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27.07.05

Non in crisi, cioè in passaggio: ma immobile

di giuliomozzi

Matteo De Simone, alias Jaco, ha pubblicato alcune interessanti osservazioni prima in un commento al mio pezzo E' in crisi la narrativa italiana?, poi - "rivedute e corrette" - nel suo blog:

[...] I giovani scrittori sono per lo più plagisti, copiatori, ripetitori di modelli di genere collaudati o di poetiche autoriali saturate, timorosi nuovi accademici dell'aria fritta, stanchi nuovi operai della narrativa-industria, ingegneri dell'intrattenimento, supervalutatori del genere e rassegnati fruitori, difficilmente generatori, del mercato.
Ma assolutamente non in crisi.
L'idea di crisi della giovane letteratura fa parte di una panica etichettatura di fragilità, superficialità, incapacità nel coraggio applicata dagli anziani ai nuovi giovani e raccolta come alibi da troppa gioventù e per troppi anni. Ma se anche tutto questo fosse vero, il disorientamento di un giovane, sta sempre nell'assenza di un buon padre da fare fuori.
E ciononostante, la giovane letteratura non è in crisi. La giovane letteratura è immobile. E di nuovo se la crisi è un passaggio, l'Immobilità si trova ai suoi antipodi. [...]

Leggi tutto l'interento di Jaco nel suo blog.

plagio_1.JPGQueste affermazioni di Jaco generano, secondo me, delle domande, alcune elementari e altre no. Quando Jaco scrive: "giovani scrittori", di quali scrittori sta parlando? Degli scrittori sotto i trent'anni? Degli scrittori sotto i quarant'anni? Degli scrittori cinquantenni? Di un certo gruppo di scrittori che, indipendentemente dalla loro età anagrafica, lui identifica come "i giovani scrittori"? Di un certo gruppo di scrittori che, indipendentemente dalla loro età anagrafica, i mezzi di comunicazione di massa hanno identificati come "i giovani scrittori"? La formula: "giovani scrittori" ha senso solo nell'ambito della sociologia della letteratura, oppure anche nell'ambito della letteratura? C'è una differenza specificamente letteraria tra uno scrittore "giovane" e uno non "giovane"? Esistono le generazioni in letteratura? La "giovane letteratura" è destinata a maturare naturalmente, raggiungere la maturità, invecchiare e schiattare? La "giovinezza" della letteratura è una condizione letteraria, sociologica, fisiologica, esistenziale, o mitica? La "giovinezza" della letteratura è una sola, o due contemporaneamente, o tre contemporaneamente, o quattro contemporaneamente, o tutte e cinque insieme le cose predette? La "giovane letteratura" è mai stata bambina?
L'affermazione "i giovani scrittori sono per lo più plagisti" è un'affermazione che rientra nell'ambito della letteratura o della sociologia della letteratura? Qual è la quantità esatta definita dalle parole: "per lo più"? Il novanta per cento? Il settanta per cento? L'ottantuno virgola due per cento? E' possibile provare che il tot per cento (o almeno: la maggioranza) dei "giovani scrittori" sono "plagisti"? Esistono lavori scientifici che misurino la diffusione del "plagismo" tra i "giovani scrittori"? Esistono lavori anche non scientifici che, pur senza misurare precisamente la diffusione del "plagismo" tra i "giovani scrittori", suggeriscano comunque la dimensione e diffusione del fenomeno? E' possibile definire il "plagismo" come pratica letteraria? La pratica letteraria definita da Jaco "plagismo" è eticamente inaccettabile o letterariamente inaccettabile o entrambe le cose? L'eventuale inaccettabilità del "plagismo" come pratica letteraria appartiene al nostro tempo o è un assoluto della letteratura? Vi sono stati periodi storici nei quali il "plagismo" come pratica letteraria non era inaccettabile o era, al contrario, incoraggiato?
Vi sono stati periodi storici nei quali la "ripetizione" di "modelli di genere collaudati" non era considerata pratica letteraria inaccettabile? Vi sono ragioni letterarie per ritenere inaccettabile la "ripetizione" di "modelli di genere collaudati"? Se il contrario della "ripetizione" è l' "innovazione", e se la "ripetizione" è giudicata inaccettabile, è giusto affermare che l' "innovazione" è un bene? Se il contrario di "plagio" è "originalità", e se il "plagio" è giudicato inaccettabile, è giusto affermare che l' "originalità" è un bene?
Poi ce ne sarebbero altre, di domande; ma mi fermo qui. Se qualcuno volesse interpretare questi miei interventi come una sorta di difesa d'ufficio della narrativa italiana ("giovane" o non "giovane" che sia), dico subito che s'inganna.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 27.07.05 07:38

Interventi

altro che "difesa d'ufficio": tutte queste domande, e le precedenti, sono un attacco spietato.

Pubblicato da: gualtiero-kimota - 27.07.05 10:18

forse, ma non lo so, le vis interrogativa di giulio vuol farci capaci di una cosa: la letteratura è una parola vuota, una sorta di contenitore, dove può starci dentro di tutto: un concetto dove ognuno può dire tutto e un altro il suo contrario.
Forse, ma dico forse, non esiste la letteratura, ma esistono i libri, e gli autori non esistono in quanto giovani, vecchi, ma in quanto autori di qualcosa di concreto che è il libro.
Allora forse bisognerebbe parlare di libri, di buoni libri.

Ad esempio, io non so - sinceramente - non lo so perché non sono uno così addentro, né me ne sono mai troppo interessato, se la letteratura italiana è in crisi, ma a me basta aver letto Ruggine di Stefano Massaron per dire che per me va bene così.
Un libro bello e potente, scritto benissimo, un libro pudico e reticente, che si ferma sempre un passo prima di diventare troppo "qualcosa" (metteteci voi quello che volete: melodrammatico, pulp, cinico, compiaciuto..etc).
Un libro dove la scrittura solida è al servizio di una storia altrettanto importante e forte.

Quando leggo un libro così, che non mi pare sia stato troppo recensito o passato alla gloria dei riflettori delle cronache letterarie, mi dimentico delle bagattelle e penso che leggere e scrivere sia veramente un piacere.

All'inizio ero un po' in dubbio ora non più. Non dovremmo parlare di letteratura, ma di libri.

d.

Pubblicato da: demetrio - 27.07.05 10:42

No, Demetrio, non penso che "letteratura" sia una "parola vuota".
Mi piacerebbe riuscire a parlare di letteratura con un minimo di precisione. In particolare, mi piacerebbe, quando si parla di letteratura, che si parlasse di letteratura: e non di sociologia della letteratura, di politica della letteratura, eccetera.
Fabio Fracas, nel suo intervento intitolato (un po' esageratamente, secondo me) "Sulla letteratura" (vedi: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/07/sulla_letteratu.html ) aveva posta (un po' ingenuamente, secondo me) questa questione.
Le conversazioni (non solo in rete) sulla letteratura tendono a trasformarsi, secondo me, in quelle che Fabio chiama "sterili disquisizioni sul nulla, con la 'n' minuscola" proprio quando si cade nell'inganno (e ci si cade quasi sempre, temo) di credere di parlare di letteratura e di parlare, invece, di editoria, di mercato, di politica culturale, di politica tout-court, di sociologia, di fenomenologia dei processi culturali, eccetera.
E' un vizio dal quale non sono esente, eh!

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 11:26

Sulla prima di questa nuova serie di interrogazioni mi sento di essere chiaro. Dal momento che non mi sfiora nemmeno da lontano di chiamare "giovane" uno scrittore sopra i quaranta, chiudo immediatamente il cerchio a un gruppo molto più ristretto di scrittori, il gruppo dove gli scrittori sembrano mancare, forse solo per età, forse per le ragioni che ci stiamo chiedendo e in parte rispondendo, ovvero gli scrittori compresi tra i venti e i trent'anni, o poco più. Mi rendo conto di lasciare fuori circa un decennio di scrittori nati tra il '65 e il '75, ma posto che non dubito che anche tra loro vi sarà qualcuno capace di scrivere il grande romanzo del ventunesimo secolo (come immagina Davide Bregola), non mi sento di considerarli né propriamente giovani, né propriamente anziani, ma nell'età di mezzo (il mezzo del cammin resta sempre lì situato, coi dovuti aggiustamenti), quindi, probabilmente, gli unici scrittori in vera crisi.
Rispondo anche sulla questione del plagismo, appossitamente appesantito dall'-ismo, e inteso(posso concederlo, approssimativamente) come atto del plagiare coatto, provocato dalla diffusa assenza di posizioni individuali forti sulle cose in genere, quindi anche sulla letteratura, ma plagio legittimato e nobilitato dalla pratica dall'istruzione alla professionalità.
Infine, lungi dal trovare "inaccettabile" alcunché (non sarei in quel caso degno rappresentante del mio tempo), non ritengo originalità e innovazione di per loro né un bene né un male. Li ritengo indubbiamente potenziali generatori di movimento. Probabili farmaci anti immobilità (al che prevedo una nuova domanda elementare: Se il movimento è il contrario dell'immobilità e se il movimento è giudicato positivamente, è giusto affermare che l'immobilità è un concetto quantomeno deprecabile? Non farò tuttavia niente per impedire che venga formulata).
Detto questo, e riprendendo dall'inizio questo mio commento, preciso che intendevo inserire la questione della supposta, vagheggiata, pungolata, discussa, negata crisi della narrativa italiana, all'interno del rapporto che lega tre generazioni (due, ma una è divisibile in due), ponendo per convenzione che sia corretto parlare di generazioni all'interno della letteratura, ovvero: trenta-quarantenni e venti trentenni. Fratelli maggiori e fratelli minori nel loro rapporto con i padri, che chiamo tali ormai dai quaranta in su, o possibili padri (almeno quasi anagraficamente tali, squarciando con l'accetta) per entrambi. E' un discorso che non riguarda di certo solo la letteratura, ma piuttosto un generico conflitto (al momento non trovo altra parola) tra chi è maturato, chi avrebbe dovuto maturare (e non l'ha fatto), chi staremo a vedere che succederà.
L'idea che mi premeva sottolineare é che i nostri padri sono stati incapaci di insegnarci alcunché, se non lo scandalo e incapaci di essere davvero padri, di essere fieri portatori di quel germe di autorità, che nasce dalla consapevolezza e dalla convinzione sui propri valori, incapaci di trasmetterci il senso di un riferimento forte, adulto, dal quale prendere un giorno le distanze. Cosicché noi (i venti-trentenni), e i nostri fratelli maggiori più ancora di noi, hanno visto nei padri soprattutto amici, uomini sulla stessa barca alla deriva, diffusori (in questo anche orgogliosi), di un modo del pensiero radicato nell'incertezza e sterile, destinato, forse, a non vedere frutti.
Il discorso ora probabilmente si allarga e non è più riferibile a una situazione esclusivamente italiana. O forse sì. Non ho lenti abbastanza precise, in questo momento, per capirlo. Ma spero di aver sedato l'esplosione (spero non virulenta) di domande e domande. Domande che in verità, forse, sono l'unica forza che ci resta.

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 11:27

pardon, dimenticato un pezzo alla prima riga dell'ultimo capoverso: "se non lo scandalo e il rifiuto delle certezze".

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 11:31

Volevo dire due cose.

1. Posto che «gli autori non esistono», come dice giustamente demetrio, mi pongo una domanda sulle domande di giuliomozzi: perché tante domande su qualcosa che non esiste?

2. Il plagio è intrinseco alla letteratura. Invenzione significa ricerca, raccolta, spigolatura di nomi per qualcosa che "sta lì" senza dire niente (la assai famosa "realtà"). Questa attività di ricerca e rinvenimento scopre inevitabilmente cose già scoperte da altri.

3. Dice giuliomozzi: «La "giovinezza" della letteratura è una sòla». Concordo.

Va be', volevo dire tre cose, non due.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 27.07.05 11:35

per luca: non ho parlato di plagio, ma volutamente plagismo. era forse più corretta un'altra parola, non so. ma il senso, infine, era: rassegnazione al plagio, che è un altro paio di maniche.

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 11:49

Per Luca Tassinari. Punto 1: girerei la domanda a un teologo. Punto 2: qui sorge un problema di uovo e di gallina: che cosa inventò, cioè rinvenne, il primo scrittore? Punto 3: da noi in Padania quell'accento lì non s'usa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 11:50

Caro Matteo, tu dici: "E' un discorso che non riguarda di certo solo la letteratura". Sono d'accordo, e rincarerei: è un discorso che non riguarda affatto la letteratura in quanto letteratura, bensì la letteratura in quanto fenomeno socioculturale.

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 11:54

Certo. E so che qui volevi arrivare. Ma la letteratura è prima di tutto un fenomeno socioculturale. Questo senso chiedersi se ci sia la crisi o meno, paventarla o negarla, continua a mio avviso ad avere senso. E le tue domande, su cui al limite posso concordare, e che denunciano l'oziosità delle discussioni intorno alla lettatura in quanto tutto tranne che squisitamente letteratura, non risolvono (o non si proponevano di farlo, anche perché raramente, come già intendevo dire, qualcuno si assume la responsabilità di risolvere qualcosa) un certo guaio in cui socioculturalmente e quindi letterariamente ci troviamo. Lo stallo.

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 12:04

Matteo, è giocoforza rassegnarsi all'inevitabile, secondo me. In letteratura l'opera originale, l'opera creata, non esiste o almeno io non l'ho mai vista. Ammetto però di non aver letto tutti i libri esistenti, e può darsi che qualcosa mi sia sfuggito.

giuliomozzi, il punto 1 non è questione per teologi, ma per letterati. Tu sei convinto che gli autori esistano? Se sì, perché?

La tua obiezione al punto 2 è inesatta, o quanto meno lo è l'esempio dell'uovo e della gallina: la "realtà" stava lì da molto prima che a qualcuno venisse in mente di nominarla. Ritengo comunque assai probabile che il primo scrittore non sapesse scrivere, e sono quasi certo che non conoscesse la parola "invenzione".

Sul punto 3 concordo ancora una volta, e resto altresì fermo nell'opinione che la "giovinezza" della letteratura sia una sòla.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 27.07.05 12:20

Forse è solo che alle volte manca l'urgenza. Scrivere quella cosa e non un'altra in quel momento e non un altro.

Pubblicato da: xhara - 27.07.05 12:42

A questo punto, riprendendo tutti i discorsi fatti da qualche giorno e a cui ho partecipato anch'io, mi chiedo chi dovrebbe parlare di letteratura, di poetica (che è un'altra cosa), di autori, di libri eccetera.
Tutti? Come si fa con la formazione dell'Italia nel calcio? Terribile.
Tutti quelli che sono interessati al discorso? E perché mai? Quando si parla seriamente di vino, per quanto sia un qualcosa che mi piace moltissimo, io sto zitto e faccio parlare i produttori, gli enologi, i sommelier e i pochissimi appassionati che riescono a volte a saperne e a capirne più dei professionisti del vino.
Quelli che leggono? Potrebbe essere, ma si ricade decisamente nell'esempio precedente: quindi quelli che leggono professionalmente oppure i soliti, pochi appassionati eletti.
Quelli che scrivono? Sì, quelli che scrivono. Ma tutti quelli che scrivono o solo quelli che scrivono e sono stati pubblicati e quindi sono "socialmente" scrittori, quindi riconosciuti tali? O anche tutti gli altri, il che ci farebbe tornare ad una moltitudine di persone pari quasi agli allenatori della nazionale? E sennò in quale modo discernere? Sulla base di ciò che dicono? Forse sì ed è forse per questo che sto commentando ora.
Continuo a fare discorsi snob, me ne rendo conto.
Eppure, dopo aver letto tutti gli interventi qui, e in molti altri link correlati, sento sempre di più una sensazione di fastidio.
Quindi o faccio lo snob oppure mi arrendo e, come spesso mi accade, mi sento del tutto inadeguato.
Chiedo scusa dello sfogo (scritto da cani, ma è uno sfogo, neanche lo rileggo) nel caso appaia fuori luogo, oppure off topic (che dir si voglia).

Pubblicato da: Roberto Tossani - 27.07.05 14:23

Caro Roberto, al di là dello snobismo, poiché è sempre difficile stabilire chi lo sia più di chi e rispetto a chi, mi piacerebbe conoscere il pensiero che c'è dietro al tuo commento.
Sei forse giunto alla conclusione che siano state dette primcipalmente sciocchezze, e dunque credi che la ragione stia nel fatto che è stata data la possibilità a qualunque scribacchino di dire la propria? E se si, saresti in grado di segnalare, chi, in quale commento, in quale riga ha detto una sciocchezza? E cosa intendi seriamente per sciocchezza? Credi che le sciocchezze siano più dannose per chi le dice o per chi le legge? Se una sciocchezza è dannosa, credi che esista un metro per stabilire in che misura può esserlo? E' più dannosa una sciocchezza detta o una sciocchezza scritta? Credi che per dire una sciocchezza si debba aver pubblicato? Pensi che chi ha pubblicato abbia più diritto di dire sciocchezze? E se si, pensi di dirne ancora oggi, qui?

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 15:27

Matteo, non ho scritto che siano state dette delle sciocchezze,
per cui non posso rispondere ad alcuna delle tue domande.
Ho detto che ho provato del fastidio.
Provandolo mi sono chiesto perché.
Poi, dato che sono un distimico endoreattivo in personalità premorbosa, mi sono risposto che probabilmente era per un mio atteggiamento mentale e non tanto per ciò che era stato scritto all'esterno di me.
A questo punto, però, mi è venuto da domandarmi in effetti se abbia senso che tutti parlino di letteratura, poetica eccetera eccetera.
Così sono partito col commento.
Man mano che scrivevo sono ritornato al principio, però, cioè che provavo fastidio.
E se provavo fastidio poteva essere solo una sensazione proiettata al mio interno e dovuta al mio snobismo o alla mia inadeguatezza o ad entrambe.
Questa è stata la successione mentale prima, durante e dopo lo sfogo.
Magari senza prendere tutto troppo seriamente, ecco.
Perché ci si può anche fare quattro risate (soprattutto su di me) dato che non volevo e non credevo di offendere qualcuno.
Se l'ho fatto chiedo scusa.
E le quattro risate me le faccio da solo.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 27.07.05 17:12

Ciao roberto,
So che non avevi usato la parola sciocchezza, e assolutamente non hai offeso nessuno, non volevo dare questa impressione. ho fatto solo un giochino riprendendo lo stile degli ultimi post di Mozzi. Non nego però che il tuo commento mi aveva infastidito, perché aveva il sapore di un risentimento apparentemente immotivato e più che di snobismo, ecco, sapeva di sparata fuori luogo. Però ora si, mi sembra che la mia risposta abbia poi suonato un po' eccessiva, quindi mi scuso io per il tono e per concludere serenamente dico che il fatto che tutti quassù si mettono a parlare di libri è chiaramente costitutivo di un blog assai frequentato, come questo è, e a commento libero. Aggiungo che sarebbe spiacevole se qualcuno ci spargesse idiozie (per questo scherzando immaginavo che avessi trovato sciocco qualche intervento). Ma fortunatamente (diciamo così, ma poi chissà se è davvero fortuna) per tutti, i lettori e i commentatori di Vibrisse fanno parte di una piccola élite e quasi tutti mi pare che abbiano la testa adatta per mettersi qui e piacevolmente cianciare di libri e affini in maniera più o meno brillante, più o meno soddisfacente per chi legge.
Ciao, a presto.

Pubblicato da: matteo - 27.07.05 18:01

Bisognerebbe partire dalla chiarezza di uno stato. Che senso ha l'interrogazione continua da Mangiafuoco?
La grande letteratura è strettamente connessa a condizioni biologiche, a grandi spalle. Averle o non averle. Che poi piaccia o no , è altro discorso.
Bisognerebbe partire da se s tessi e poco concedere alle relazioni d'occasione che vanno per la maggiore. a questo chiacchiericcio da mestieranti.
saluti,l.

Pubblicato da: luigino - 27.07.05 18:34

Ma si può separare davvero la letteratura dalle dimensioni socio-culturali, senza tarparne al tempo stesso le ambizioni? La letteratura parla di tutto, con franchigie "artistiche" ben più ampie di quelle della filosofia (che pure Borges, non del tutto a torto, riteneva letteratura fantastica) che a sua volta allarga i confini della cosiddetta "scienza". Ma mi sembra ovvio che la letteratura aspira comunque alla totalità, e non si esime dall'esprimere giudizi sulla filosofia, sulla scienza, su tutto, quindi anche su se stessa. Dunque perché noi, che vogliamo credere alle sue enormi potenzialità, dovremmo adottare uno sguardo selettivo, prendendo i suoi prodotti solo e soltanto nei modi in cui essi vogliono essere presi? O riduciamo la letteratura ad intrattenimento, e allora potremo anche stare attenti a non rompere il giocattolo (non smontare l'hi-fi se poi non sei capace di rimontarlo, se lo fai invalidi la garanzia) oppure crediamo alle sue aspirazioni alla totalità, e la investiamo quindi con TUTTE le nostre capacità critiche, senza paura di farsi del male, e andando fino in fondo alle questioni. Dunque, se si prende sul serio la letteratura, bisognerà guardare anche il contesto sociologico in cui essa nasce e si evolve, in maniera del tutto inestricabile dalle altre questioni essenziali per le quali talvolta essa offre un così importante aiuto. Certo un tale processo potrebbe anche andare a dissolvere delle confortevoli posizioni di "rendita", ma questo mi sembra inevitabile ed anzi auspicabile in un'ottica di emancipazione (dai professionisti della manipolazione simbolica) quanto mai necessaria.
In politica, nessuno si sognerebbe più di auspicare nei cittadini uno sguardo puramente "politico" che dimentichi poteri ed interessi cui essa dà espressione, e pensi soltanto agli alti ideali, al senso del dovere, o ai carismi personali dei "leader". Sarebbe ridicolo, eppure assomiglia a ciò che Giulio sembra auspicare, attribuendo il presunto "nulla" delle discussioni letterarie al fatto che esse tendono ad uscire dal "gioco interno" della letteratura stessa. Io penso che sia esattamente il contrario: è la mitologia del genio creatore, oggi appena un po' spersonalizzata nell'esaltazione dello "stile", ma ancora essenziale nel rapporto con le masse, ad essere del tutto vuota e autoreferenziale, oltre che stucchevole nelle sue perenni riproposizioni di snobismi ormai vecchi di secoli.

Pubblicato da: e. - 28.07.05 08:33