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07.07.05

Tommaso Dell'Era: Un ficcanaso (1969)

di Bartolomeo Di Monaco

Dell'Era Un ficcanaso.jpgNasce a Bari nel 1927 questo scrittore quasi sconosciuto, morto settant’anni dopo per un male incurabile. Il figlio, Alfredo Dell’Era, ne traccia un profilo in un articolo intitolato Un caso letterario di là da venire. Notizia su Tommaso Dell’Era, apparso sulla rivista La Vallisa, anno XXIII, n. 67/68, aprile-agosto 2004. Autore di quattro romanzi, Un ficcanaso, del 1969, rappresenta il suo esordio. Seguiranno: I cari baresi, del 1971; e Mozart, del 1991; I cavalieri di san Nicola, del 1992, tutti pubblicati dall’editore Schena, di Fasano.
Un ficcanaso racconta di un suo viaggio in giro per l’Italia, spinto dalla curiosità e dalla voglia di conoscere: “Un ficcanaso? Sì: mi piace sficcanasare in soffitta, se c’è ancora qualche vecchio dio; o in cantina, se è rimasta una bottiglia di quello buono.”
L’autore mostra subito la sua predisposizione all’osservazione e al commento arguto. La sua scrittura richiama alla mente quella di uno scrittore toscano, Renato Fucini, l’autore de Le veglie di Neri. Direi che ai toscani, sarcastici e ciarlieri, si avvicini non solo la scrittura di Dell’Era, ma anche la sua natura di divertito e attento commentatore. Come il Fucini quasi un secolo prima scese al Sud (Napoli a occhio nudo, del 1878), così Dell’Era da Bari prende a risalire lo stivale, pervaso dallo stesso desiderio: “Il controllore, abbozzato un saluto militare, mi spianò il sentiero fra un bivacco di membra e valigie.” Inizia il viaggio.

La prima tappa è Assisi: “Come feci in pochi secondi a precipitarmi dalla cuccetta, risalirvi per infilarmi i calzoni, raccattare la giacca, impugnare la valigia, scavalcare senza occhiali la torpida muraglia e trovarmi sulla banchina?” Osserva ogni cosa con lo sguardo del laico che fa molta tara alle leggende e alle suggestioni, ma che non è privo di sensibilità, soprattutto quando, lontano dal clamore dei molti pellegrini, ritrova il silenzio e la pace che furono di San Francesco e di Santa Chiara: “Non è un delitto rubare una notte all’Eremo di Francesco, rubare al silenzio le voci che lui solo aveva ascoltate, i fantasmi che lui solo aveva visti. E affondare nella terra”. Partito, forse, con l’intenzione di una sfida, egli non sa sottrarsi al fascino di quei luoghi impregnati di spiritualità. Tuttavia, non risparmia i suoi strali contro le contaminazioni della modernità, e quando vede un fraticello che distribuisce a tutti una fogliolina del miracoloso, ma angusto, roseto, si domanda come sia possibile, quando “un’intera selva sarebbe stata insufficiente per appagare – come avveniva – la richiesta.” Pare proprio il Fucini che, nel mentre esalta le bellezze naturali di Napoli, non manca di annotarne le cupe e aborrite degradazioni.

A Gubbio, allorché domanda dove San Francesco incontrò il lupo, e la donna – una venditrice ambulante di latte – gli indica una strada riconoscibile per “le porte del morto”, una tale espressione ha richiamato alla mia mente un personale e lontano ricordo. Sulla facciata delle case, infatti, oltre alla porta d’ingresso principale, è ben visibile una porticina sempre chiusa, un quadratino appena. È proprio quella la porta del morto, da dove, secondo credenze e tradizioni antiche di chissà quanto tempo, facevano uscire il morto dalla casa. Dell’Era si trova davanti al dipinto della Madonna del Belvedere, di Ottaviano Nelli, e così sapidamente lo commenta: “Il solito gusto della miniatura, la solita delicatezza di tratti. Troppo facile: bastava star sull’uscio della bottega per trovar modelli; io stesso, se sapessi appena tener un pennello in mano, ritrarrei la lattivendola: e non deluderei i posteri con una crosta.” Questo pugliese di Bari ha davvero, dunque, lo spirito ribelle di un toscanaccio, difficile da accontentare e sempre deluso per una perfezione che manca agli altri e che solo lui – va da sé – possiede. Sale sulla corriera, essendo “impossibile pellegrinare passo passo questa Galilea francescana” e annota: “il trepido scatolino mi avrebbe condotto lui a sorprese d’incontri, dietro una curva o da un greppo. Il treno, aristocratico egoista, snobba le montagne: un buco, e passa; gli piace andar comodo, fumare sotto le ombrose pensiline tra folla di voci”. Dalla corriera osserva un paesaggio che è rimasto fermo nel tempo, se non fosse per “un’insegnuccia al neon” e un distributore di benzina: “Pietruzze di case giù, e la corriera vi si slanciò sfiorando il ciglio, traballando fra polvere e buche. Mi abbrancai al sedile e guardai l’autista: imberbe, teneva il volante con una sola mano, rivolto al bigliettaio, seduto accanto, in pacifica conversazione.” Giovanni Faldella è un altro nome che viene in mente, leggendo Dell’Era, e soprattutto quel suo Un viaggio a Roma senza vedere il papa, uscito prima a puntate negli anni 1874, 1875 e poi, riveduto in molte parti, in volume nel 1880. Non è un caso che anche per Faldella si faccia un accostamento al contemporaneo Fucini. L’incontro prima con San Francesco e poi, a Todi, nella chiesa di San Fortunato, posta in cima ad una scalinata, con Jacopone da Todi, scuote in qualche modo la sua coscienza laica: “Non fu facile spiattellarmi sul muso quanto mi ero sempre nascosto, e abborracciare una difesa: dovevo (e sapevo di mentire: nulla sarebbe cambiato) dovevo digerirmeli uno alla volta, e pian piano, questi due bocconi che ora m’erano rimasti nel gozzo.”

Viaggiatore infaticabile, ci fa ricordare i tanti famosi letterati che nel passato sono scesi in Italia, da Montaigne, a Goethe (che vengono ricordati), a Dumas, Heine (anche lui presente), e così via, fermando nel tempo con le loro annotazioni un’Italia destinata continuamente a mutare. Si dice che John Ruskin, eclettico e straordinario artista inglese, si portasse dietro una scala, con la quale poter salire ad osservare meglio i monumenti delle città italiane, visitate negli anni 1840 - 1845: Como, Milano, Venezia, Parma, Genova, Lucca, Firenze, Pisa, Roma, Napoli. Un tale amore per il viaggio, alla scoperta di ciò che nel mondo ha saputo compiere l’arte, lo ritroviamo intatto nel cuore di Dell’Era lungo tutto il suo percorso: “come Annibale, mangiavo quando potevo; se non proprio per terra e con un sagulo, certamente pochissimo e spesso sulle cigolanti panche in una marcia notturna di trasferimento; percorrevo infaticabili chilometri sferzato dalla pioggia, abbrustolito dal sole: primo a entrare in battaglia, l’ultimo a ritirarsi.”

Al tempo del viaggio l’autore ha superato appena i 30 anni ma, come si vede, nel sangue scorrono un ardimento e una passione millenari. Addirittura, lungo il viaggio, va da un medico per avere un farmaco che gli permetta di ridurre le ore destinate al sonno! E quel medico, “abituato a consigliar rimedi per conciliare il sonno e non per eliminarlo o ridurlo, si mostrò troppo condiscendente.” Ma il rimedio risolutivo lo trova da sé, dormendo sul fianco sinistro (“vinsi finalmente assalendo la notte sul fianco sinistro.”); in questo modo, con il cuore un po’ compresso sotto il peso del corpo trovava quel disagio sufficiente per dormire solo poche ore. Così ogni mattina si compiace di aver raggirato il sonno: “annodandomi la cravatta allo specchio, mi faccio l’occhiolino: - Anche stanotte l’abbiamo buggerato! – .” Più si va avanti, più si accresce il godimento di una scrittura che ha il suo fondamento sui classici, insaporita da un tocco garbato di toscanità, e scopriamo un autore che fa dello scrivere, oltre che un’occasione di conoscenza, un passatempo brioso al modo del suo allegro viaggio. Ora che siamo al tempo dei computer e il problema è risolto, leggete che cosa pensa a proposito della “macchina da scrivere”, mille volte detestabile, a paragone della penna: “Sento che molti usano comporre direttamente con essa. Come riescono – se mai abbiano ripensamenti – a cancellare una parola, trascriverne una nuova e su questa un’altra e un’altra ancora? Non li sgomentano quei lugubri cavalli di Frisia delle «x» attraverso cui le lettere agitano ancora i moncherini? Se dovesse capitar loro di scrivere «pietà» e il gomito calcasse casualmente il tasto delle maiuscole, quel «piet&», quell’oscena contaminazione di affari e sentimento non li sgomenterebbe?” Dunque, non un semplice libro di viaggio, ma una raccolta, pure, di argute osservazioni, di pensieri in libero passeggio immersi nella realtà di tutti i giorni. Del resto, che il personaggio sia avvolto da una gioiosa e gaudente bizzarria, basta a ricordarcelo quel risvolto di copertina in cui appare la cornice monca della fotografia dell’autore, il quale così si giustifica: “La vacuità del riquadro non è ascrivibile a una deficienza tipografica o ad una valutazione della personalità dell’autore. [...] Che sia il Lettore a ricostruire il nostro aspetto. E speriamo bellissimo. O bello. O bellino. Ma se brutto, inesorabilmente brutto, un brutto simpatico almeno.” E noi un po’ l’abbiamo immaginato. Sappiano che ad un certo punto si definisce “grassottello”, e dunque perché non può somigliare al Pickwick di Dickens, solo sostituendo alla generosa ingenuità del personaggio di quel capolavoro, una più mondana sapienza?

Mi scrive il figlio Alfredo, in una lettera del 6 giugno 2005: “Su Un ficcanaso posso anche fornirle – a titolo, diciamo così, di "persona informata dei fatti" – una serie di notizie, utili per meglio comprendere l’opera e l’autore. La datazione, per cominciare. Pubblicato nel 1969, la sua stesura era però conclusa da tempo, come testimonia in tal senso l’italianista Mario Scotti. Una sua lettera, datata 23 agosto 1965 e diretta a mio padre, è infatti probante: quel giorno Scotti riceve e legge per intero il dattiloscritto di Un ficcanaso, scrivendone all’amico in serata. Abbiamo dunque certezza che, nell’estate del '65, l’opera era compiuta anche se non definitivamente rivista (ci vorranno quattro anni di labor limae prima della pubblicazione – anni durante i quali Dell’Era scriverà, però, un libro di racconti e un romanzo epistolare, entrambi tuttora inediti). Il titolo. Un ficcanaso è il terzo, definitivo titolo dell’opera: i primi due – credo in quest’ordine – erano stati Un uomo di esperienza e Quindici giorni di congedo.
La copertina (o meglio la sovraccoperta). Mio padre aveva pensato al disegno stilizzato di un lungo naso, di profilo, che facesse da spartiacque fra alcune stelle, poste al di sopra, e un fiasco di vino, al di sotto: la rappresentazione grafica, in sostanza, di quelle tre righe che precedono l’inizio dell’opera e ne spiegano il titolo; Nunzio Schena sottopose al suo disegnatore l’idea, ma questi preferì disegnare un enorme occhio policromo, che mio padre accettò di buon grado (posso affermarlo innanzi tutto perché me lo disse, e poi perché quando la sua scelta era davvero irremovibile non c’era verso di fargli cambiare idea: i titoli delle opere in carattere tondo, ad esempio, anziché in corsivo; l’uso di forme scempie come 'inalzare', 'sodisfare', 'susurrare'; 'neofito' per 'neofita', ed altro ancora). Sulla seconda pagina bianca del volume, compare una sorta di monogramma: due V, una rovesciata e in parte sovrapposta alla prima; domandai a mio padre cosa significasse quel simbolo, mi spiegò che era una W – l’evviva – scissa nelle sue componenti e, dunque, nel suo significato: insomma, l’auspicio di poter esultare per il successo del libro, il timore che ciò non avvenisse (il medesimo simbolo ricomparirà nei Cari baresi, ma con l’aggiunta di una nota di sfiducia: in quarta di copertina esso si sdoppierà in due V rovesciate: abbasso, il tempo delle illusioni è finito).”

Quel suo carattere disincantato, ma anche desideroso di porsi generosamente al servizio di chi legge, di partecipargli la sua gioia e la sua fresca vitalità, ha i suoi riscontri, dunque, oltre che nel testo, anche nei nascosti tratti che hanno psicologicamente preparato il suo incontro con il lettore.
A Spoleto ammira la bellezza delle giovani che “sembrano davvero sgusciate dalla tela di quel birbante di un Perugino.”, “non ho visto una vecchia; si rintaneranno per uscire solo di notte, radendo i muri, fedeli ad una legge di bellezza cui altre, quand’esse fiorivano, avevano serenamente obbedito, e queste obbediranno.” Si noti la facilità della scrittura e del disegno. Il concatenarsi di più generazioni, che ossequiano la bellezza della gioventù, è reso con la perfezione e la preziosità di un cammeo. Ci sarebbe più di un esempio da portare a riguardo, ed alcuni si possono rintracciare da sé nei brani riportati.
Vorrebbe acconciarsi meglio per far colpo su quelle giovani, che sono “il miglior esperimento del creato”. Nella foga, vede un bel giovane, “un efebo, e vorrei fermarlo, gridargli – Sei bello! -, se non temessi il vigile a un passo e quei ragazzetti che non mi risparmierebbero umbri commenti.” Dalla cittadina di Cascia, dove ha visitato la tomba di Santa Rita, che però “mi restava muta”, per tornare a Spoleto, si mescola con altri pellegrini, impolverandosi gli abiti e spettinandosi, e salendo sul loro pullman, che lo conduce al paesetto di Roccaporena, dove si trova la casa di Santa Rita. A Ravenna, quando entra in Sant’Apollinare in classe, si sta celebrando un matrimonio, echeggiano le note dell’Ave Maria di Mendelssohn; finita la cerimonia “mi intrufolo anch’io: una manata al ragazzo, un augurio alla sposina.” Ci meravigliamo che non l’abbia addirittura baciata! Dovunque si trovi, Dell’Era vuol partecipare, cittadino del mondo, gustare i sapori dei luoghi visitati, mescolarsi alla gente, sentirsi uno di loro. La sua preparazione umanistica (è laureato in Lettere Classiche) gli consente anche l’uso sapiente di verbi, espressioni, costruzioni sintattiche, vocaboli, alcuni dei quali divenuti rari, insoliti: ruglio, zinale, scolte, cricchiavano, aggreggiato, impendolare, crurifragio, triglifo, sagulo, ghirba, diana, sbrendoli, buschera, scaccino, facendo solecchio, maledissi a mia figlia, insultando alla pagina, cesarie, pallio, misoneismo, niffoli, japigia, lunula, onicofagia, concinnità, indigeti, raggricchiati, scozzonare, inuzzolita, verdumaia, sizza, teterrimo, omarino, strullo, scorzone, sgavazza. Uno di questi, molto bello, ognove, è “di suo conio”, mi scrive il figlio Alfredo. Come “di suo conio”, mi scrive ancora il figlio, è omobile (uomo+automobile). Devo dire che anche per questa spontanea offerta che fa al lettore di vocaboli intrisi di classica bellezza, e così carichi di suggestione e di sapore, il libro vale la lettura.

Camminare molto a piedi non è solo fatica, ma accade che le suole delle scarpe “avevano ceduto alle carezze noccolute dei ciottoli umbri”. Così si reca dal calzolaio e ha modo di volgere lo sguardo su quell’angusto e povero ambiente, pieno di “sbadigli di ciabatte, sandali impiccati, tacchi sbocconcellati. Una tetra spelonca, con un nastro moschicida appeso alla lampada, tempestato di vittime; e un fetore o un aroma di cuoio, secondo gli stati d’animo”. A quelle scarpe è affezionato, lo hanno sempre seguito lungo i suoi ventennali viaggi. Ora hanno perso forma e colore, ma non le cambierà mai con un paio di scarpe nuove “e le porterò con me anche nell’ultima gita. Su questo non transigo. Niente ipogeo, cimitero inglese o viennese? E va bene. Agghindato come gli pare, i pollici intrecciati col rosario? Pazienza. Ma le scarpe le voglio, le scarpe.” Con quelle, una volta riparate, visita la tomba di Dante, ma resta deluso e rivolge un rimprovero ai ravennati: “La colpa è vostra, cari ravennati, e non saltate su a dirmi che avevate tutto il diritto eccetera eccetera. Un certo Michelangelo s’era impegnato di dargli onorevole loco, e di fronte a tale proposta avreste dovuto calare le brache: i nipoti avrebbero provveduto a tenervele su con cinghie d’oro.” Proprio al modo di un’invettiva dantesca, dunque, condita, però, con una strizzatina d’occhio e un sorriso. La scrittura suscita in continuazione sensazioni piacevoli, ricca com’è di impressioni e di spunti, estrosa di avvenimenti e di sorprese. Davvero una gradita scoperta.

Quando è a Ravenna e poi a Ferrara, pare che il suo spirito voli leggero per quei luoghi, dove si sente osservatore sbarazzino di un gatto (“bambino che non vuol diventare adulto”, scriverà più avanti), del monumento a Guidarello Guidarelli (condottiero del XV secolo, il cui sarcofago che lo raffigura vestito della sua corazza si trova esposto a Ravenna nella chiesa di San Francesco), che è baciato da tutte le ragazze (“Le ragazze se lo sbaciucchiano, e chi sa se non combinano altro quando sono sole”.), sui materassi di lana, sempre più rari, sui quali “ripieghi il corpo come in un grembo materno” e “che ti danno fiducia di salutare il nuovo mattino e ritrovare nelle tiepide forme la prova della tua vita notturna.” Di ogni cosa prende nota minutamente: “cavo di tasca taccuino e biro, fedeli duumviri, e prendo appunti.” Lo stile assume talvolta il riflesso telegrafico di quegli appunti. Rimane un po’ deluso del ritratto dell’Ariosto che compare mescolato ai Santi in un dipinto dei fratelli Sebastiano e Cesare Filippi nella chiesa di San Benedetto, a Ferrara: “scialbo volto d’impiegato. Puntiglio stupido.” Pare proprio un viaggiatore d’altri tempi, in grado di trasmetterci, con il solo lucido della scrittura, emozioni e visioni rimaste nel cuore e negli occhi di un gioioso e sedotto innamorato: “mi fingo cose e avvenimenti come fossero miei, come li vivessi io.” Deve però centellinare, fare i conti con il poco denaro, essere previdente. A Bologna entra in un ristorante. Il suo primo pensiero è: “qui mi spellano vivo.” Degusta i famosi tortellini: “Quale blasonato cuoco od oscura massaia li ha plasmati la prima volta? Scoprire una ricetta val più che scoprire una stella. Dove l’ho letto? E chi l’ha detto? Un crapulone o un filosofo? Uno col naso sul piatto o uno col naso per aria? Uno che, intirizzito dagli spazi, sia tornato al tepore della zuppiera; o uno che ha capito la faccenda senza muoversi da casa? Un cinico, un deluso, o soltanto un uomo di buon senso?”

Oltre alla buona cucina, si sa pure che a Bologna le donne hanno fama di essere belle e prosperose. Il Nostro ci fa un pensierino, sta leggendo il giornale e non si decide, si sente impacciato nel dover chiedere informazioni al portiere dell’albergo, dove è alloggiato: “partii da Ventimiglia – Ora mi alzo e gli parlo! – E ogni volta un’altra pagina. A Marsala stimai superfluo risalire lo stivale; mi alzai di botto investendolo di spruzzi e di parole. Si tirò indietro e mi pregò di ripetere la domanda. – Vorrei stare in compagnia stanotte, una compagnia... un po’ raffinata.”, ma, vedrete, avrà sfortuna e resterà all’asciutto; in compenso ci regala una gustosa passeggiata nella Bologna notturna, fino a quando, tornato in albergo, non dovrà vedersela con il sonno, “restituito a Morfeo” per colpa di un “inconsueto pisolino pomeridiano.” Un viaggiatore dalle molte curiosità e tentazioni, dunque, tutte quante sue adorabili dominatrici, e alle quali non pensa minimamente di sottrarsi, più discolaccio che pellegrino. A Modena ha trascorso l’infanzia e la prima adolescenza. Una vecchietta che lo ha conosciuto in quel tempo, gli dice: “Sempre il birbante di una volta...” Poco prima era stato nella Cattedrale della città, dove aveva visto la famosa secchia “di lucido legno”, che aveva scatenato la guerra tra Bologna e Modena e ispirato a Alessandro Tassoni il suo poema La secchia rapita. Tornano i ricordi: “li attendo i ricordi, voglio suscitarli, forzarli qui, dove son nati.” Gira la città alla ricerca del passato (“pellegrinaggio al tempio dell’infanzia”), ma molte cose sono cambiate, quasi nessuno si ricorda di lui.

Qualche volta l’autore non ci dice subito in quale città fa la sua sosta, ci parla di monumenti, di autori del passato, con i quali pare ci inviti ad un ripasso dei nostri studi. La città, così, si affaccia alla nostra visione attraverso le sue bellezze artistiche, più che quelle naturali. Una scelta. Vicenza ci viene incontro insieme con il Palladio: “Mi fa rabbia: una città resa famosa da un tal Andrea di Pietro, lapicida da strapazzo, che si ferma lì per caso, acciuffa un protettore, si rimpannuccia e si fa poi chiamare Palladio.”
I suoi commenti li fa ad alta voce, e la gente si volta a guardare quel curioso passante che parla da solo: “oggi parlo da solo come e quando mi pare: bella davvero se dovessi tener dietro all’opinione altrui. Mi piace sentirmi: dare una voce ai pensieri, proiettarli in una sorta di dialogo, costringerli a dichiararsi ad assumersi le proprie responsabilità: il suono li maschera, se infidi; li nobilita, se onesti; si fa dolce e aspro con essi: e forse neppur questo: il semplice gusto di sentirmi, accompagnarmi...”

A Bassano una coppia di turisti del Nord Europa lo invita ad unirsi a lei, salendo sulla moto-carrozzetta, e il Nostro li avverte: “Sentite, amico: caratteristica dei latini in generale, degli italiani in particolare e dei meridionali in assoluto, è quella di essere individualisti: e io sono meridionale fino alle midolla. Se poi la sociologia mi desse torto, resto individualista per conto mio.” Un Ruskin, dunque che, quando arriva il momento, se ne va in giro in solitaria contemplazione, sol che manca della famosa scala. Dell’Era è un viaggiatore del Novecento che ha ereditato nel dna la grande tradizione europea, più che italiana, dei viaggi culturali. Non c’è fatica, non c’è impresa che lo scoraggino. Una piccola sosta, un breve riposo sono sufficienti a restituirgli le forze, nonché a rivitalizzare il suo spirito di intrepido e sbarazzino ficcanaso.
Sale sulla moto-carrozzetta che lo condurrà a Verona, passando prima per Marostica (“mi addormentai forse: il sogno rosa di un castello, un’ossessione di mura”, scriverà più avanti, ricordandola), in un viaggio durante il quale quella insolita esperienza lo carica di stupore e di entusiasmo. Pranza all’aperto, su di un prato; gli offrono salmone affumicato, lui porge il cognac che quelli quasi si scolano per intero. Dorme sotto una tenda, che gli rievoca ricordi del tempo passato e di un giovane parente morto per un mare incurabile, come capiterà poi a lui stesso. Il suo viaggio durerà quindici giorni, ma ad un certo punto dubita che si tratti di un sogno: “Li ho vissuti davvero quei momenti? Ho incontrato i norvegesi la lattivendola il muratore? Ho rivisto davvero le vecchiette di Modena? Non è forse la solitudine della scrivania?” La vita è anche sogno, quando la si conduce avvinti dal piacere della conoscenza, e dalla certezza di trovarsi in armonia con se stessi, immersi piacevolmente nella realtà.

Il tratto di viaggio intrapreso insieme con i giovani norvegesi carica il racconto di universale umanità, mette in contatto lo spirito aperto e indomito del protagonista con una natura che si offre ora senza confini, pronta a suscitare stupore e gioia.
I due giovani norvegesi riportano, ossia, l’uomo al centro dell’universo, piegano le bellezze dell’arte e della natura alla gloria del Creato realizzatasi nel suo momento più alto attraverso l’uomo. Pare dirci l’autore: non dimentichiamo che il sentimento, l’amore, la reciproca comprensione, il gioire insieme, il sentirsi partecipe di una gioia immensa, sono possibili soltanto attraverso la nostra umanità. Il libro, nel momento in cui, messo al centro dell’universo l’uomo, unisce il sogno alla realtà, assume il suo più profondo significato. Dell’Era non è più il viaggiatore che scopre le bellezze dell’arte e della natura, bensì l’uomo che si sente felice di essere se stesso allorché scopre di essere un uomo tra altri uomini. Perfino la seduta da un medico condotto, che fa anche da dentista, non gli toglie il buon umore. “La bocca spalancata, le unghie confitte nei calzoni” se ne sta curioso ad ascoltare le invettive di quel bizzarro dottore che ce l’ha con la razza umana che “va indietro, è diventata una razza di rammolliti.” Vi si è recato in compagnia dei due nuovi amici e quando arriva il momento che il dottore prega la ragazza di tenere la testa del paziente, il Nostro scrive una delle più belle, dense e tenere frasi: “quella carezza mi dava protezione, un senso che migrava dall’infanzia.” Il tratto tra Marostica e Verona consente all’autore di ribadire una delle caratteristiche del suo stile: quella di chiudere una situazione all’improvviso, e aprirne una nuova che si tiene lontana dall’altra come separata da un vuoto nel cui mistero noi tuffiamo la nostra fantasia. Uscito dal dentista, l’autore si fa trovare nel bel mezzo di un “indiscreto uragano” che infradicia non solo lui, ma anche i due amici, e vengono soccorsi dall’ospitalità di un prete. Quando il giovane norvegese gli presta i propri pantaloni, che gli si adattano a mala pena, egli scopre di essere rimasto – dal momento che aveva fatto con loro il bagno nudo nel fiume – senza mutande! Non è anche un po’ Pickwick il nostro protagonista? Le sue espressioni spesso sono telegrafiche, sintetiche, annullano vari passaggi. Nel visitare la casa del prete, ecco come, affacciandosi alla finestra, descrive il cimitero che gli si para dinanzi: “Al davanzale, l’occhio fra le croci.” Questa qualità di saper conciliare le immagini all’interno di un testo di estrema sintesi, non compare solo qui, ma ne è colmo il libro, al punto che esso ci aiuta addirittura a dipingere nel nostro immaginario il carattere e la personalità dell’autore.

Se egli fisicamente ci può ricordare Pickwick, se il suo viaggio ci ripropone quello alla rovescia di Fucini, allorché, però, agita la sua sferza che gli trasuda nello sguardo e nelle rapide, succinte parole, noi vediamo anche un po’ di Baretti. Ossia, tutto di questo autore meridionale ci porta al Nord, non solo il suo viaggio, dunque, ma anche la sua formazione, la quale, tangibilissima, attinge ai classici greci e latini, ma essi costituiscono soltanto la preziosa base affinché la sua vera natura di uomo libero, senza identità confinate, trovi la sua autentica misura, che è quella di presentarsi al lettore soltanto come uomo del suo tempo. Che cosa è mai, infatti, il suo laicismo conclamato? Che cosa vuol rappresentare la compagnia con i due giovani sconosciuti provenienti da un mondo mille miglia lontano? Che cosa significa quel suo bagno nudo nel fiume?
Quando giunge ad Arquà, non ce lo dice, ma ci mostra la “Fons Francisci Petrarcae”, e allorché entra nella casa del Poeta, non può non essere turbato dalla immagine di Laura, e così, quando la bruna norvegese gli si avvicina, lui scrive, con la stessa tenerezza che già abbiamo annotato più sopra: “Una calda presenza alle mie spalle: seppi ch’era lei, so ch’è lei ogni volta che avverto quel tepore tra la folla di uno stadio o nella solitudine di una lettura. La presi per mano e ci avviammo verso il poggiuolo sui colli.” La donna, dunque: sia essa la giovane norvegese, sia la Laura dei poeti, è colei che accompagna la vita di ogni uomo.

Finalmente è a Verona, i suoi amici se ne sono andati per conto proprio. È di nuovo solo. Verona è la città di Catullo e di Salgari, ai quali rende omaggio, ma è la città subito a stregarlo, con la sua asimmetria, con le sue bellezze che sembrano essere state abbandonate qua è là per caso: “La storia, ogni volta che s’era trovata a passare di qua, aveva dimenticato dei bagagli nella sua fretta: Arena Portici Palazzi Mura: alla rinfusa: e il caso – questo bastardo dell’armonia - aveva compiuto il capolavoro: ti stuzzicava a criticare la asimmetria, la difformità di colori e stili, e ti diceva poi: - Mettiti sotto i Portoni e guarda: ce l’avrebbe fatta lei?–” Non è il suo il resoconto di un cronista, ma lo sguardo di un osservatore addestrato dalla propria inclinazione. Nella città di Giulietta e Romeo la sua natura si sbizzarrisce creando uno dei capitoli più belli: “Il giardino. Sapevo ch’erano frottole; che la tomba non aveva accolto la vergine veronese, ma anonime spoglie o paglia per famelici musi equini o addirittura panni sporchi; che Giulietta non era esistita o, se l’amore l’aveva uccisa, la sua vicenda non era molto dissimile da quelle che rattristano una qualsiasi cronaca cittadina; che di tutto era colpevole un fantasioso poeta: lo sapevo, come certamente gran parte dei pellegrini, e insieme con loro sentivo incrinarsi qualcosa dentro. Già una stanca dolcezza nell’erba, nella rampicante che s’intrecciava da opposte colonne formando un baldacchino, nel chiostro che ci schiuse i suoi archi, nelle colombe sul salice.”

La scrittura sa essere sferzante, dunque, ma sa offrire anche la carezza di un’anima attenta e sensibile. Ha molti registri, che l’autore riesce a controllare senza mai cadere nell’eccesso, sia in una che nell’altra direzione. Ciò che lo guida resta ancora l’amore incondizionato per la nostra terra.
Non ha trovato il tempo di scrivere una sola cartolina, e mancano ormai tre giorni alla fine del viaggio. Scrive una cartolina postale, “la retrodato e l’imbuco poi alla stazione”. Sul banco di un bar-trattoria trova esposti vari biglietti di saluti e auguri preconfezionati, per i quali non c’è da far altro che mettere la firma e spedirli: “un affare per Claretta.” Claretta è un amore giovanile, e l’autore la rivede bambina e gli sovviene quella sua scrittura dai “trepidi caratteri di contadina.” Ancora un ricordo tenero, reso splendidamente: “Un affare per te, quei cartoncini: avresti risparmiato un sacco di fatica e di spropositi, ma non ricorderei dopo tanti anni, una per una, le parole della tua lettera, e quel tamo in cui avevi intuìto la fusione dell’amore con la persona amata, prima che noi inventassimo un bigotto apostrofo.”

Nutre una particolare simpatia per San Zeno; così, a Verona, si dirige verso la chiesa omonima. Il Santo gli ricorda il suo San Nicola di Bari, ma soprattutto gli piace quel sorriso “sornione”. E a proposito del sorriso, confessa:” dove ce n’è uno nel raggio delle mie finanze, vado a trovarlo: appena si bandisce un concorso per custode di un museo etrusco, inoltro documentata istanza: lo troverò un lucumone che mi raccomandi.”
Da Verona, non si dirige, come sembrava inevitabile, a Venezia, ma, salito sul treno, sceglie Pisa, la Piazza dei Miracoli. Forse ha esaurito sia il tempo sia il denaro (“gracile peculio”), e sceglie di avviarsi sulla strada del ritorno. Il treno – è circa l’una di notte – si ferma ad una “stazioncina intirizzita”. Il Nostro si guarda in giro e aspetta la partenza, che non arriva. Fintanto che, spazientito, non chiede ad un ferroviere, che risponde: “E non sapeva dello sciopero lei? Ne hanno parlato i giornali, la radio e anche la televisione.” Accidenti! Come fare? “È fortunato lei.” Fortunato?! “È solo uno sciopero a singhiozzo.”; “Si è trovato alla fine; fra tre ore potrà partire senz’altre fermate.”

Sono i disagi di un’Italia che non va per il sottile e se al nostro viaggiatore mostra le sue eterne bellezze, ad un tempo non intende sottrarlo alle secolari afflizioni. Il protagonista lo sa bene, e ne tiene e ne rende conto.
Mentre passeggia in attesa della fine dello sciopero, la mente torna a ricordare. Non è tanto la sua città che egli rammemora lungo quel viaggio di quindici giorni, bensì la famiglia, la moglie, i figli, nel loro vivere quotidiano, fatto di buona e cattiva sorte. La famiglia è vista sempre come culla da cui poter trarre la propria forza e nello stesso tempo meta ultima per un approdo sicuro: “Le comprerò una borsetta di pelle. Un anno o l’altro mi resterà solo lei [...] E l’uno temere per se stesso la malattia dell’altro, finché verrà il momento; forse è meglio resti sola lei, prima; ha tanta forza quell’affarino di donna: io non ce la farei...” Non è un viaggio nel quale la famiglia può essere tenuta lontana, ma essa, ferma nella sua terra di Bari, in realtà l’accompagna sempre. Noi avvertiamo, così, che quel ricordo, lungo quel viaggio, è vicendevole, e la moglie l’ha lasciato partire solo (“viaggio sempre da solo”; “è un viaggio di piacere”) sapendo che il bello e la poesia si manifestano al meglio all’uomo solitario, che ad esse si dedichi con un amore esclusivo. Tuttavia, il suo pensiero è sempre vicino a lui. Non si scrivono lettere, non si scambiano cartoline, ma nel pensiero stanno sempre uniti. Stiamo leggendo, in questo libro, anche una splendida storia d’amore: non solo per la propria sposa, ma per i figli e, insieme, per la famiglia.

Allorché sul treno si trova di fronte ad un ragazzo “mutolo”, il suo animo si strugge: “Se il cieco e lo storpio muovono a pietà, la parola li restituisce uomini; solo il muto, abbia pure le fattezze di quel ragazzo, è respinto nella ferinità. E non c’è rimedio? So di istituti ortofonici che fanno miracoli: e potrà pagarseli il padre? Che sia solo questione di denaro l’infelicità? Sarà infelice: ora è ragazzo; e da adulto? Potrà farsi una famiglia? A quale mestiere sarà costretto? E soprattutto, come si rassegnerà agli sgorbi di pensiero che solo le mani o le smorfie potranno comunicare?” In realtà quel mutolo – è ancora la vita che gli si rappresenta qual è – non è tale, e gli ha combinato una burla, talché quando il ragazzo scende dal treno, si volta e dice a tutti: “Buon viaggio, signori. Balzò sulla banchina e la sua risata inseguì quella degli amici.” Si giunge al capitolo VI della parte seconda ed è d’obbligo fare una pausa, trattenere il campanilistico respiro, perché è scritto a caratteri maiuscoli il nome della mia città: “LUCCA”. Mi inorgoglisco e si accresce la mia simpatia per l’autore, che sa di certo che la mia città è stata nel passato meta di tanti illustri visitatori, non solo Cesare, Pompeo e Crasso, ma Riccardo, re degli Anglosassoni, morto nel 720, mentre si recava a Roma, e sepolto nella basilica di San Frediano, Martini il Sassone, Carlo V, Machiavelli, Montaigne, Heine, Ruskin, Byron, Shelley, Morgan, De Brosses, Adorno, Borchardt, Joergensen, e numerosi altri.

Mi piace pensare che il “canuto fiaccheraio” che lo raccoglie alla stazione e che lo porta in giro sulla sua “traballante carrozza” guidata da “un ronzino”, altro non sia che il famoso Quartuccio rimasto leggendario nella memoria dei Lucchesi. E di certo era proprio lui.
Così appare all’autore la mia città, “provinciale Babilonia” per i suoi “pensili giardini, fioriti sulle mura”: “Qui c’era poco da dare strattoni: ero davvero sospeso sulla città, e non si trattava di un’erta solitaria: alberi e aiuole che in aerea corona pendevano sulle case, frusciavano sulle torri: cortine che spaziavano in fioriti baluardi, baluardi che s’incolonnavano in passeggiate di castagni.”
A piedi, con il naso all’insù, gira per la città. Si trova di fronte al mosaico di San Frediano, alla Torre Guinigi, che ha in cima i lecci fronzuti, all’angelo che si erge sulla cima della chiesa di San Michele e di lassù domina la città, alla cattedrale di San Martino, con i suoi archi asimmetrici. Vi entra, lo delude il “Volto Santo”, il nero crocifisso di legno portatovi da una antica leggenda, che i cittadini considerano il Re dei Lucchesi, innanzi al quale, papi, re, imperatori, si sono inginocchiati, giunti in pellegrinaggio, e in nome del quale giurava nientemeno che Guglielmo il conquistatore.
In chiesa, poco più in là c’è assembramento di gente. Va e scopre il sarcofago di Ilaria del Carretto, la giovane moglie di Paolo Guinigi, che ha ammaliato e ispirato molti poeti. Ne è contagiato: “Il ritmo della veste si estenua alla cintura per rifluttuare, rigoglioso, nel seno; cecità di palpebre che si schiudono nelle corolle del cercine; tepore di riccioli sui gelidi fiocchi del guanciale: eco di carezze e di tenebre.” Opera celebre e ammirata di Jacopo della Quercia, il Nostro, uscito per andare al treno, si sente costretto a tornare per contemplarla di nuovo: “Ormai sul sagrato, devo tornare da lei. Cinque minuti.”

Finalmente è a Pisa. La notte del suo arrivo, alloggiato in una pensioncina, non riesce a prendere sonno. Entra in un night, il cui spettacolo è deludente e ne esce anzitempo. Va a spasso. Alza gli occhi al cielo: “Un visino di luna. Ha contati i suoi giorni di favole; quando vi salteranno cavallette in tuta (che non vi stiano già saltando?) resterà un vigile butterato, buono soltanto per dirigere un gelido traffico.” Non sarà così, la luna mantiene il suo fascino, anche ai tempi nostri, ma l’autore, nel momento in cui scriveva, intorno ai trentacinque anni, ha indovinato lo sbarco sulla luna, che avverrà di lì a qualche anno, nella notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969. Bello, a Pisa, il ricordo del mare: “Ti rivedo finalmente, vecchio mare. [...] Ti ho sempre amato, vecchio mio. Non sei come le montagne, che mettono soggezione; come me, scapato e musone, generoso ed egoista: bambino che non vuol diventare adulto. Non sono cambiato per fortuna: e non potrei, se ti ho sotto la finestra, se mi basta affacciarmi per una chiacchierata, se mi zufoli nella notte quando cerco stampelle per un verso.”

L’autore ha distribuito intanto, lungo il percorso, piccole tracce della sua persona fisica. Proviamo a radunarle: è grassottello (pesa un “quintaluccio”), ha un po’ di pancetta (“sgonfiai la pancetta”), “scarsi capelli”, “il naso a patata”, “le bozze luciferine”, indossa gli occhiali per correggere una “miopia”, ha la dentiera, soffre del trigemino, è un accanito fumatore (“darei l’anima per una sigaretta”; si mette perfino a raccogliere cicche). Se manca, dunque, la foto nel risvolto di copertina, Dell’Era non ha mancato di descriversi almeno come artista, e a noi poco importa sapere se nella realtà sia stato proprio così.
Laico, scettico, per niente incline alla credulità, non può tuttavia disinteressarsi di Dio: “Dio. Che paroletta semplice: tre lettere: anche nelle altre lingue non si sprecano: tutti vogliono sbrigarsi a pronunziare una parola così pericolosa. E perché sbrigarsi? Che l’immensità sia solo un tenebroso sbadiglio o un’ignota armonia; che tu ci sia o non ci sia, che cosa faremmo senza di te? a chi rivolgeremmo, sempre nuove, le antiche domande?”
Non è, questa di Dell’Era, una struggente professione di fede?
A cavalcioni “sul muretto dell’argine, le gambe penzoloni”, ascolta il “torbido borbottio dell’onda.” Vita e morte lo attraversano per un istante, ed è l’immagine di San Francesco che il laico Dell’Era sente affiorare nella sua mente, nonché il bisogno di una preghiera a cui cerca di resistere: “sarebbe bello davvero che pregassi ora che non ce n’è motivo”. Prova a scacciare il misterioso impulso, ma “Mi trovai in ginocchio, la testa sul parapetto, gli occhi gonfi; e tutte e tutte uscirono, persino la prima preghiera dell’asilo. Bella figura!”

Il suo programma prevede ora la visita di Siena. Deve correre a prendere il treno, ma nel bar dove fa la prima colazione incontra quello stesso “omarino” che, la notte, a Pisa, dal mare lo aveva accompagnato in auto in città, alla sua pensioncina. Gli propone di nuovo un passaggio. Deve andare a Volterra e Siena è sulla stessa strada. Così Dell’Era vive, dopo quella con i norvegesi, un’altra insolita esperienza. Un po’ brilli, dopo un lauto pranzo, mentre sono in auto si mettono a cantare e finiscono per intonare “alcuni canti di montagna”. Non è difficile immaginare che abbiano cantato, come succede ogni volta, anche Quel mazzolin dei fiori che, puntuale, si presenta sempre ai cantori quando si raggiunge l’acme dell’allegria, sia essa spontanea o indotta da una abbondante bevuta, come nel caso nostro. I soffioni di Larderello, che vede a distanza, paiono l’entrata dell’inferno. Così, quando era ragazzo, la madre raccontava all’autista. Passando attraverso una scorciatoia, incontrano un paese abbandonato. Dell’Era vuol scendere, andare a vedere. La vita vi si è fermata. Trova i segni di una esistenza interrotta.
Anche Volterra è su quella china? Gli appare con le sue balze di argilla corrose dalle piogge: città in bilico precario, “precipite”. Ne è commosso: “E anche lei, la vecchia Volterra, si stendeva al sole, dal ventoso giaciglio, fra due strette di mura: le prime, più discrete, raccolte ai tetti e ai campanili; in silvana solitudine le altre: ripide per i poggi, sinuose per le valli, disperse fra gli umidi orti, riaffioranti fra le macchie: e picchiettarsi di caprifoglio, ripararsi alla cresta di un castagno, trapunte dalle radici di un leccio, sdegnose al pallore degli ulivi. E uno sperone come ariete che cozzi contro il vento.” Ci sono città che si sono tramandate e perpetuate nell’immaginario collettivo grazie a descrizioni bellissime di viaggiatori e di poeti. Lungo questo libro, se ne trovano come queste di Volterra, che farebbero gola, se conosciute, alle città cui sono dedicate. Lo si ripete: Dell’Era è un viaggiatore dei nostri tempi, che ha il cuore radicato nella splendida ubertà del passato.

Quando, a Siena, si reca in un negozio per acquistare una borsetta da presentare come regalo alla consorte, sentito il prezzo (“All’udire la sentenza”), “si rintanò il portafogli nel più profondo della giacca. Faticai per condurlo sul banco.” Stiamo ammirando, con questa lettura, un bel monile, in cui ogni tanto si vedono brillare gemme rare.
Si legga anche questa, che pare scritta da un toscano: “Se, in attesa dell’unità nazionale – e del diritto di scannarsi fra Stati – pensavano a scannarsi in famiglia; se nulla e nessuno è stato capace finora di disarmare il latte delle nostre madri, benedetta allora la rivalità: che spingeva un taccagno di Pitti a costruirsi un palazzo da far crepare d’invidia i suoi compari, e questi senesi una cattedrale che ingoiasse S. Maria del Fiore, cappelletta spaurita fra zebrate ganasce.”
Ci va a Firenze, eccome, che conosce a memoria per esserci stato già innumerevoli volte, la prima vent’anni fa, quando, dunque, era ancora un ragazzo. Passeggia per le vie, ammira il campanile di Giotto, entra nel Duomo, poi è l’ora di andar via, di recarsi alla stazione per il ritorno a casa. “Perché viaggiavo?” Non ha una risposta precisa, ma sono tante quelle che potrebbe darsi. Di una cosa è, però, certo: che è “Felice del guazzabuglio di sensi che mi fanno amare questa vitaccia; questa vitaccia che, mettila come vuoi, è mia e non mollo: cicca fra miriadi di falò, ma cicca che io solo aspiro. E forse qui la ragione: girare il mondo (quella fettina di mondo) perché è la mia casa, per sentirvi il tepore che lunghi affetti hanno serbato per me sulle pareti, pareti che io lascerò un po’ più tiepide agli altri. Sì, anche ora: se mi facesse a polpetta quell’autocarro o mi crollasse addosso questa loggia, me ne andrei a pancia piena.” Anche noi ce ne andiamo a pancia piena, dopo aver letto questo ammirevole suo viaggio.


Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 07.07.05 14:48

Interventi

Ma qualcuno le legge queste sterminate recensioni?
Lo chiedo solo per curiosità.
Io mi spavento solo a vederne la lunghezza e rinuncio a priori.

Pubblicato da: morris - 07.07.05 16:38

E' lunga anche questa spiegazione. Non so se vorrai leggerla:-)

Intanto, mi dispiace, morris, davvero. Il tuo intervento mi dà, tuttavia, l'occasione di chiarire la natura del mio lavoro, e così mettere in guardia coloro che non se la sentono di affrontarlo. Quando vedono la mia firma, possono o saltarlo addirittura, oppure andare a "sficcanasare" la sua lunghezza, e quindi, decidere per il sì e per il no.

Premetto che quanto dirò è a prescindere dalla qualità dello scritto, che può essere considerata accettabile o pessima.

Ci tengo a precisare, dunque, che ritengo sbagliato considerare i miei interventi delle recensioni, almeno nel significato che il termine ha assunto ai nostri giorni. Le recensioni di oggi corrono sulla stampa caratterizzate da una sintesi dell'opera, di cui spesso si tace il contenuto, e dalla brevità dello scritto. Le ragioni sono note e comprensibili (necessità di recensire nella pagina più libri; minor tempo a disposizione dei critici di professione e dei lettori, e così via).

Non sono nemmeno dei saggi, in quanto prendono in considerazione esclusivamente il libro di turno, facendo ogni tanto un raccordo con altre opere dello stesso scrittore o di altri autori suggeriti dalla lettura.

Inoltre, riesumano spesso autori e libri dimenticati o passati addirittura quasi in silenzio al momento dell'uscita, com'è il caso de Il ficcanaso (del 1969); libri che non si trovano più in commercio, e reperibili solo presso librerie antiquarie.

Ogni tanto posto anche interventi che riguardano libri attuali, come è stato il caso di Perceber, visto il rumore che si è fatto intorno alla sua uscita, o di Pardini, o di Pallavicini, per citare gli ultimi.

Più spesso, troverai, invece, autori che forse non hai mai sentito nominare.

Ebbene, in questo caso, se tu fossi interessato a conoscere ciò che si è perduto (sempre dal mio punto di vista, ovviamente) saresti il lettore a cui mi rivolgo.

A volte, di un autore vivente, come sarà il caso di Franz Krauspenhaar, preferisco scegliere non l'ultimo libro uscito (Cattivo sangue), ma, per esempio, Le cose come stanno.

Insomma, scelgo a modo mio, per compiere un percorso davvero personale e il cui scopo sta in una miscellanea tra antico, nuovo e nuovissimo, i cui risultati non so quando avrò il tempo di verificare:-)

Un'altra ragione della lunghezza sta nel fatto che gli interventi sono destinati a comporre un libro. Due sono già usciti (http://www.boxerlibri.com/catalog/advanced_search_result.php?keywords=Bartolomeo+di+Monaco)
e il terzo è previsto per il 2006, non so ancora se destinarlo ai soli autori lucchesi (Lucca è la mia città) o rimandare questi al 2007, preferendo per il 2006 altri scrittori tra Ottocento, Novecento e il nuovo secolo. Vedremo.

Raccogliere in un libro recensioni del tipo di quelle che si fanno oggi (non le critico, bada; ne capisco la necessità) non avrebbe senso, perché non direbbero che poche, pochissime cose al lettore.

Dunque: le mie sono semplicemeente delle LETTURE.

Io dico a chi mi legge: ho in mano questo romanzo, mi accingo a iniziarlo, vuoi venire con me? Se mi accompagni, io ti dirò le mie sensazioni a mano a mano che ci inoltreremo nella scrittura. Tirerò poi le mie conclusioni. Tu mi avrai accompagnato in silenzio, naturalmente. Avrai conosciuto le strade che sono riuscito a trovare, e le sensazioni che ho provate.

La mia lettura, perciò, potrà essere motivo di curiosità per iniziare, tu, la tua lettura dello stesso romanzo. E io aggiungo: hai conosciuto le mie strade, le mie emozioni: vediamo se quel romanzo mostrerà a te gli stessi suoi sentieri, offrirà le stesse emozioni, o invece ti spingerà - convinto, tu, di seguire la mia rotta - in un'altra direzione.

Alla fine si potrà avere uno di questi due risultati: 1 - la mia lettura potrà coincidere con la tua, nel senso che abbiamo percorso le stesse strade; 2 - la tua lettura rivelerà un percorso diverso e altrettanto stimolante.

Bene. La mia lettura, proprio per la sua esattezza di contenuto (attenzione, non parlo di qualità), è stata in grado, dunque, di suscitare interesse e di promuovere e consentire un confronto con una lettura diversa; confronto che si potrà, dunque, affrontare non sulla base di generici assunti, ma all'interno dei pori stessi della narrazione.

Non potrà mai succedere, insomma, che tanto il primo lettore che il secondo, il terzo, eccetera, possano bluffare, giacché una delle condizioni irrinunciabili per sostenere il confronto è la lettura incondizionata, piena, attenta, del libro.

Lucio Angelini mi dice sempre: buona la recensione, peccato che sia più lunga del libro. Ed ora direbbe: buona(?) la spiegazione, peccato che sia più lunga dell'articolo postato.

Dovevo. Importanate è che ciascuno sia libero di scegliere e vibrisse, da quando ha ripreso a pieno regime, ha modo di accontentare tutti i gusti, sicuramente anche il tuo, morris.

Voglio solo sperare che non dieci (sarebbero troppi) ma almeno due lettori (io + un altro) si riesca a leggerci fino in fondo:-)

Un caro saluto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.07.05 17:52

Eccomi Bart. Sono l'altro. :)

Pubblicato da: Federico - 07.07.05 18:28

Mi ci voleva proprio, grazie.

Un abbraccio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.07.05 20:10

Invece questa volta ti dico: "Come si può morire di un MARE incurabile?":-)
Era davvero così inquinato il mare da quelle parti?

Pubblicato da: www.lucioangelini.splinder.com - 08.07.05 06:34

Lucio, un refuso su un pezzo di 14 cartelle mi sembra un'impresa memorabile. Cosa stai ad ammiccare, suvvia.
Piuttosto, mi pare poco e punto condivisibile l'idea che l'ottimo Bart ha delle recensioni al giorno d'oggi. In 5mila battute si può dar conto, e in maniera fededegna, del recente Compendio di papa Benedetto XVI non meno che di qualsivoglia romanzo o poema, antico o moderno. Le schede sull'Indice dei libri del mese sono pure più brevi, e non per ciò meno esaustive.

Pubblicato da: giovanni - 08.07.05 07:29

@ Lucio.

Grazie, correzione già on line. Ho letto sul tuo blog il thread di Luca Tassinari su Perceber apparso su it.cultura.libri.

Si è fatto bravo a scrivere Luca, come previdi a suo tempo; tuttavia, mi pare che le recensioni del romanzo di Colombati che ho trovato in rete restino un po' troppo in superficie.

Il pezzo di Luca, lo definirei spassoso ma poco serio. L'irriverenza che lo ispira non mi sembra appropriata. Deve aver letto la rece di Masolino D'Amico pubblicata su Giudizio Universale e riportata ieri su Perceber.com

@ giovanni.

Ci sono recensori capaci indubbiamente di dire molte cose in poche righe, e bravissimi. Tu tra questi, lo sai bene.

Ma - è una mia fortissima debolezza - quel tipo di lavoro "non lo sento".

Sono convinto, ad esempio, per tornare a Perceber, che la chiave per tentare di capire un romanzo complesso come quello è di scendere passo passo dentro la sua scrittura. Renderne conto.

Ossia, il metodo che mi sforzo di seguire con le mie letture avrebbe consentito a molti critici, secondo me, di essere un po' più onesti con questo bravo autore.

Naturalmente per fare così bisogna avere a disposizione del tempo, che purtroppo manca a molti dei critici. Per fortuna non manca a me, che posso trascorrere buona parte delle mie giornate a leggere un romanzo e a annotarne via via i passi e gli spunti interessanti.

E di tutto ciò, come ho già scritto, desidero rendere edotto il mio lettore.

Questo modo di scrivere fa parte di una delle (tante?) libertà che mi illudo di possedere, e ne chiedo venia anche qui.

(fra l'altro, ritornando all'osservazione di morris, il lettore di vibrisse potrebbe copincollare il mio scritto e leggerselo con comodo, sempre che ne abbia voglia e l'autore lo interessi).


Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 08:32

Bart, Masolino d'Amico ha contenuto la sua recensione a Perceber in 4500 battute circa (una cartella e un po': l'avrai letta sul blog Perceber.com). Che cosa sia il libro l'ha spiegato benissimo, e ha anche dato il suo parere. Chiunque vorrebbe esser bravo come lui, tutti dovrebbero imitarlo - o provare a farlo, perché come lui non si diventa manco a pregare in aramaico.
Credo che Leonardo sia onorato di tanta attenzione, d'altronde.

Pubblicato da: giovanni - 08.07.05 09:30

@ giovanni.

Come su vibrisse, anche su Lipperatura è apparso un thread sui nickname, ispirato da un articolo di Rivolta pubblicato su I Miserabili.

Là ho dato una risposta più articolata rispetto a quanto ho scritto su vibrisse. Un lettore mi ha risposto che sottoscriveva parola per parola, e un altro, successivo, poneva la stessa domanda alla quale avevo cercato di rispondere: che cavolo importa, insomma, se mi firmo Caio o Sempronio, questa la sostanza.

Insomma, avevo scritto per niente. Mi aveva letto? Mi aveva capito?
Non ho risposto, ovviamente, ritenendo eplicito quanto da me scritto.

Scrivo questo, perché non voglio ripetermi sull'autorevolezza di certi critici come De Rienzo e D'Amico, ed altri che si sono pronunciati su Perceber. Credo che Leonardo, anche nel caso di giudizi negativi, seppur rattristato, si sia sentito lusingato da tanta attenzione.

Del resto, lo si deve anche al battage che ha preceduto la pubblicazione del libro, che, se da una parte ha tolto delle simpatie al romanzo e forse allo stesso Leonardo, sostituendole con delle antipatiche e mai sopite invidie, dall'altra ha attirato l'attenzione di alcuni critici di fama.

Invece è interessante, se me lo permetti, (tu scrivi stringato, infatti, mentre io ho bisogno di svolgere i miei ragionamenti con molta calma, come è necessario in questo caso) entrare nel merito della recensione di D'Amico.

Egli scrive: "Perceber non è tuttavia al centro della trama, se di trama si può parlare per un'opera ostentatamente straripante in tutte le direzioni: il tema fondamentale e puntiglioso è un altro luogo, ossia la città di Roma, dove si svolge la stragrande maggioranza dei quarantuno episodi."

Rispondo: Sbagliato. Perceber, che appare solo in alcuni episodi, è invece il centro del romanzo. La Roma di Colombati non si reggerebbe senza il collegamento con l'antica Perceber. A mio avviso, questo è un errore che non si può perdonare ad un critico di valore. Ho scritto: "È, tuttavia, nel momento in cui vive la fase di accostamento a Perceber, che il romanzo si colma, come per magia, di significati, e il lettore avverte l’afflato di questa ricerca a dir poco speciale, nascosta sotto una mascheratura dall’apparenza tutta astrologica, mitologica, cabalistica ed esoterica."

D'Amico affronta il libro nella seconda parte del suo intervento, che devo riprendere quasi per intero per essere chiaro nei confronti di chi ci legge senza costringerlo a spostarsi su di un altro sito:

"Joyce tenne inizialmente per sé il suo essersi ispirato al poema omerico, limitandosi a dare qualche dritta ad amici aspiranti commentatori. Colombati invece, fierissimo della propria architettura, la esibisce in continuazione. Al lettore dice nella premessa che può anche fare a meno di tenerla presente, ma poi lo aviluppa di informazioni sulla propria ingegnosità. non solo correda il volume di tavole con gli schemi delle corrispondenze, e poi di molte pagine di note in cui illustra ogni allusione - non solo alla cabala, beninteso, ma a buona parte dello scibile umano, dalla filosofia greca alle canzonette di Fregoli; ma appone anche all'inizio di ciascun episodio un riassunto-spiegazione del medesimo. I riferimenti sono ardui da cogliere, quindi l'autochiosa ha una sua funzione. Ma è una funzione decostruttiva più che costruttiva. Presi in sé, i singoli episodi sono di solito poco rilevanti, a volte i personaggi fanno poco più che camminare raccontandosi qualcosa. Anche quelli di Joyce, si potrebbe dire. Però Joyce, sia pure nella suprema bravura stilistica, è meno preoccupato di fare ammirare continuamente il virtuosismo o la stravaganza dell'espressione.
Joyce, come Gadda, altro modello, non ammicca mai a chi legge, ma lascia che l'oggetto si imponga con la forza della propria esistenza. Colombati non si mette mai da parte. Raccontare, paradossalmente, non lo interessa; nel senso che anche quando imposta una situazione, è poi sempre pronto a accantonarla per lanciarsi in una divagazione eterogenea, e prima che obbiettiamo, a chiuderci la bocca comunicandoci che il capriccio è in realtà giustificato da riferimenti sottilissimi e raffinatissimi. Che fatica seguirlo!"

Quanti grandi scrittori hanno interrotto il filo della narrazione per delle divagazioni (qualcuno, preso da timore reverenziali, è pronto a dire che non si tratti di divagazioni, ma di momenti significati): Omero, Mann, Tolstoj, Melville, cito i primi che mi vengono in mente.

L'unica parte che posso condividere è che Perceber richiede uno sforzo (non direi proprio fatica) maggiore che per altre letture a cui è abituato il lettore moderno.

Ma manca in D'Amico il collegamento tra queste che lui chiama divagazioni e la cittadina di Perceber, che lui ha considerato marginale. E' attraverso di essa che noi possiamo pervenire alla identificazione in una unica personalità complessa dei tre maggiori protagonisti della storia, per fare solo un esempio:

"È, Baldini, il personaggio che per la prima volta tenta di dare al viaggio Perceber-Roma un suo significato che vada al di là del gioco e del divertimento: la ricerca, ansiosa, sperata, ossia, di una cosmogonia che, nell’estinguerci come individui, ci immerge nella dimenticanza, la sola in grado di offrire, attraverso il nulla, una nuova esistenza. Giovanni Migliore, Luigi Dodo, Antonio Baldini [...] altro non sono che tre aspirazioni diverse di un unico desiderio: il cambiamento che si dà nel momento in cui ogni minima cosa è resuscitata, riportata alla luce, non sfuggita, ma bruciata sopra il fuoco della verità. Ciò che ci pare superfluo, inutile, minimo, indifferente, è un ingranaggio vitale ed essenziale del viaggio, senza l’analisi del quale non può darsi alcun mutamento."

Ed anche, come ho scritto ancora nella mia lettura: "Sebbene Roma pulsi vitale come nel film omonimo di Federico Fellini, noi ci troviamo di fronte ad una Roma tracciata dalle sorgenti della parola, pronta a cadere e a svanire nel nulla ove l’autore ne invocasse e decretasse il silenzio. Va ricordato che Perceber è un luogo mitico, dove la parola governa gli uomini, i quali non cessano mai di parlare. Abbiamo davanti, dunque, una realtà dove i muri, le strade, le piazze, le chiese, le fontane, gli individui, l’aria, i colori sono il risultato della parola; caduchi se cade la parola. Troveremo scritto, quasi al termine del romanzo (episodio 32): “il mondo è stato creato nominandolo.” Della parola è sovrano, despota, soltanto l’autore, cosicché la Roma di Giovanni Migliore non potrebbe esistere al di fuori e al di là di questo particolare romanzo. Una Roma né antica né rinascimentale, ma, per la magia della scrittura, una Roma che si adorna di inflorescenze quando gotiche, con trifore e pinnacoli, quando barocche" eccetera eccetera"

Altro che marginale la cittadina di Perceber!

E' ancora la cittadina di Perceber che sollecita questa riflessione:

"Vi si nasconde, a ben guardare, una visionarietà alla Blake e anche di Campana, avidamente assorbita da una prosa in movimento, non importa verso quale direzione, come se l’autore, lui pure in completa libertà, le avesse assegnato il compito di condurre verso l’ignoto, verso il mistero, un forziere da troppo tempo racchiuso nella sua anima [...]Perceber, questa grande nave, che è partita da uno sconosciuto porto della Murcia in un lontano Medioevo, non solo sta incontrando lungo la rotta imbarcazioni piene di uomini, leggeri come l’aria, quasi ectoplasmi in cerca di identità, che anelano di infiggere i loro piccoli sogni dentro un sogno più grande, ma incontra lungo gli stretti passaggi, vuoi dei mitici continenti vuoi dei vicoli della Città Eterna, il suadente canto delle sirene sempre più ingannevoli e incantatrici [...] Che cos’è la modernità, infatti, rispetto all’antico? Non è, quello di Giovanni, il viaggio rinnovato di Ulisse? [...] Colombati ha definitivamente fatto la sua scelta. Il lettore dovrà andarsela a cercare quella grande nave che attraversa il mondo e Roma. Egli la lascia intravvedere, poi la nasconde, poi la camuffa, la trasforma, quasi la immerge nelle acque più profonde; a malapena se ne scorgono, a volte, le vele. Un pastiche, un collage, che si appiccica impetuoso al bastimento, gonfiandolo di forme, di bisbigli, di deliri e di colori. Un delirio alla Lautremont, infatti, pare incunearsi nella struttura del romanzo, mostrando ai nostri occhi una Roma ipnotica e deformata, con la quale dobbiamo fare i conti come sotto i miasmi di una ubriacatura. Un effetto quasi psichedelico, conturbante, contagia la nostra fantasia, s’impossessa di noi, ci fa muovere in una Roma osservata con occhi che stanno guardando - ben al di là del sogno - un qualcosa di sconosciuto, di nascosto che per la prima volta viene alla luce, destato dai sensi occulti e dolorosi che ci tormentano."

Per ricevere queste impressioni dal romanzo di Colombati bisogna immergersi nella scrittura: non basta ossia leggere il libro, né tanto meno "sfogliarlo", come suggerisce disinvoltamente D'Amico, ma fermarsi sulla parola, la vera protagonista del romanzo.

"Il romanzo, dunque, ci mostra il mondo delle parole, il quale è diverso dalla realtà, ma è diverso anche da ciò che noi chiamiamo, con una parola sterminata: Universo. L’Universo non è solo l’infinito, ma l’imponderabile, il non detto, il nascosto, l’impossibile. Come taluni personaggi di questo romanzo che compaiono e spariscono, e ricompaiono, proprio come fantasmi evocati e riconducibili ad un unico protagonista: l’uomo solitario, spaventato e smarrito nell’Universo. Si deve dire che il romanzo fa del disordine e del caos, come pure della libertà, del gioco e della visionarietà, degli elementi in continua, irrefrenabile, spumeggiante, ebollizione."

Perceber è insieme una cittadina antica ed un viaggio verso una destinazione non ancora del tutto nota, ma possibile:

"La ricerca che lo zio di Migliore, il Professor Bologna, fa sui libri antichi, intorno ad un probabile segreto che sta racchiuso nell’Universo e che i sapienti hanno tramandato nascosto tra le parole, non fa che dare al romanzo il segno di un viaggio inscritto nelle ragioni stesse della Creazione, e, pertanto, intriso di quel mistero che sposta sempre più in avanti l’orizzonte del suo compimento. Un viaggio che non ha fine, dunque, una rinascita che è solo possibile, forse, attraversando il Nulla."

Troppo lungo, lo so, ma come fare a dimostrare la differenza tra due modi di leggere il romanzo? Il mio non è certo il migliore, senza dubbio, ma è il modo "che sento" e - consentimi di dire - quello che mi procura più emozioni e - sempre a mio giudizio - quello che lega assai di più il lettore al libro.

Perceber di Colombati è stato solo un esempio che mi hai dato modo di rappresentare, e di ciò ti ringrazio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 11:32

Sogno da mesi di avere tra le mani un libro di Tommaso Dell'Era...ho ordinato a marzo 2005 "Cari Baresi", ma forse dovrò attendere il 2006, boh, chi lo sa. Sono tanto curiosa di sapere cosa Dell'Era ci scriveva. Peccato, non mi è dato saperlo.

Grazie

Gabry

Pubblicato da: Gabry - 08.07.05 11:42

Gabry,

in privato ti mando l'e-mail del figlio, Alfredo Dell'Era, al quale puoi domandare.

Ciao.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 11:49

Caro Bart, è ammirevole il tuo impegno esegetico verso il libro di Perceber. Consento che ci siano le intenzioni che tu hai trovato e d'Amico no, ma lasciami dire che sono troppo celate. In quanto alla cosmogonìa, in un'intervista che ho letto e pubblicato, Leonardo racconta di aver scritto concepito il libro come fuga dalla realtà. E come si concorda questo con la presunta cosmogonìa che avrebbe costruito?

Pubblicato da: giovanni - 08.07.05 11:58

Non ho parole, grazie Bart, che bellissimo regalo :-)

grazie grazie grazie

Gabry

Pubblicato da: Gabry - 08.07.05 12:16

@ Gabry.

Spero di esserti stato utile.
Ciao.

@ giovanni.

Nella mia lettura che apparve su Perceber.com sono spariti i commenti. Colpa della tecnologia troppo sofisticata, forse.

Per fortuna ho conservato ciò che mi scrisse Leonardo, proprio lì nel suo sito, e che è la migliore risposta che possa darti:

"Caro Bartolomeo,
ho appena finito di leggere ciò che hai scritto su "Perceber". Mi è sembrato che tu abbia miracolosamente capito tutto - o almeno molto di più di quanto abbia capito io; come se tu avessi sostituito i tuoi occhi ai miei, e la tua lingua alla mia. Ti ringrazio molto. E' stato un puro piacere.
Posted by: Leonardo Colombati at 13.05.05 10:06"

Ossia, come mi pare di aver scritto nella stessa mia lettura, il romanzo di Colombati si presta, per la sua complessità, a più interpretazioni certamente. E, come sai, le intenzioni di un autore sono una cosa e i risultati del romanzo sono un'altra. Non per colpa dell'autore, ovviamente, ma perché il romanzo vive, una volta partorito - proprio come un essere umano - di vita propria.

Importante è dare una logica al percorso che un esegeta compie, suffragandola con brani del libro, affinché la sua lettura non appaia ingannevole.

Immagino comunque che tu ti riferisca a questo punto del mio scritto:... "la ricerca, ansiosa, sperata, ossia, di una cosmogonia che, nell’estinguerci come individui, ci immerge nella dimenticanza, la sola in grado di offrire, attraverso il nulla, una nuova esistenza."

Questa è, poi, la conclusione del mio scritto: "un viaggio inscritto nelle ragioni stesse della Creazione, e, pertanto, intriso di quel mistero che sposta sempre più in avanti l’orizzonte del suo compimento. Un viaggio che non ha fine, dunque, una rinascita che è solo possibile, forse, attraversando il Nulla.

L'operazione di Colombati, così come io l'ho interpretata, dunque, è assai ambiziosa e suggestiva, e non configura un annientamento definitivo, ma un passaggio (così come c'è un passaggio tra la cittadina di Perceber e Roma, attraverso la famosa tazza del w.c.) per una rinascita, i cui contorni sono affidati ad una cosmogonìa nuova, tutta da definire, ma sicuramente migliore (forse stanno qui le ragioni del cognome del protagonista?), frutto del nulla in cui si è tuffata la vecchia cosmogonia.

Il nulla di Colombati è lo stesso nulla, quello sì immutabile e eterno, che esisteva prima del nostro Universo, il quale Universo forse rappresenta la rinascita di un altro Universo che sia transitato attraverso il nulla chissà quanti millenni fa. Il nulla non sterile, insomma, ma grandemente fecondo.

(Eppoi: quante volte Colombati ha dichiarato - perfino ai muri - che ha impiegato 11 anni a scrivere il romanzo e non 7, come scrive D'Amico!)

Ciao.

Bart


Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 13:24

Credo di essere il lettore italiano che più volte ha letto Perceber. Se non l'ho inteso bene quanto te o altri, questa è colpa mia, e ne faccio ammenda. Al termine di letture millanta che tutta notte canta, non ho riscontrato particolari intenti conoscitivi nel libro di Leonardo Colombati. Se la Parola è tutto, dev'essere Lògos, quello del prologo di Giovanni: e non mi sembra che la parola di Leonardo ambisca a tanto, né vi riesca (ovviamente, no?). E, dopo letture millanta etc., addébito all'autore la carenza di dubbi e la conseguente certezza che la parola, cioè il tutto siano. Dice François Ricard citato dall'eccelso Massimo Rizzante che il romanzo guarda il mondo dalla parte di Satana. Dov'è Satana in Perceber? So che è citato, ma quel che manca è il suo punto di vista.

Pubblicato da: giovanni - 08.07.05 13:36

"il romanzo guarda il mondo dalla parte di Satana", beh, non sono convinto che sia sempre così; è una frase ad effetto, ma sulla verità che contiene avrei più di un dubbio.

Direi, invece, che il romanzo contiene sempre in sé (ed è la sua spinta)l'eterno conflitto presente nella realtà tra il bene e il male, non ché il confronto tra il visibile e l'invisibile, tra ciò che è consapevole e ciò che è inconscio.

Non c'è romanzo che ne sia immune (ma anche la fiaba, la novella, il racconto) proprio perché esso è generato dall'uomo, coinvolto in questo gioco di luci e di ombre.

Tornando a Perceber, il percorso che conduce a quel nulla da cui può principiare la rinascita, altro non è che un percorso di corruzione, di contaminazione. E' lo stesso autore a scrivere: "“Ogni raro passante è un’Ombra marrone cioccolato a guardia di qualche mistero. [...]... è anch’egli una Presenza esoterica, un Fantasma romano rinchiuso in un Cerchio di Devastazione.”

Il punto di vista presente in Perceber è assai più del punto di vista di Satana, giacché è il nostro punto di vista, quello, ossia, di una umanità disorientata, alle prese con un naufragio che chissà da quanto tempo si prolunga, generando mortificazioni e illusioni, desiderio di purezza e contaminazioni; desiderio di non svellere le radici che ci collegano all'antico e le lusinghe di una modernità sfrenata, anche nei sensi.

Perceber, come ho scritto, è una nave che tenta di raccogliere lungo il viaggio questi naufraghi, ai quali non dà illusioni ma indica che c'è una sola rotta possibile per ridisegnare l'universo: quella di attraversare il nulla.

Ho trovato molto bello questo tema, che c'è, non è affatto celato, Se non ci fosse la cittadina di Perceber, forse, non si comprenderebbe, ma questa ipotesi viene meno perché Perceber c'è. Chi marginalizza la cittadina medievale di Perceber, come ha fatto D'Amico, fa della sua una lettura asettica, incolore e insapore. Abbatte le vele della nave, ne spezza il timone, trasforma un elegante galeone in un relitto. Non lo si può fare.

Solo ora voglio confidarti che molti anni fa (raccolta in un mio libriccino oggi introvabile, - come succede a tutti i libri di autori più che sconosciuti come me - intitolato "La culla della luna", del 2000, a pag. 99) scrissi una storia dal titolo "L'antico borgo".
Ebbene in questa città non si faceva altro che parlare.

Vorrai essere indulgente con me se ne riporto un brano:
"Al mattino molto presto, fu svegliato da alte grida; saltò il letto e tornò a guardare dalla finestrella, e vide molta gente radunata nella piazza.
Su di un lato era stato allestito un palchetto e un uomo, da lì, parlava a gran voce. La gente, accalcata intorno a lui, invece di starlo a sentire, urlava a sua volta.
Infine l'oratore scendeva e un altro prendeva il suo posto. Strillava e la gente, come prima, si metteva a gridare insieme con lui.
Tutto si ripeteva con un altro, e un altro ancora, e così via.
Ludovico, incuriosito, scese in strada, e fu colpito da un'altra stranezza di quella gente. Tutti coloro che incontrava, parlavano ad alta voce, anche chi andava da solo, e questo comportamento sembrava naturale.
Parlavano di tutto, anche di cose intime e, tranne Ludovico, nessuno faceva caso a quei discorsi. Un uomo smanaccava e si tirava il collo con le mani, imprecava; una donna si lamentava contro la vita, camminando sottomuro; alcuni vecchi ricordavano avvenimenti della giovinezza.
Ludovico si spaventò a morte, e cercò di nascondersi in una viuzza deserta. Ma incontrò ancora gente che urlava, finché non scorse un portone socchiuso, mezzo sgangherato, che pareva attendere proprio lui.
Vi entrò."

Forse è anche per questo che ho sentito molto Perceber.

Ciao.

Bart


Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 15:20

Giovanni, Bartolomeo,
scusate se mi intrometto nella vostra discussione (vi sto leggendo con piacere e con una punta di orgoglio). Vorrei solo dire qualcosa a proposito di queste parole di Bartolomeo: "L'operazione di Colombati (...)non configura un annientamento definitivo, ma un passaggio (...) per una rinascita, i cui contorni sono affidati ad una cosmogonìa nuova, tutta da definire, ma sicuramente migliore (forse stanno qui le ragioni del cognome del protagonista?), frutto del nulla in cui si è tuffata la vecchia cosmogonia".
Ecco: come già in passato, mi pare che Bartolomeo abbia più di tutti "centrato il bersaglio". Il fallimento più vistoso di un'opera programmaticamente fallimentare come Perceber sta secondo me nel non aver reso più esplicito il fatto che il suo finale è (o dovrebbe essere) "lieto".

Pubblicato da: Leonardo Colombati - 08.07.05 15:40

Caro Leonardo, mi fa ovviamente piacere ciò che scrivi.

Sono convinto che il tuo romanzo abbia avuto delle letture non congrue, e molto ingenerose, che non meriti.

Forse saprai già che io preferisco il romanzo tradizionale e storco la bocca quando affronto libri che se ne discostano.

Tra i miei modelli c'è il tanto vituperato Manzoni, e Bacchelli.

Ma so che ogni romanzo, al di là di come sia scritto e strutturato, ha dentro di sé dei percorsi tracciati dall'autore, ma anche dallo stesso romanzo. Immagino che avrai percepito quei momenti magici in cui il romanzo va per conto suo e ti costringe a porre attenzione ad altro da ciò che avevi programmato. E' il segno della sua vita autonoma.

Il tuo romanzo è difficile. Lo dicono tutti i lettori; però quanti si sono impegnati a scendere davvero nella tua scrittura?

Ecco è questo che non mando giù: leggere giudizi che sono frutto di uno "sfogliamento" delle pagine del tuo romanzo.

Avrei detto lo stesso per un altro romanzo e per un altro autore.

Se c'è una cosa che si vede, quando scrivo di un libro, è quella - non voglio elogiarmi ma esporre la mia serietà in ciò che faccio - è quella che il libro non solo l'ho letto, ma l'ho percorso. Poi è possibile che non lo abbia capito, smarrito nei suoi meandri.

Si dice che il tuo libro sia faticoso. Il mio modo di leggere il libro - tutti i libri - compie ogni giorno questa fatica. Tutti i libri la meritano. Ed io sono nella posizione di non poter mendicare scuse per giustificare una lettura affrettata e superficiale, avendo, per mia fortuna - ritiratomi dal lavoro - abbastanza tempo da dedicare ai libri.

Non c'è libro che non meriti il rispetto del lettore, giacché non c'è libro che non tracci il percorso di un'anima.

Ho letto, mi pare scritto dal bravissimo giovanni, un giudizio assai ingeneroso (sbagliato, secondo me) nei confronti di uno dei miei autori preferiti: Raffaele Nigro. Sto leggendo "Malvarosa" e fra qualche tempo ne scriverò. Non è forse all'altezza de "I fuochi del Basento", ma ne dà motivi di riflessioni, all'interno di una scrittura certamente invidiabile e classica!
Vedremo.

Stammi bene.

Con grande affetto.

Bart


Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.05 17:20

"(...) però quanti si sono impegnati a scendere davvero nella tua scrittura?
Ecco è questo che non mando giù: leggere giudizi che sono frutto di uno "sfogliamento" delle pagine del tuo romanzo.". Quel che sorprende, in una persona discreta come sei tu d'abitudine, è questo atteggiamento di censore verso lettori diversi da te. Il romanzo assume il punto di vista di Satana quando suggerisce il dubbio ontologico: esistiamo o no, il mondo esiste o no? Così fa Don Chisciotte, maestro di tutti i romanzieri moderni, per esempio. Non è per niente una frase a effetto, se uno ha letto un po' dell'Arte del romanzo di Milan Kundera, e sempre per esempio.
Più in generale, sorprende, in una persona discreta quale tu sei, Bart, questo atteggiamento censorio verso gente che legge libri e insegna con perspicuità metodica da anni a questa parte.
Conversare vuol dire anche nascondere anche il proprio sé e lasciare che siano le idee a parlare.

Pubblicato da: giovanni - 09.07.05 07:00

giovanni, forse ho ecceduto. Ne chiedo scusa. C'è stata una ragione precisa che mi ha irritato ed è proprio quel suggerimento che D'Amico ha rivolto al lettore di "sfogliare" il romanzo di Colombati.

Sono convinto che è un pessimo suggerimento, e non doveva venire da un bravo e autorevole critico come lui.

A questo punto, mi sono lasciato - quasi per contrapposizione - trascinare dall'orgoglio di porre davanti al lettore il mio modo di leggere il romanzo, quella mia fatica che non ha altro significato che onorare il lavoro altrui.

Ho scritto: "Non c'è libro che non meriti il rispetto del lettore, giacché non c'è libro che non tracci il percorso di un'anima." Che è una frase che può far sorridere, ma che contiene tanto di ciò in cui credo.

Ho pensato anche: Che cosa prova un autore quando sente dire del suo romanzo che è sufficiente sfogliarlo e soffermarsi a leggere solo in qua e là?
Meglio sentirsi dire che è un brutto romanzo, non trovi?, piuttosto che vederlo fatto a pezzi da una lettura a macchia di leopardo.

Confesso di avere maturato un pregiudizio: che qualcuno scriva sui libri, ne faccia una recensione, sfogliandoli, proprio come suggerito da D'Amico.

Preferisco di gran lunga il critico che interrompa la lettura perché il libro è per lui illeggibile, e faccia cadere su di esso il suo silenzio.

Se il mio pregiudizio potesse convincere che "sfogliare" un libro, e magari scriverci sopra, è azione riprovevole e irriguardosa, mi ci prostrerei davanti, giaculando.

Comunque mi scuso di nuovo, se ho trasceso.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.07.05 07:39