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16.07.05

Sulla letteratura

di Fabio Fracas

L'altro giorno stavo riflettendo con il curatore di Vibrisse cercando di spiegargli il perché di alcune mie recenti scelte. Se qualcuno fra voi già mi conosce, sa bene che per me il tempo dell'"agire" è condizionato - successivo - al tempo del "capire". Per questo motivo - non capendo cioè io alcune cose, alcune situazioni - ho temporaneamente smesso di inserire interventi qui, su Vibrisse, e la, su l'arte di leggere.

Questo mio personale disagio l'avevo già cercato di esprimere in un piccolo post pubblicato qui sul mio blog "di servizio".

Il punto è questo: "possono le disquisizioni sulla letteratura essere più importanti - o sostitutive - della letteratura stessa?"

Dal mio punto di vista non si tratta di un problema da poco bensì di una vera e propria soglia di definizione. Prima della soglia c'è l'opera, il libro, il concetto sul quale voglio ragionare, riflettere, intervenire, confrontarmi, dibattere. Oltre la soglia c'è l'oggetto del ragionamento, della riflessione, dell'intervento, del confronto, del dibattito, una volta che questo è avvenuto. Se i due oggetti - quello del prima e quello del dopo - sono diversi vuol dire che il fulcro della discussione si è spostato. Potrei spingermi oltre: se la discussione che inizialmente verteva su un tema si è poi spostata su un altro - togliendo così forza o centralità al primo argomento - i casi sono solo due. O si è deciso che il secondo argomento è più importante - o magari più interessante -del primo oppure, più semplicemente, si è andati fuori tema.

La mia personale opionione è che molti degli ultimi dibattiti sulla letteratura siano andati fuori tema. Si sia perso, cioè, il riferimento orginale dal quale si era partiti per arenarsi - è solo una mia opinione - in sterili disquisizioni sul nulla. Quello con la "n" minuscola.

Naturalmente anche questo ragionamento è passibile di analoga analisi ed è questo il motivo per il quale ho preferito osservare a lungo quello che succedeva - non solo sui blog - prima di proporvelo. Ritengo però che forse - solo forse - oggi i tempi siano maturi per affrontare assieme questo argomento e, soprattutto, per confrontarci sul valore che il metatesto deve assumere in relazione al testo.

Che dite: ci proviamo assieme?

Pubblicato da Fabio Fracas, il giorno e l'ora: 16.07.05 10:58

Interventi

Caro Fabio,
mi hai tolto i pensieri dalla testa. Non appena avrò un attimo di lucidità, dirò la mia.

Pubblicato da: Federico - 16.07.05 12:51

Caro Fabio, io sono molto d'accordo con te. Tanto è che dal 2003, con altri/e compagni/e, ogni tanto ci sentiamo e scegliamo "storie", a volte fra quelle appena uscite altre fra quelle dimenticate. Io non so dove tu viva, ma qui a Roma però, se ami le biblioteche e vuoi un po' appoggiarti ai Circoli di Lettura (come lettrice, beninteso) devi fare i conti con certe "signorone" che più di libri tendono a beatificare i Consigli d'Amministrazione (delle biblioteche comunali). E, per quanto riguarda le inziative pubblice invece, Cordelli - ben più noto di me - ha sollevato di recente un problema sui finanziamenti dalle pagine del Corriere della Sera(ne parlo su www.ilpostodeilibri.it). Questo lo dico perchè ho dato un'occhiata al sito che viene fuori cliccando il tuo nome e ho immaginato che da voi (a Padova?) fosse più facile organizzarsi, per leggere. Qui da noi ripeto, o fai da te - tutto da te! - o c'hai le signorone ridicole che dicono "il mio circolo" come nella migliore commedia all'italiana! A proposito - anche se è estate e tutti vanno al mare, io non so se per fortuna o per sfortuna "mi massacro le palle" al mare - mi potresti dire voi come vi muovete per ciò che riguarda appunto i finanziamenti? Così magari giro la risposta a Cordelli che la può girare a Borgna, tipo proposta. Grazie

Pubblicato da: angela scarparo - 16.07.05 13:56

@Angela

purtroppo devo confermarti in quello che hai scritto nel commento: tutto quello che faccio - anche con altre associazioni come The Andromeda Society, risponde alla legge delle 4A. L'ultima, quella che fa riferimento al tuo caso è: Autofinanziamento. Da tempo collaboro con le istituzioni solo in relazioni a "progetti" e limito le tipologie di finanziamento - quando le cerco - alla stampa di qualche volantino o manifesto o, al più, al gettone di qualche relatore particolarmente importante secondo i canoni dell'amministrazione. Un saluto,

Pubblicato da: Fabio Fracas - 16.07.05 14:52

Il problema che poni è piuttosto complesso.
Ed è probabilmente facile cadere, discutendone, in una "disuqisizione", viaggiando solo lateralmente al nocciolo della questione.
Certo, bisognerebbe provarci.
Bisognerebbe.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 17.07.05 15:19

@Roberto

Proviamoci allora... E se cadremo in una sterile disquisizione speriamo che altri - dall'esterno - intervengano per riportarci verso, come dici tu, il nocciolo della questione.

Pubblicato da: Fabio Fracas - 17.07.05 15:27

Ma qual è, esattamente, "il nocciolo della questione"?

Pubblicato da: mauro - 17.07.05 19:48

@Mauro

Ti riporto semplicemente quanto scritto... "Il punto è questo: "possono le disquisizioni sulla letteratura essere più importanti - o sostitutive - della letteratura stessa?""

Pubblicato da: Fabio Fracas - 17.07.05 21:09

Più importanti o sostitutive no, "parte di", secondo me si (anche il gossip letterario? boh?)

Pubblicato da: Vincenzo - 17.07.05 23:10

Ma come mai ti poni questo problema? Proporlo in questo caso mi sembra fuorviante.
Quanto hai detto circa la sterilità delle ultime discussioni rimane, secondo me, un giudizio di valore sulle stesse, non tira in ballo il problema che poni.
Giulio Mozzi sostiene, per esempio, che anche la lista della spesa è letteratura, nel senso che l'ideologia letteraria si esprime soprattutto su cosa fare nella letteratura, non è la sua definizione - anche se, per esistere, non può distaccarsi dal problema di cosa sia la letteratura tout-court, per esempio, già dire 'anche la lista della spesa è letteratura' fa parte di un'ideologia letteraria -.

Quindi sicuramente la 'discussione', che è poi la critica, essendo letteratura, è interna a ciò su cui essa stessa si pronuncia, per sostituire la letteratura dovrebbe sostituire se stessa...e la coscienza di ciò dovrebbe, tra l'altro, evitare il suo proprio degenerare, sempre assicurato quando si chiama fuori da ciò di cui parla.

Insomma in ciò che dici non vedo il problema, vedo solo il giudizio.
La critica si sostituisce sempre al suo oggetto, parla di se stessa e delle proprie idee , è fuori tema per definizione, soltanto che quando è buona critica, da l'impressione di parlare proprio del suo oggetto intravedendovi interessanti spunti di
riflessione in quanto espone la propria sensibilità a ciò di cui parla - continuando a parlare di se stessa -, quando è cattiva critica è esclusivamente autoreferenziale, cioè, insensibile, utilizza il suo oggetto più o meno come feticcio che le garantisce d'esistere, manifestando attraverso di esso i propri vuoti.
Così finisce a disquisire del nulla (il proprio).
Insomma il critico è sempre in mutande anche se non lo sa, per questo raramente risulta dignitoso.


Pubblicato da: m.lippolis - 18.07.05 03:20

Davanti ai bar, nella piazzetta del paese, accanto alla macchinetta del caffé - quella che sembra un distributore di benzina, solo un po' più slanciato - si disquisisce in abbondanza. Di soldi, di amore, di sesso, di successi sportivi, delle promozioni dei figli, di case più grandi e non più in affitto, di rivincite con chi ti ha umiliato, di capiuffici, di automobili meno d'antiquariato, di mogli che non sono più come da fidanzate. E ancora di pance piatte, toraci tonici, occhi meno imborsettati, capelli meno svaporati, aliti meno pesanti, ipermetropie inesistenti. Si disquisisce di un sacco di cose che non si hanno o non si riesce a fare. Ogni tanto qualcuno fa qualcosa, e allora si disquisisce pure di quello.

Pubblicato da: mauro - 18.07.05 07:09

@m.lippolis

effettivamente c'è una differenza anche filosofica fra il mio pensiero e, per esempio, il pensiero che tu citi di Giulio. Io ritengo che definire la lista della spesa come letteratura sia sotanzialmente un sofismo. Molto utile, e qui sta la provocazione di Giulio, per spiegare alcune forme del suo pensiero e del suo porsi in relazione al "fenomeno" letteratura. Sul concetto poi di "ideologia letteraria" sono molto - personalmente - lontano dalla sua comprensione. Ti riporto - e lo faccio anche per chiarirmi le idee - cosa sia un'ideologia secondo il dizionario della lingua italiana:
"1) (filos.) termine introdotto dal filosofo francese A. Destutt de Tracy (1754-1836) per designare la sua dottrina sensistica della formazione delle idee a partire dalle sensazioni
2) nella concezione marxiana e nel marxismo in genere, l'insieme delle concezioni culturali, politiche, religiose ecc., con cui una classe dominante giustifica i propri interessi: l'ideologia borghese
3) sistema d'idee che costituisce la base per l'azione politica e sociale: l'ideologia liberale, marxista, cattolica
4) complesso di credenze e di valori propri di un gruppo sociale, di un popolo o un paese: l'ideologia nazionalista, americana."
Anche sul concetto che la critica si sostituisca sempre al proprio oggetto ho dei forti dubbi. Mi occupo di critica - prima cinematografica e assieme, poi, letteraria - dal 1985 e ho visto colleghi che rientravano nella tua definizione e colleghi che, invece, avevano - e hanno - trovato altre forme di critica basate sul rispetto dell'oggetto. Non credo esista un'unica modalità di approccio.
Infine, sul perché del mio intervento, ti confesso che mi sono posto il problema proprio perché mi interessa comprendere quale sia la vostra opinione riguardo alle sensazioni che, in questo ultimo periodo, mi hanno spesso accompagnato.

@Mauro

quello che dici è giusto ed è anche motore di cultura e di conoscenza. Dal mio punto di vista - però - rappresenta solo una visione parziale del problema. Tu non credi?

Pubblicato da: Fabio Fracas - 18.07.05 09:21

Io sono d'accordissimo con m.lippolis: la critica è fuori tema per definizione ed autoreferenziale sono due definizioni perfette.
Perchè bisognerebbe spostare il tiro leggermente e parlare di sociologia della critica (e della fruizione letteraria): è un momento di aggregazione, di socializzazione attorno ad un argomento comune e identificante. Sul web ancora di più.
"Ogni tanto qualcuno fa qualcosa, e allora si disquisisce pure di quello" come dice Mauro, ma si disquisisce per disquisire, L'oggetto poco importa.

Pubblicato da: Vella - 18.07.05 09:55

@Vella

Noto che si stanno delineando due distinte posizioni: quelli che - come Federico, Angela, Roberto Tossani e Vincenzo - vedono il problema e credono che esista una "funzione critica" e quelli che - come m.lippolis, mauro e te - reputano "la critica fuori tema e referenziale per definizione". Sotto tutto, poi, noto che sta emergendo anche il concetto di "momento di aggregazione" che, invece, dalla mia iniziale riflessione era escluso. Non per mancanza di sensibilità da parte mia - almeno spero - quanto perché non permeante della funzione critica. Eventualmente, comunque, se ne può parlare in un secondo momento se lo reputate.

Pubblicato da: Fabio Fracas - 18.07.05 10:24

(ot) come si fa adesso per segnalare una notizia per vibrisse?

Pubblicato da: fabrizio venerandi - 18.07.05 11:58

Sai, dire che una frase è un sofismo molto utile per spiegare un proprio pensiero (e non per 'capirlo', a prescindere dall' intenzionalità dell'autore), significa che non è una provocazione se non nei termini in cui il linguaggio stesso non può andare oltre la provocazione, il sortire un effetto che faccia riflettere su un concetto. Si può usare qualunque tipo di artificio linguistico, più è complesso il concetto più risulta importante un impegno retorico etc.
Non dico questo per cavillare, ma siccome sostieni che c'è una differenza tra il tuo pensiero e quello di Giulio Mozzi che però non mi sembra spiegata più avanti nel tuo scritto, volevo dirti che non la ritengo spiegata neanche dalle espressioni che hai usato a proposito della frase da me citata.

Per quanto riguarda l'ideologia, io intendo questo termine nel senso di qualunque sistema di idee che non metta in discussione se stesso. Sarebbe a dire ciò che non è filosofico, e può anche essere una filosofia nel momento in cui è fuori dall'atto del suo stesso prodursi.
In questo senso, l'arte stessa non può che fondarsi ideologicamente - attenzione, non dico che necessariamente il risultato artistico sia ideologico, il discorso qui diventa molto sottile, ma anche fuori contesto -.
Su un mio vocabolario, non so quale chè si è estinta la scritta, una delle definizioni, quella che riguarda il mio discorso, dice: "sistema di idee che costituisce la base di un movimento".
Ecco, qui manca il movimento, ma non è necessario vi sia un movimento perchè qualcosa sia ideologico, basta che lo preveda.

In ogni momento in cui noi non mettiamo in dubbio il nostro sistema d'idee, presumiamo che altri debbano unirsi a noi in questo sistema, non contempliamo sistemi altri. Se non concepiamo (o non ci pensiamo) che esistano altri sistemi, la nostra tendenza è comunque quella di far proseliti, o comunque, soprattutto, ci sentiamo già parte di un gruppo, che ci sia o non ci sia.
Riferisco il tutto, quindi, al comportamento che sta alla base di quelle che sono poi determinate ideologie acquisite dalla società.
Insomma, l'uomo non è certo democratico al 100% - grazie a dio -, quando non pensa ma fa, non riflette, non dialoga (filosoficamente), non si mette in discussione, si comporta ideologicamente - ...non soltanto ideologico, vi sono anche altre dinamiche, ma è un discorso più profondo e inutile, questo -.
Intendo il termine, dunque, in modo molto vasto,
aldilà dell'ufficializzazione sociale di determinate Ideologie, lo intendo, appunto, come 'ciò che sta alla base', anche di niente, di nessun gruppo (sei comunque sempre Tu il gruppo, prima che se ne aggiungano altri).
Poi, bè, è un discorso ampio, ne ho parlato più che altro per spiegarmi.

Venendo al dunque, la critica. Vorrei precisare che c'è stato un fraintendimento, non dicevo che la critica è fuori tema E autoreferenziale in ogni caso, sempre. Non faccio questo tipo di discorso.
Io separo ciò che ho definito l'"esser fuori tema", cosa che non ha nessun connotato negativo per come la intendo io, e ciò che ho definito "autoreferenziale". E' altra cosa, ho parlato infatti di buona critica e di cattiva critica, e ne ho parlato proprio perchè riconoscevo nel tuo scritto un giudizio di valore su certo discorso critico, e non un problema di principio.
Ora, giova forse un esempio. Se un filosofo - e parlo di filosofi perchè più in loro che in altri, data la radicalità del ragionare filosofico, è presente e manifesta la forza di un divenire delle proprie convinzioni - si produce in una critica del lavoro di un artista - Heidegger con Holderlin o Deleuze con Bacon, per dire -, è perchè ne è stimolato, ma ne è stimolato attraverso la sua filosofia, l'oggetto che critica significa qualcosa nel suo divenire - anche se è una stroncatura -.
Ora, si può dire che vi sia una 'cattiva critica', nel momento in cui il filosofo in questione utilizza l'oggetto della sua (dis)attenzione per riaffermare un'altra volta la sua filosofia praticamente tale e quale, e questo l'ho definito autoreferenziale (capita spessissimo ai critici di mestiere, senza voler cadere in luoghi comuni, è un dato di fatto: devono scrivere il pezzo).
Al contrario, nel momento in cui il filosofo guarda a ciò che analizza come a qualcosa di significativo per il Proprio pensiero, e in questo modo lo tratta, non s'impone ad esso, ne mette in luce i caratteri che in quanto filosofo sa mettere in luce - e che lo stimolano -.
Naturalmente ho estremizzato in 'buona' e 'cattiva' critica per facilità: la buona critica ha sempre in sè il rischio dell'autoreferenzialità - e forse è inevitabile che sia sempre, anche un po', autoreferenziale -, la cattiva critica non può evitare di mettersi, in parte, in discussione attraverso ciò che analizza, anche involontariamente (è già, è una questione sottile perchè bisogna giudicare la sensibilità dell'approccio per valutare una critica, non ci sono punti di riferimento che ci aiutino, gli amanti del catalogo si devono rassegnare, anche perchè se già una critica merita tanta attenzione, figuriamoci una critica della critica).
E' sempre, dunque, un parlare del proprio pensiero, e questo non è legittimo ma inevitabile. Se si ha un pensiero poi, è un ottimo inizio.
Il fatto è che il critico, chiunque esso sia, qualunque cultura abbia, non può esser privo di sensibilità senza fare la figura del cretino che fa il brillante, cioè del coglione.
E' un lavoro così, che farci.
Sarebbe una questione anche di onestà, ma questa deriva appunto dalla sensibilità.
Per essere concreti, se uno non capisce un h o quasi di quello a cui assiste, ma, coinvolto ed emozionato, dice: "minchia che bello!", a suo modo, fa della critica seria, per due motivi: in primo luogo rispetta l'oggetto della critica e non parla dei fatti suoi (in senso autoreferenziale appunto, chiacchiericcio filosofico o da mercato, è la stessa cosa in termini dell'atto che sta compiendo), in secondo luogo non si esprime vincolato da ciò che deve farci, con la sua critica...un pezzo sul Corriere, un libro o l'epitaffio dell'artista... questo è fuorviante e ci rimanda direttamente al primo punto.
Si tratta insomma di voler capire (per il proprio pensiero, appunto), di ascolto, e non di voler fare della critica.


p.s. ho dei dubbi su questo testo, non so quando va a capo e quando no, mi auguro sia leggibile



Pubblicato da: m. lippolis - 18.07.05 12:07

Fabio, a Venezia (o lì nei pressi) realizzano dei bellissimi oggetti in vetro chiamati murrine. Costano parecchio ma sono oggetti particolarissimi e non facilmente imitabili. Imitazioni ne esistono, ma si vede subito che lo sono: basta avere fatto l'occhio alle murrine originali e il falso non ti frega più. E chi ha apprezzato le murrine originali difficilmente si accontenta di un falso. Io, per la verità non credo di pensare che "la critica" e "fuori tema e referenziale per definizione". Credo, invece, che la funzione critica esercitata dal lettore sia critica letteraria se il lettore ha competenze, sensibilità e motivazioni valide per rendere una giudizio motivato ed "edificante". La critica letteraria ha senso solo se opera in prospettiva e se legge l'opera alla luce della realtà che essa rivela. In rete, viceversa, ci siamo divertiti (e ci divertiamo) un po' tutti a far finta che non sia così. Indulgere in più o meno occasionali "tavole rotonde sul nulla" - di queste, se ho ben capito, parli anche tu - è invece attività di quasi esclusivo intrattenimento. Direi, anzi, una sorta di rituale qualunquistico al quale in molti abbiamo aderito, e aderiamo, con spirito da Bar Sport. L'uso (o l'abuso) comune ha conferito a questa pratica più dignità e significatività di quelle che meriti. Non so se, in rete, sia facile distinguere (almeno per i "letterati della domenica") tra critica letteraria vera e disquisizioni (o cazzeggi) purtroppo più seri che faceti. Tuttavia sono convinto che esista una discriminante tra critica e diquisizione viziosa, e che l'esistenza della disquisizione viziosa non soverchi la vera Letteratura, anzi, non la tocchi nemmeno. Così come l'esistenza della murrine false non può incidere sulla bellezza di quelle vere.

Pubblicato da: mauro - 18.07.05 12:23

Per Massimo Lippolis: il link sotto la tua firma rimanda a un sito porno. Mi sono permesso di cancellarlo.
Delle definizioni di ideologia proposte da Fabio, prendo un pezzo della numero tre, sostituendo alla parola "idee" la parola: "opinioni": "Sistema di opinioni che costituisce la base per l'azione". E' una definizione neutra e mi sta bene.
Considero la letteratura e la critica delle "azioni", al pari del procurarsi il cibo, del grattarsi sotto le ascelle e dell'adorare il proprio dio (chi ce l'ha).
Quindi dico:
[a] Non ho esperienza di nessuno che sia in grado di agire senza un "sistema di opinioni" su cui "basarsi".
[b] Considero quindi assai opportuno interrogarsi su quale sia e come funzioni il "sistema di opinioni" sul quale le nostre azioni (noi agiamo continuamente, non siamo in grado di smettere) si "basano".
[c] Ritengo che abbia senso aprire discussioni sulla validità, qualità, opportunità, eleganza, praticità, bontà, eccetera, dei "sistemi di opinioni".
[d] Ad esempio: secondo il "sistema di opinioni" che io adotto, la definizione di "Letteratura" è: "Qualcosa di scritto". Ne consegue, ad esempio, che la formula "Letteratura orale" è un ossimoro. E ne consegue anche - è questo che m'importa - che non si può dire, difronte a qualcosa di scritto, "questo è letteratura" o "questo non è letteratura". Si può solo dire: "questo è bello, buono, utile ecc." o "questo non è bello, buono, utile ecc.". La differenza tra un "qualcosa di scritto" e un altro "qualcosa di scritto" è dunque espressa nella forma di giudizio di valore.
[e] Perché questa definizione di letteratura - dalla quale consegue, giustamente, che anche la "lista della spesa" è letteratura - mi interessa così tanto? Provo a spiegarlo con un esempio. Affermo che ogni essere umano ha gli stessi diritti formali (tra i quali il diritto di vedere quei diritti formali trasformarsi in diritti sostanziali). Questi diritti gli appartengono in quanto lui o lei è un essere umano: è "qualcosa di umano". Io poi posso avere o non avere stima, considerazione ecc. di questo o quell'altro essere umano; e di questa stima, di questa considerazione, che dovrò esprimere nella forma di un giudizio di valore, sono responsabile. Il razzista non dice: "questi esseri umani sono inferiori, diversi" ecc. (anche se spesso, astutamente, il razzista cerca di fare intendere che proprio questo sia il suo pensiero); il razzista dice: "queste cose qui non sono qualcosa di umano", e perciò non si pone nemmeno il problema di formulare su di loro un giudizio di valore. Il leghista che dice: "Io conosco negri per i quali ho simpatia e stima" dice appunto: "Verso queste cose qui ho simpatia e stima, tuttavia non sono qualcosa di umano".
In effetti, il giudizio di valore più definitivo che possa essere espresso su un'opera letteraria è questo: "Non è letteratura". Dopodiché si può anche concedere che sia bellissima, quell'opera, divertentissima, geniale, meravigliosa, di enorme successo, stupenda: ma, ahimè, non è letteratura.
[f] In formula breve: il razzista attribuisce un "valore" alle differenze materiali. Io non voglio farlo: perciò dico che la lista della spesa e 'I fratelli Karamazov' sono entrambi "qualcosa di scritto", cioè Letteratura; e poi dico, assumendomene la responsabilità (cosa che il razzista non fa: mica è colpa sua, se i negri sono negri), che 'I fratelli Karamazov' è un'opera letteraria assai bella, e la lista della spesa no.
[g] Discutere qui in vibrisse di questioni ideologiche, ossia discutere i "sistemi di opinioni", anche nell'ambito dei "qualcosa di scritto", non mi sembra poco interessante o poco importante: visto che su questi "sistemi di opinioni" si "basa" la nostra azione, anche letteraria.
[h] L'opinione che la critica costituisca il suo proprio oggetto mi sembra una variante del principio di Indeterminazione. Perciò direi la cosa in modo più generale. Chiunque si accosti a un oggetto, gli si accosta con il proprio "sistema di opinioni" (che, in quanto sistema, è anche un sistema di modi di conoscere, di modi di relazione, di ecc. ecc.). La posizione di "puro ascolto", ossia un accostamento all'oggetto senza alcun "sistema di opinioni", è una cosa all'esistenza della quale sarò disposto a credere non appena me ne sarà fatta fare esperienza. (Ho naturalmente l'esperienza di persone che riescono ad accostarsi all'oggetto con piena disponibilità a modificare il proprio "sistema di opinioni" attraverso il contatto con l'oggetto: ma si tratta evidentemente di tutt'altra cosa).
[i] Mi sembra che la critica faccia due cose: descrive i "qualcosa di scritto" da un punto di vista tecnico (cioè considerandoli come "opere"); e rivela il "sistema di opinioni" (l'ideologia) sottostante ai "qualcosa di scritto" (considerandoli quindi come "azioni"). Entrambe queste attività mi sembrano interessanti.
[l] I giudizi del tipo: "E' bello", "E' brutto" appartengono a tutta un'altra sfera e, semplicemente, non sono in alcun modo motivabili.

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.07.05 12:57

Mi ha fatto ridere la cosa del sito porno, effettivamente ho il pc pieno di virus, ma prometto di non mandarvi e-mail.
Ora leggo ciò che hai scritto, scusa per il disturbo cmq.

Pubblicato da: m.lippolis - 18.07.05 13:16

Fabio,
è vero che il discorso che sostengo può risultare off topic (anche l'inglesismo, ma sto lavorando e quasto è quello che riesco a partorire, scusate), ma poi neanche tanto perchà non si dà una critica che non sia imbevuta del liquido del "momento di aggregazione" in cui è immersa. Vedi McLuhan e "il medium è il messaggio". Non se ne esce purtroppo.
E' anche vero che qui l'argomento è altro, e quindi mi eclisso salutando.

Vella

Pubblicato da: vella - 18.07.05 14:40

Per Massimo Lippolis. Anche in quest'altro intervento il link sotto la tua firma rimanda a un sito porno. Mi sono permesso di cancellarlo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.07.05 14:55

Permettetemi di dire che sono entusiasta dei commenti che avete inserito. Adesso sono fuori ufficio e quindi ho dato solo una "letta" veloce. Domani, con calma, guarderò il tutto.

Pubblicato da: Fabio Fracas - 18.07.05 15:03

D'accordo fino alla f.

(g) Non ho negato l'importanza di discutere qui in merito a questioni ideologiche - è ciò che ho fatto -, ho voluto solo evitare implicazioni di quest'argomento che ritenevo potessero portarmi fuori tema. Concordo su ciò che hai detto sui 'sistemi di opinioni' dunque anche su questo, che è conseguenziale.

(h) Ho parlato di ascolto, ma mi son guardato bene dal definirlo 'puro'.
Dunque indicavo una tendenza.
Tant'è che ho specificato come nè l'atteggiamento che ho definito autoreferenziale nè il suo contrario possano essere assoluti.
E', comunque, una questione di metodo, ho indicato due atteggiamenti del pensiero.
Quello che definisco come ascolto, è un atteggiamento che differisce dalla disponibilità a modificarsi nell'incontro con l'oggetto, è la consapevolezza che avviene comunque. Questo tipo di consapevolezza modifica il pensiero perchè contempla la possibilità di esser anche pensiero - invece che della sua storia - del continuum dei suoi rapporti con gli oggetti - cioè del suo proprio esser modificato dall'oggetto, al posto che della tappa storica costituita dal risultato del suo rapporto con l'oggetto -, e non solo quella di modificare il suo contenuto in rapporto a un oggetto particolare.
Studia soprattutto il proprio modificarsi, non l'oggetto. In questo senso dicevo che non può che occuparsi di se stesso.
In questo modo il pensiero valorizza i suoi oggetti, verificando in sè le loro implicazioni. Sprigiona dall'oggetto un divenire e non lo imprigiona in un valore - il giudizio seguirà - da cui - solo da quello - eventualmente apprendere.
Se, al contrario, questa consapevolezza manca, il pensiero porta davanti all'oggetto, statica, la sua propria storia, ponendosi in una condizione più propria al giudizio che alla comprensione - ancora è, come inevitabile, una questione di tendenza -, poichè mette l'oggetto in relazione alla propria identità acquisita - 'eventualmente' rivedibile - e non alla propria identità riveduta in ogni caso dall'oggetto.
Il pensiero ritiene di riferirsi all'oggetto in sè, trascurando la potenzialità critica insita nell'osservare l'influenza e le implicazioni che l'oggetto ha su di esso, mentre dovrebbe esser proprio quello il suo studio dell' 'oggetto'. In questo modo il pensiero si mette meno in discussione e più facilmente s'impone all'oggetto manifestando nel suo rapporto con esso, come ho ritenuto definirla, un'autoreferenzialità.

(l) In questo caso potrei dire che fotografi le estasi di un monaco come un poliziotto della scientifica.
Il tentativo della critica dev'esser quello di rilevare l'intimo valore di un'opera (attraverso le operazioni che hai descritto nel punto precedente e su che concordo), io intendevo semplicemente alludere al fatto che la critica, per far questo, dovrebbe attestarsi sull'intimo valore di se stessa.

p.s. Mi chiamo Massimo, non Marcello. A proposito, sospetto che lascerò ancora qualche traccia oscena, visto che è una cosa poco dignitosa, sii più delicato nel farmelo notare.

Pubblicato da: m. lippolis - 18.07.05 16:11

Massimo, chiedo scusa, correggo il nome negli interventi che precedono.
Sì, la traccia oscena c'è anche stavolta (e la cancello). Non chiedermi più delicatezza: non posso essere più delicato di così. Quando (rarissimamente) metto le mani nei post altrui, ne do avviso pubblico. In questo modo tutti sanno che tu hai inserito un link a un sito porno, e che io l'ho tolto: compio un atto censorio, e lo dichiaro pubblicamente.
Sta a te, eventualmente, non inserire link a siti porno. Ti chiedo questa delicatezza.

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.07.05 17:45

Nel merito. Caro Massimo, quanto ho scritto al punto [g] ti trova d'accordo: ne sono lieto. Però immagino che non sia tanto d'accordo Fabio: e lo scrivevo pensando a lui.
Le cose che dici attorno al punto [h] sono per me incomprensibili. Non perché siano dette malamente (tutt'altro) né perché le ritenga non vere: ma perché io sono proprio uno che "porta davanti all'oggetto, statica, la sua propria storia". E da qui faccio proprio fatica a schiodarmi.
Che il "tentativo" (e quindi, posso immaginare, il "compito"?) della critica sia "rilevare l'intimo valore di un'opera", è cosa sulla quale non credo di poter convenire. Il lavoro critico può inesauribilmente descrivere l'opera: ma il giudizio su di essa, viene da questo lavoro critico?, mi domando; o non viene da altro?
[So che queste domande sono in forma ingenua, ingenuissima. Le faccio, e le faccio così, perché nella mia esperienza trovo questo: molta relazione tra lavoro critico e comprensione dell'opera, nessuna relazione tra lavoro critico, comprensione dell'opera e giudizio di valore].

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.07.05 17:58

Secondo te da cosa viene il giudizio di un'opera?

Pubblicato da: m. lippolis - 19.07.05 05:27

Tornando alla domanda iniziale

"Possono le disquisizioni sulla letteratura essere più importanti - o sostitutive - della letteratura stessa?"

non vorrei essere accusato di superficialità, ma l'unica risposta sintetica che mi viene da dare è questa.

La letteratura (e qui già si apre un abisso) nasce da tutto un insieme dato da coordinate personali (letture, riflessioni sul mondo, su se stessi, sulla zia, disquisizioni e facezie di sé per sé eccetera eccetera) unite a coordinate esterne (chi scrive e parla di letture, del mondo, di noi stessi, delle altre zie, disquisizioni e facezie di tutti per sé o di sé per tutti o di a da in con su per tra fra).
Facendo (secondo abisso) letteraratura si dà il via al processo di cui sopra che viene sviluppato da altri io e altri dall'altro io.
Non c'è una cosa più importante, quindi, anche se si trattasse solo di "disquisizioni": non è che il mondo sia più importante della terra o viceversa.
(confuso il tutto? condensare in poche righe un pensiero che avrebbe bisogno di molto spazio genera confusione: fa bene anche quella, a volte)

Pubblicato da: Roberto Tossani - 19.07.05 14:24

Bene, sono finalmente tranquillo davanti al PC e ho potuto leggere con calma i vostri messaggi. Devo dire che la mia "provocazione" iniziale ha sortito un effetto insperato e mi sembra - ripeto: mi sembra - che ne sia scaturito un dibattito molto interessante. Riprendo l 'ultimo commento di Roberto, proprio per tornare al fulcro iniziale della discussione. La domanda, in se piuttosto disarmante, ha sollevato una serie di indicazioni e riflessioni su alcuni fondamentali argomenti. Il primo, a mio avviso, riguarda quello che Giulio ha definito "sistema di opinioni". Tutto l'intervento di Giulio si basa avendo come riferimento il "sistema di opninioni" di Giulio stesso e, con quello, è perfettamente solidale. Come fisico - di studi e di mentalità - non posso che essere d'accordo con quanto espresso: preso un "sistema di opinioni", che diventa il classico "sistema di riferimento", la coerenza delle definizioni è garantita dalle ipotesi - assorte al suolo di "assunti" - scelte. Naturalmente cambiando il "sistema di riferimento", cioè il "sistema di opinioni", cambiano le ipotesi e quindi le definizioni. Per esempio, nel mio "sistema di opinioni" - e qui rispondo a Massimo - "qualcosa di scritto" non è la definizione di Letteratura. "Qualcosa di scritto" è, semplicemente qualcosa di scritto. Letteratura, prendo per comodità la definizione del dizionario Garzanti, è, invece: "1) le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore o intento artistico; l'insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un'epoca, di una cultura, di un genere: la letteratura italiana, inglese, francese; la letteratura antica, classica, moderna; la letteratura del Trecento, dell'Ottocento; studiare, amare la letteratura; corso, professore di letteratura; letteratura narrativa, poetica, cavalleresca; la letteratura drammatica, l'insieme dei testi di teatro | storia della letteratura, esposizione critica dello svolgimento della letteratura di un popolo arricchita di notizie riguardanti la vita dei singoli autori, le loro opere, il loro tempo". Anche il concetto di "valore o intento artistico" - e non solo quello - va comunque inserito e definito nello stesso "sistema di opinioni". Naturalmente esistono altre definizioni sempre tratte dal dizionario Garzanti che, nel mio "sistema di opinioni" non sono comunque Letteratura, bensì letteratura: "2) il complesso delle opere relative a una scienza, a una materia; anche, la bibliografia relativa a un autore: letteratura giuridica, medica; la letteratura dantesca, petrarchesca
3) (fig. spreg.) cosa futile, vana: di fare della letteratura sono capaci tutti
4) le istruzioni che accompagnano le confezioni di farmaci". Ne consegue che, nei rispettivi "sistemi di opinione", entrambe le definizioni - quella di Giulio e quella appena espressa - siano "localmente" perfettamente e innegabilmente valide. Ora - e qui rispondo a Giulio - sono invece d'accordo con quanto detto al punto [g]: "Discutere qui in vibrisse di questioni ideologiche, ossia discutere i "sistemi di opinioni", anche nell'ambito dei "qualcosa di scritto", non mi sembra poco interessante o poco importante: visto che su questi "sistemi di opinioni" si "basa" la nostra azione, anche letteraria". Sono d'accordo anche traslando fra i vari "sistemi di opinione" e sostituendo "qualcosa di scritto" con "Letteratura". Tornando così, fra l'altro, al fulcro iniziale.

Secondo punto, sempre derivante dalla domanda originaria e dall'assunto di "sistema di opinioni", è legato al concetto di critica ed è ben espresso da Giulio: "Chiunque si accosti a un oggetto, gli si accosta con il proprio "sistema di opinioni" (che, in quanto sistema, è anche un sistema di modi di conoscere, di modi di relazione, di ecc. ecc.)". Non credo possibile per alcuno accostarsi a qualsiasi oggetto - definizione molto generale e quindi, per questo, neutra - senza che si attivi in lui un meccanismo tale da farlo ragionare in base al proprio "sistema di opinione". Il pericolo - dal mio punto di vista - è quando si pretende di togliere il relativismo intrinseco al "sistema di opinione" di ciascuno di noi per attribuire agli enunciati elaborati su di esso un valore assoluto e/o universale.

Pubblicato da: Fabio Fracas - 19.07.05 16:10

Per quanto riguarda la letteratura, il problema mi sembra un altro, cioè, appunto, il confronto tra i "sistemi di opinioni", come li ha definiti Giulio, non mi sembra che tu esponga il tuo, cioè il motivo per cui ritieni che un 'qualcosa di scritto' sia solo un 'qualcosa di scritto'.
A mio avviso, definire letteratura "le opere scritte (...) che hanno valore o intento artistico", costituisce un accostamento acritico al concetto di arte comunemente inteso, cosa a cui un dizionario, naturalmente, non può sottrarsi nel momento in cui si riferisce a un genere artistico particolare.
Tuttavia, alla voce 'arte', il mio dizionario dice questo: "attività umana volta a creare opere di valore estetico e, in particolare, opere di carattere figurativo; in concreto, le opere create (...) arti maggiori, architettura, pittura, scultura; arti minori, orificeria, ceramica etc". Ora.
Sostieni giustamente che il concetto di "intento o valore artistico" è relativo al "sistema di opinioni", come lo definisce Giulio, però, ripeto, non trovo una spiegazione del tuo intendimento della letteratura in base ad esso.
Ad un livello più approfondito di ragionamento, io non ritengo che "la lista della spesa" sia letteratura ma scrittura. E' come dire che tutte le forme espressive sono arte. Anche quelle che si frequentano in automatico, per abitudine. Ritengo che, invece, si possa parlare di arte nel momento in cui c'è un intento espressivo che 'sceglie' una particolare forma espressiva, facendone un campo estetico. Per esempio il parlato, nella maggior parte dei casi, non è arte, al contrario della pubblicità.
Dire che ogni scritto è letteratura significa, per me, sottolineare che ogni forma espressiva diviene arte nel momento in cui, utilizzando una determinata forma espressiva, la si affronta criticamente come veicolo dei contenuti che vogliamo esprimere. E' come dire che, se il nostro modo di esprimerci non è arte, è solo in ragione del nostro trascurarlo. E significa, dunque, che la letteratura non è tale in quanto assolve ai compiti che ideologicamente le assegnamo. Non vado oltre.
Alla luce di questo, ritengo che le "disquisizioni sulla letteratura" non differiscano dalle disquisizioni sulle altre cose, se il nostro parlare non critica se stesso nel suo prodursi, allo scopo di esprimersi sul suo oggetto, non parla del suo oggetto ma del proprio parlare, è un pour parler. Può benissimo continuare a esistere (continua comunque), ma dev'esser chiaro che non parla di niente, riguarda i rapporti interpersonali, il dialogo tra persone e non il dialogo tra argomenti relativi all'oggetto.
Se, al contrario, si vuole fare una disquisizione sulla letteratura bisogna assegnarle una dignità letteraria, nella consapevolezza che l'arte dialoga con l'arte e il parlare dialoga col parlare. Direi così.

Pubblicato da: m. lippolis - 19.07.05 19:05

Scusa Fabio, c'è qualche ripetizione, sono piuttosto stanco ma volevo rispondere comunque.

Pubblicato da: m. lippolis - 19.07.05 19:09


Una considerazione sul secondo punto da te analizzato. Il mio ragionamento in merito non aveva come oggetto il pensiero, che non può non porsi in relazione al suo sistema di riferimento, ma prendeva in considerazione le caratteristiche particolari di quest'ultimo e, conseguenzialmente a questo, il modo di accostarsi a un oggetto.
Non era, dunque, in contrasto con quanto affermato da Giulio, si poneva su un altro livello.
Tuttavia, al punto a cui è arrivata la nostra discussione, può essere forse accantonato.

Pubblicato da: m. lippolis - 20.07.05 06:51

@m.lippolis

Direi che il pensiero che tu stesso hai espresso sul concetto di letteratura, dal mio punto di vista, è condivisibile. Aspetterei che qualcun altro, se ha voglia, inserisse la propria opionione sull'argomento prima di un ulteriore confronto. Un saluto,

Pubblicato da: Fabio Fracas - 20.07.05 07:47

Caro Massimo, hai scritto: "Dire che ogni scritto è letteratura significa, per me, sottolineare che ogni forma espressiva diviene arte nel momento in cui, utilizzando una determinata forma espressiva, la si affronta criticamente come veicolo dei contenuti che vogliamo esprimere. E' come dire che, se il nostro modo di esprimerci non è arte, è solo in ragione del nostro trascurarlo. E significa, dunque, che la letteratura non è tale in quanto assolve ai compiti che ideologicamente le assegnamo. Non vado oltre".
Be', se tu trovassi il tempo di andare oltre ne sarei felice. Questo argomento mi interessa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 09:37

Per me la linea di separazione tra letteratura e testo scritto è data dall'incanto.
L'incanto nasce quando si crea un mondo del tutto personale (contenuto/forma/struttura/linguaggio) che è il mondo quotidiano ed allo stesso tempo "tutt'altro" da questo.
Naturalmente non è una demarcazione netta.
Si può scrivere una lista della spesa che è letteratura se scrivendola si fa nascere l'incanto di cui sopra.
Si può scrivere un libro (romanzo od altro) che non è letteratura se nello scrivere non si fa nascere l'incanto di cui sopra.
Non è l'oggetto (lista della spesa, libro o testo qualsiasi) che è di per sé letteratura, né il fatto che venga letto, pubblicato, commentato o rimanga sul tavolo della cucina.
Letteratura è se quel testo genera l'incanto di un mondo del tutto personale, inconfondibile, che è il mondo universale quotidiano e insieme il "tutt'altro".
(sempre sinteticamente, ovvio, e quindi facile da fraintendere)

Pubblicato da: Roberto Tossani - 20.07.05 09:53

Roberto, quanto hai detto sull'incanto mi sembra sia interessante e degno d'approfondimento, tuttavia, non è utile a definire la differenza tra scrittura e letteratura, almeno finchè l'assunto che ho scritto sopra resta valido.
Fornire una definizione di letteratura attraverso il concetto di incanto significa, appunto, subordinarla al raggiungimento di un obbiettivo ideologicamente assegnato alla scrittura.
Per fare questo ragionamento, quindi, credo che dovresti prima, se ne hai voglia, criticare il mio assunto.

Giulio, appena trovo un po' di tempo e di calma lo faccio.

Pubblicato da: m. lippolis - 20.07.05 10:33

Vedi, Massimo, non sto subordinando la definizione di letteratura al raggiungimento di un obiettivo ideologicamente assegnato alla scrittura.
O meglio: l'obiettivo è interno alla scrittura stessa.
Non si scrive per fare letteratura: si scrive per infinite ragioni.
Se qualcuno, scrivendo per queste infinite ragioni, tenta di costruire il proprio mondo personale eccetera eccetera (vedi quanto detto sopra) ha certo la consapevolezza di farlo, ma resta un obiettivo interno al suo stesso scrivere, perché non scrivi per quello, scrivi per dire ciò che pensi/provi/sogni/ricordi e blablabla.
Ma anche se lo fai cercando di costruire consapevolmente un mondo, ciò non significa che il testo prodotto sia letteratura.
L'incanto nasce dopo, se nasce: nasce in chi legge, non in chi scrive.
E paradossalmente possono anche esservi testi non scritti per costruire il proprio mondo, testi inconsapevoli dell'obiettivo interno, e che però fanno nascere l'incanto in chi li legge e quindi sono letteratura.
Il problema è che più si va a fondo in queste "disquisizioni", più si avrebbe la necessità di mille note esplicative per ogni parola che utilizziamo.
Ciò che ho scritto, oltre ad essere sempre più confuso perché sempre più vicino al magma, dà anche sempre più la possibilità di essere frainteso.
Ad esempio: l'incanto nasce in tutti quelli che leggono? Probabilmente no. Dipende dall'essere di ciascuno. E allora significa che un testo può essere letteratura per qualcuno o semplici parole scritte per altri, quindi la definizione se un testo sia letterario o meno è relativa? Ma se lo fosse, torneremmo al punto di partenza (bello, brutto, mi piace, non mi piace). E se non lo fosse, esistono dei canoni/valori assoluti per l'incanto (e via con tutta la storia dell'estetica da 5.000 anni fa ad oggi)?
Ecco, ci intrufoliamo nei vicoli ciechi, nei circoli viziosi, nell'impossibilità a dire perché ogni cosa che dici è questa e insieme quella.
Incanto. Punto. A capo.
:-)

Pubblicato da: Roberto Tossani - 20.07.05 11:02

Per Massimo Lippolis: grazie.

Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.05 14:49

Per comodità, farò l'esempio di un linguaggio particolare, quello del corpo.
Le espressioni del volto, la gestualità e soprattutto ogni modo di muoversi che non venga associato al gesto, sono modi di esprimersi che, nella maggior parte dei casi, non critichiamo, al massimo li giudichiamo direttamente, senza una mediazione analitica.
Noi stessi ci muoviamo senza pensare più di tanto al modo in cui lo facciamo.
Una persona, attraverso la complessività dei suoi movimenti, ci trasmette volgarità, un'altra eleganza, un'altra mediocrità, un'altra carisma, e via dicendo.
Ora, si può fare un gesto simbolico, per sortire un effetto, ma la sua funzionalità deriva dal modo in cui è inserito nella globalità del suo linguaggio, per questo, spesso, i 'gesti simbolici' risultano innaturali, ridicolizzati proprio dal linguaggio che forzano, come un testo dalla lingua incolta disseminato di citazioni dotte.
Il gesto simbolico funziona, invece, quando non s'avverte il suo carattere di discontinuità all'interno del linguaggio ma direttamente l'effetto che il gesto stesso intende produrre. Un'espressione, di qualunque genere, in cui si nota la volontà di sortire un effetto, è demagogia e, d'altra parte, la demagogia non è qualcosa di oggettivo, è tale solo attraverso uno o più individui su cui la retorica non sortisce l'effetto desiderato.
Se, invece, ci si accorge di quella volontà dopo che ha sortito il suo effetto, bè, questa non è demagogia, è semplicemente espressione, il linguaggio è fatto per esprimere!
Per ottenere questo effetto, un gesto, un atto simbolico in genere, dev'essere, dunque, coordinato col suo contesto linguistico. Affinchè questo sia possibile, è necessario un certo controllo di quest'ultimo, dato dalla consapevolezza della sua funzione mediatrice e dallo studio delle sue dinamiche. In caso contrario, non si utilizza il linguaggio, se ne dispone, forzandolo ai propri contenuti senza modellarlo, e questo lo rende inefficace. Si produrrà in espressionismi svagati che non raggiungono il loro scopo.

La consapevolezza dell'utilizzo del mezzo per uno scopo comporta inevitabilmente un accostamento critico a quel mezzo, se vogliamo assoggettarlo alle nostre necessità (e, naturalmente, assoggettare i nostri contenuti alle sue possibilità).
Quando una persona si esprime, inevitabilmente, utilizza un linguaggio, ma ciò non significa che lo modelli. Certo, il linguaggio è comunque modellato, dalla cultura, dalle esperienze in genere etc.
Ma non sempre si ha la coscienza di utilizzarlo, spesso non si considera come mezzo, con tutta la criticità che questo comporta, ma come la sede naturale dei propri significati.
Devo esprimermi: parlo. Devo esprimermi su un blog: scrivo. Questa non è arte, perchè è un linguaggio di cui trascuriamo il modellamento, appunto, nel momento stesso in cui lo utilizziamo.
La fatidica lista della spesa, non è arte perchè scriviamo parole che usiamo normalmente, le usiamo tali e quali, 'pasta' è mera nominazione della cosa che mangiamo, tuttavia non ci poniamo questo problema perchè 'sappiamo' prima di chiedercelo, per abitudine, che all'approssimazione linguistica di una lista di nomi d'alimenti, una volta al mercato, faremo corrispondere, sempre per abitudine, gli alimenti stessi. Quindi potrebbe anche essere arte, in quanto è perfettamente utile al suo scopo espressivo, ma lo sarebbe se fossimo noi a inventare i nomi degli alimenti. Invece li ereditiamo e utilizziamo acriticamente. Non pensiamo nemmeno che sia un'approssimazione, tantomeno ci chiediamo se funziona, ha sempre funzionato, lo fanno tutti, lo sappiamo, ancora una volta, prima di domandarcelo. Non siamo autori della lista della spesa, ne siamo solo scrittori.
Dunque, spesso, modelliamo inconsciamente il linguaggio, soltanto in corso d'opera, puntualmente, recuperiamo una certa creatività in quanto tentiamo di sortire un effetto, il che, come ho detto precedentemente, finisce spesso nel ridicolo perchè non si tiene conto del contesto linguistico nella sua complessività. Demagogia, dunque. Che è, in ogni caso, arte, creatività, utilizzo consapevole della retorica. Ma non è che il linguaggio sia artistico nel suo complesso, poichè per fare questo dovrebbe riconoscersi tale, è un linguaggio inosservato da cui spuntano singoli atti d'arte che lo forzano. Il linguaggio, nel suo complesso, è arte nel momento in cui lo riconosciamo tale.
Questo è, credo, il fulcro del problema: è difficile trovare un'espressione che, nell'utilizzo del suo linguaggio, sia priva d'intento artistico, cioè di un modellamento consapevole per fini espressivi (la lista della spesa è forse un'eccezione), ma, nel momento in cui colui che lo utilizza non ha la consapevolezza del carattere mediatico del complesso linguistico che utilizza, gli atti artistici sono, solitamente, scoordinati.
L'atto artistico dovrebbe attivarsi nell' approccio stesso a un linguaggio. Per esempio, tornando al linguaggio del corpo, chi conosce la sua importanza, anche quando non ci pensa - ovviamente nella maggior parte del tempo non ci pensa - lo utilizza sempre con maggiore accortezza e tutti i simboli creati in quel linguaggio particolare saranno più convincenti, chi la ignora, disseminerà il suo linguaggio di atteggiamenti modificati per sortire qualche tipo di effetto che, probabilmente, non sortirà.

Per ricondurre quest'approfondimento al tema posto da Fabio.
Un discorso sulla letteratura - cioè, come ho proposto precedentemente, una critica - che non si ponga come letteratura, semplicemente si deresponsabilizza nei confronti del suo oggetto.
Deve riconoscersi letteratura per tentare di parlarne, e, per me, riconoscere la propria scrittura come letteratura significa, alla luce di quanto detto, fare letteratura.
Questo è, poi, il motivo per il quale ho citato la tua frase, Giulio. Non è che la lista della spesa sia arte, ma se qualcuno ci crede, la sua lista della spesa diventerà probabilmente artistica.

Come la vedi?

Pubblicato da: m. lippolis - 20.07.05 17:12

Roberto, il tuo scopo preciso è quello di creare il caos.

Che ne pensi?

Pubblicato da: m. lippolis - 20.07.05 17:19


Non comprendo una cosa, Roberto.
Perchè la letteratura dovrebbe essere incanto?
Non ne fai, così, un'idealizzazione?
Associando la letteratura all'incanto ne fai qualcosa di buono, anche se non come giudizio di valore della scrittura ma come giudizio di valore dell'esperienza, può esser corretto?
Io invece non associo qualcosa di positivo alla letteratura in sè, non le riconosco questo.
Definisco la letteratura come modellamento consapevole della scrittura volta a veicolare contenuti (poi, mentre si modella la scrittura, i contenuti ci appaiono più chiari e se ne aggiungono di nuovi).
Inoltre, nel discorso che sto facendo qui, sostengo che è necessario questo tipo di modellamento consapevole se, attraverso la scrittura, si vuole parlare di un oggetto particolare, altrimenti la scrittura si disperde in se stessa.
I commenti dei blog sono zeppi di scrittura che non raggiunge il suo oggetto, a titolo di esempio posso (s)consigliarti la lettura dei commenti al pezzo di Giulio Mozzi sulla strage di Londra. Perfetto esempio di scrittura che galleggia in se stessa senza parlare assolutamente di nulla, e, questo, non per la stupidità degli autori, ma per lo scarso rigore della scrittura stessa.
Non credo proprio che chi ha scritto quei commenti, in quel momento, pensasse di fare letteratura. Quella di Giulio Mozzi invece era letteratura, cioè era sincera, cioè si esauriva nel suo oggetto residuando opinioni/sensazioni e non scrittura. E, per far questo, non è che bisogna esser sinceri e quindi trascrivere la propria sincerità tale e quale. La sincerità non è prima d'esser espressa, è nell'accortezza del trattare l'espressione affinchè rispetti il suo contenuto. Evitare che diventi virtuosismo in cui non ci sarebbe rispetto alcuno per ciò che si vuole esprimere.

In ogni caso esiste una differenza tra una scrittura in cui 'diciamo' ciò che pensiamo, trascrivendolo dalla mente al foglio, e una scrittura che ponga se stessa come problema, da risolversi, è chiaro, in relazione al contenuto del nostro esprimerci.
Questo scarto esiste: io lo definisco esattamente come lo scarto che c'è tra scrittura e letteratura.

Pubblicato da: m. lippolis - 20.07.05 18:07

Caro Massimo, mi accorgo da quello che hai scritto nell'ultimo commento (e qui e là in quelli precedenti) che hai in parte frainteso ciò che volevo dire (per esempio dando per scontato che l'incanto sia positivo), in parte non l'hai capito (sì, lo so: potrei anche dire che non mi sono spiegato bene, ma sta di fatto che non hai capito, tralasciando qualsiasi rapporto di causa-effetto).
Il punto è che adesso dovrei mettermi a spiegare ancora di più il tutto (in parte, ma non sto a specificare in quali passaggi, la mia visione è vicina alla tua: in altri, com'è giusto, distante).
Il punto è che però non ne ho voglia.
Lo facessi, cadrei nelle sterili disquisizioni da cui in fondo partiva tutto il discorso.
Perché per parlarne più approfonditamente ci vorrebbero ore e ore e ore di dialogo e confronti, oppure dovrei scrivere un saggio serio (come già accennavo, saranno almeno 5000 anni che si discute sull'arte e saranno almeno più di mille le persone che hanno scritto pagine e pagine molto intelligenti e molto interessanti).
Io non sono un saggista, né un filosofo.
Io sono uno scritt'ore che non sa neppure se quando scrive riesce a generare l'incanto, ma che sicuramente ha un suo mondo personale (contenuto/struttura/forma/linguaggio) che è il mondo quotidiano e tutt'altro dal mondo quotidiano, attraverso cui scrive quello che vuole scrivere.
Qualcuno a questo punto potrebbe dirmi che sono un po' snob, un po' superficiale e un po' uno che non ha voglia di salire sulla giostra.
Gli risponderei che non sono superficiale, ma che per il resto concordo pienamente.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 21.07.05 10:30