camicie ai suoi clienti.” Nella stanza accanto alla loro, divise da una sottile parete, vive Isacco, che fa il commesso in una “botteghina di libri usati”. Ha circa trent’anni, è di statura un po’ più bassa di Paris, gli piace chiacchierare. Un giorno si conoscono ed Isacco comincia a frequentare la loro casa, a dispetto di Paris che non lo ha in simpatia. Ma quando, approfittando, sembra, di un suo zio ricco, Isacco comincia a portare in casa regali d’ogni specie: fiori, vino, dolci, ecco che le cose cambiano. La sua compagnia è gradita non solo a Paris, ma anche e soprattutto a Luisa, il cui viso ogni volta “s’irradiava di gioia”.
Dunque, come Daria e Silvina, un’altra donna sta per prendere la scena, in questo romanzo che si rivela tutto al femminile. Contagiato dalla gelosia, poiché suppone una relazione tra Luisa e Isacco, la sua vita diventa insopportabile. Spia ogni gesto dei due; non si dà pace: “qui tutto ormai viene da Isacco” dice alla moglie quando Isacco gli porta in dono un paio di scarpe nuove, e ne deduce che “Ormai era chiaro per me che fra lei ed Isacco esisteva un intrigo.” Ed ecco la sfida che Fracchia ci lancia in questo finale, nel quale alla nostra mente non mancano di presentarsi ancora dispersi e vaghi come fantasmi le immagini di Daria e di Silvina: “Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non c’era l’amore.” Non c’è amore tra Luisa e Paris, può esserci allora gelosia? Non solo può esserci, ma, soprattutto se si è stati per tutta la vita perseguitati dalla sfortuna, si può diventare così crudeli da spargere intorno a noi soltanto orrore e disperazione: “Io ero uno di questi” dice Paris allorché, una notte che Luisa si era recata a far visita a Isacco, gravemente ammalato, la chiude fuori della sua camera. Così umiliata, Luisa per la prima volta pensò “una cosa alla quale non aveva mai pensato.” Alla fine del romanzo, quando sapremo tutta la verità su Luisa e scopriremo la dolcezza e la generosità del suo amore, ci resta da porci quella domanda che ci ha accompagnato per tutta la durata di questa lunga confessione di Paris. C’è differenza tra Daria, Silvina e Luisa? O non sono esse, piuttosto, la stessa donna, complessa e meravigliosa, dolorosa ed istintiva che Fracchia ci ha voluto consegnare, nel momento in cui Paris, afflitto dal suo tragico rimorso, rivela: “Ora anch’io, come Robinson, incido sopra un bastone un segno per ogni giorno che passa, e il mondo non è per me che un’isola deserta, sperduta in mezzo al mare. Siamo in due ad abitarla, in attesa di navigare insieme verso il nulla dal quale approdammo per caso in quest’isola abbandonata.”
(fine)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 22.07.05 08:47