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22.07.05
E' in crisi la narrativa italiana?
di giuliomozzi
E' in crisi la narrativa italiana? Che cosa si intende dire quando si dice che la narrativa italiana è in crisi? Che cosa intende dire chi dice che la narrativa italiana è in crisi? La parola "crisi" significa: passaggio, trasformazione, pasqua. Qual è il passaggio che sta attraversando ora la narrativa italiana? Qual è la trasformazione della narrativa italiana attualmente in corso? Quale pasqua sta avvenendo nella letteratura italiana? La pasqua è: morte e resurrezione; chi, che cosa è morto della, nella narrativa italiana; chi, che cosa sta risorgendo o è risorto o risorgerà della, nella narrativa italiana? La narrativa italiana è un oggetto diverso e distinto dalla narrativa francese, dalla narrativa inglese, dalla narrativa congolese, dalla narrativa balinese, dalle narrative non italiane in genere? Se la narrativa italiana è in crisi, è in crisi ciò che in lei è di narrativo o ciò che in lei è italiano? La crisi di cui si parla è una crisi della narrativa, individuata nel suo specifico italiano, o è una crisi dell'italianità, individuata nel suo specifico narrativo?
Quando Vincenzo Consolo dice: "In letteratura c'è stato come uno iato tra la generazione dei veri scrittori che mi avevano appena preceduto (Calvino, Moravia, Morante, Bassani...) e la generazione successiva alla mia", sta affermando che la sua generazione è lo iato? Con questa dichiarazione, Vincenzo Consolo sta dichiarando la responsabilità della sua generazione, ossia la responsabilità di aver creato uno "iato" tra la generazione "dei veri scrittori" e la generazione successiva a quella alla quale Vincenzo Consolo appartiene? In che cosa consiste, precisamente, lo "iato" del quale Vincenzo Consolo parla? Se io dico che lo "iato" è un "salto senza passaggio", un "attraversamento interrotto", non sono costretto a concludere che "iato" è il contrario di "crisi"? Non sono costretto a concludere che se c'è "iato" non può esserci "crisi", e se c'è "crisi" non può esserci "iato"? Non sono costretto ad accusare pubblicamente Vincenzo Consolo di aver prodotto uno "iato", ossia un'interruzione, lì dove sarebbe stato più proficuo produrre una "crisi"?
Quando Raffaele La Capria dice: [nei romanzi degli scrittori più giovani] "manca una visione del mondo. Io faccio sempre l’esempio del bicchiere: oggi la coscienza dello scrittore è come un bicchiere caduto per terra. Si è rotta l’unità della coscienza, si è perso l’insieme, sono rimasti tanti frammenti. In Dostoevskij, Cechov, Tolstoj c’era tutto: sociologia, psicoanalisi, politica, tutto. Un’architettura con le fondamenta, le colonne portanti, il tetto, eccetera. Il libro dovrebbe essere una struttura simbolica, un progetto estetico che nasce dal nulla e porta a un significato totale", Raffaele La Capria non sta precisamente descrivendo Ferito a morte, il suo libro più bello? E non sta comunque proponendo una descrizione della condizione dell'uomo contemporaneo che viene ripetuta da un centinaio d'anni almeno? O forse, come per Vincenzo Consolo sono oggi "giovani" gli scrittori cinquantenni, per Raffaele La Capria sono oggi "più giovani" gli scrittori ultracentenari?
Vincenzo Consolo e Raffaele La Capria hanno qualche dovere nei confronti degli scrittori "giovani" o "più giovani"? No.
Dal principio: è in crisi la narrativa italiana? Quale narrativa italiana è in crisi? E' in crisi la narrativa italiana di consumo? E' in crisi la narrativa italiana fatta dagli scrittori cinquantenni? E' in crisi la narrativa italiana fatta dagli scrittori trentenni? E' in crisi la narrativa italiana fatta dagli scrittori ultrasettantenni? E' in crisi l'idea stessa di narrativa italiana? E' in crisi l'idea stessa di narrativa, in Italia? E' in crisi l'idea stessa di italianità, nella narrativa? Che cosa è in crisi? Che cosa non lo è?
Perché i narratori anziani si sentono così spesso in dovere di dichiarare che dopo di loro c'è il nulla? Perché i narratori giovani si sentono così spesso in dovere di dichiarare il loro debito nei confronti dei narratori anziani? Perché i narratori anziani danno così spesso prova di sordità e ingratitudine? Perché i narratori giovani danno così spesso prova di ascolto e gratitudine? Ma ai narratori anziani, che cosa gliene frega dei narratori giovani? Ma ai narratori giovani, che cosa gliene frega dei narratori anziani? Che cos'è la relazione tra generazioni, nella narrativa? Ha importanza la relazione tra generazioni? Esistono generazioni? Non è che ci sono periodi in cui le generazioni ci sono e periodi in cui le generazioni non ci sono? Quante generazioni sono al mondo, oggi, in Italia?
Dal principio: è in crisi la narrativa italiana? Che cosa si intende dire quando si dice che la narrativa italiana è in crisi? Forse che la narrativa italiana vende poco? Come si misura il tanto e il poco delle vendite? C'è un poco assoluto e un tanto assoluto, oppure il tanto e il poco sono sempre comparativi? Comparata alle vendite di cosa, la narrativa italiana vende poco? Comparata alle vendite delle angurie? Comparata alle vendite degli orologi da polso? Comparata alle vendite dei narratori statunitensi? Comparata alle vendite dei libri di barzellette? Comparata alle vendite della birra? Comparata alle vendite delle pay-tv? Se ci sono un poco assoluto e un tanto assoluto, qual è la loro quantità? Un'opera narrativa che vende 956 copie ha venduto poco o tanto? Un'opera narrativa che vende 204.731 copie ha venduto poco o tanto? Ci sono opere narrative che vendono troppo poco? Ci sono opere narrative che vendono troppo? Esise una relazione tra la natura di un'opera narrativa e la quantità di vendite che essa genera? Esistono opere narrative per le quali si può affermare che è giusto che esse vendano un certo numero di copie, e meno è poco e più è troppo? E' possibile stabilire dei generi letterari sulla base del venduto? Chi se ne frega di quanto un'opera narrativa vende? Se un'opera narrativa splendida e meravigliosa non fosse acquistata da nessuno, smetterebbe di essere un'opera narrativa splendida e meravigliosa? Se un'opera narrativa splendida e meravigliosa fosse acquistata da innumerevoli compratori, smetterebbe di essere un'opera narrativa splendida e meravigliosa? Chi è che interroga la narrativa italiana a proposito delle sue vendite? Chi è che ha interesse a che la narrativa italiana realizzi delle vendite importanti? C'è qualcuno che trama nel buio perché la narrativa italiana venda poco? Ai narratori giovani importa qualcosa di quanto vendono le loro opere narrative? Ai narratori ultrasettantenni importa qualcosa di quanto vendono le loro opere narrative? E di quanto vendono le opere narrative dei narratori "più giovani"?
Calvino, Moravia, Morante e Bassani erano dei "veri scrittori"? Esistono degli scrittori che non sono "veri"? Esiste una data a partire dalla quale gli scrittori hanno smesso di essere "veri"? Viviamo circondati da scrittori che non sono "veri"? Vincenzo Consolo è uno scrittore "vero"? Raffaele La Capria è uno scrittore "vero"? Io sono "vero"? Che cos'è che decide della verità o non verità di uno scrittore? Chi decide della verità o non verità di uno scrittore? Uno scrittore "vero" produce necessariamente opere narrative belle? Uno scrittore "non vero" può produrre opere narrative belle? E' la verità dello scrittore che determina la bellezza delle opere narrative o è la bellezza delle opere narrative che determina la verità dello scrittore? Esiste una relazione tra verità dello scrittore e bellezza delle opere narrative? Ciò che fa di un'opera narrativa un oggetto di valore, è la sua verità o la sua bellezza?
Dal principio: la narrativa italiana è in crisi? Che cosa si intende dire quando si dice che la narrativa italiana è in crisi? Che si pubblicano opere narrative che non hanno bellezza? Che si pubblicano opere narrative non vere? Che si pubblicano opere narrative che, non funzionando, non sono reali? Che cos'è il funzionamento di un'opera narrativa? A quali funzioni adempie un'opera narrativa? Chi, che cosa assicura il funzionamento di un'opera narrativa? Esistono persone addette al funzionamento di un'opera narrativa? Esistono funzionari delle opere narrative? Un'opera narrativa che, non funzionando, non è reale, esiste tuttavia? Vi sono opere narrative esistenti, ma non reali? Vi sono per caso anche opere narrative reali, ma non esistenti? La condizione di realtà è necessaria per un'opera narrativa? E la condizione di esistenza? Un'opera narrativa è reale, se lo è, fin dal principio, oppure vi sono opere narrative che nel tempo diventano reali? E vi sono opere narrative che smettono di essere reali? Vi sono opere narrative che, continuando tranquillamente a esistere, trasmigrano dall'essere reali al non esserlo, o dal non esserlo all'esserlo? Vi sono opere narrative che, essendo reali, cominciano solo in un determinato momento a esistere? Vi sono opere narrative che, essendo reali, in un determinato momento smettono, o hanno smesso, di esistere? E' possibile verificare l'essere o non essere reale di un'opera narrativa? E' possibile falsificarlo? Verifica e falsificazione, se possibili, si compiono con mezzi empirici o con altri mezzi? E' certo che le opere narrative esistano?
La narrativa italiana è in crisi: qualcuno ha le prove?
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.07.05 10:13
Interventi
... fammi prendere fiato:-)
Son or ora tornato dal potare le rose.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.07.05 12:31
Io vorrei rispondere al quesito trentaquattresimo (è un caso, avevo pensato trentaquattresimo, poi mi sono messa a contare e ho pensato Ma che idea idiota, mi sbaglierò, salterò una domanda e qualcuno me lo farà subito notare, però intorno al sedicesimo quesito - primo paragrafo - ero ormai cuirosa di vedere quale sarebbe stato il quesito trentaquattresimo e ho continuato):
"Perché i narratori giovani danno così spesso prova di ascolto e gratitudine?"
Be', Giulio, io non lo posso sapere perché non sono scrittrice (a proposito, si potrebbe fare un commento di domande alle domande - anche se a me, adesso, vengono in mente le solite: cos'è uno scrittore? quando, chi, perché decide che un'altra persona è scrittore?, oppure per seguire le tue orme cosa significa "così spesso", spesso rispetto a cosa? quando è frequente e quando è rara? e quando è "nella norma, questa "prova di ascolto e gratitudine"?), però sono giovanissima ;) e ho tanta gratitudine. Non so però se ne do prova.
Va be', facciamo finta che sia una scrittrice che dà prova di ascolto e gratitudine: se mi chiedi "perché?" mi viene da dire "perché no?". Se non ascoltassi i piccoli o antichi maestri, cosa ne sarebbe di me?
Pubblicato da: monica - 22.07.05 12:52
Chi sostiene che la narrativa italiana è in crisi
non sostiene che la narrativa italiana è pessima, in quanto non vuole assumersi la responsabilità di esprimere un giudizio di valore, ma un pettegolezzo. Sparla della letteratura italiana, non ne parla male, proprio per questo usa, o sottintende, il termine 'crisi', il quale comporta un'allusione alla morte, non una constatazione di essa.
L'uso della parola 'crisi' consente, a chi lo desidera, di dire che una cosa è morta senza assumersi nè il dovere di provarlo nè le conseguenze della morte stessa. Questo è reso possibile dall'attesa di una 'resurrezione' che, come hai scritto, quel termine comporta.
In esternazioni come queste la speranza nella resurrezione viene prima della constatazione della morte, lasciando quest'ultima come dato acquisito, la cui trattazione può esser taciuta sulla scorta d'un dispiacere sentimentalistico insito nella speranza.
Se, invece, venisse meno questo dispiacere, non si sarebbe esentati dal dovere di addurre più precise argomentazioni.
Dunque, che ciò di cui si parla sia morto o vivo non interessa: ciò di cui si parla non interessa.
E ciò che non interessa, nel particolare, è la letteratura.
Ci sarebbe, allora, da chiedersi qual'è il sentimento che muove tanto specialistico disinteresse,
ma, c'è da scommetterci, non si perverrebbe a nulla fuor dell' 'eterno banalissimo'.
Pubblicato da: m. lippolis - 22.07.05 13:16
in crisi è il pensiero
Pubblicato da: melpunk - 22.07.05 13:27
Annunciare che qualcosa è in crisi è lo sport più antico del mondo, soprattutto in Italia. Provocatoriamente, mi viene da pensare che la nostra letteratura dimostra d'essere vitale e contemporanea proprio in quanto perennemente in crisi: ho infatti la sensazione che la crisi sia l'unico elemento davvero costante e quasi caratterizzante delle nostre esistenze. C'è forse qualcuno o qualcosa che oggi come oggi non possa dirsi in crisi?
Pubblicato da: maurizio becker - 22.07.05 14:29
Diro di più: è vero, sono in crisi e me ne vanto. Soltanto gli imbecilli non vanno mai in crisi. Del resto è sufficiente guardarsi un po' intorno per entrarci, in crisi.
Pubblicato da: maurizio becker - 22.07.05 14:33
maurizio - parole sante
Pubblicato da: melpunk - 22.07.05 14:33
Ho come la sensazione che abbiamo un'unica rassicurante certezza: che (prima o poi), anche gli scrittori, giovani e vecchi, veri o finti, di successo o sfortunati, noti o sconosciuti, bravi e pessimi, belli o brutti, alti e bassi, panzuti o longilinei, lapidari o prolissi, serissimi o comici, beh, un bel giorno,- vi do questa notizia triste- moriremo tutti.
:-)
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.07.05 15:11
c'è chi è morto prima di scrivere..
Pubblicato da: m. lippolis - 22.07.05 15:30
e Cecchi Gori?
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.07.05 16:05
Giulio, parbleu!
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.07.05 16:16
Memento Gori....
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.07.05 16:19
Esistono degli scrittori che non sono "veri"?
Io sono vera.
Se poi sono anche scrittrice, non so. E poco mi cale.
Pubblicato da: PornoSnob - 22.07.05 16:34
Ho provato con la respirazione bocca a bocca, e pure con quella pagina a pagina, ma non c'è stato verso di farla tornare in Sé... M'è spirata fra le braccia; e dai miei occhi nemmeno una lagrima o una battutina, tranne questa che ora Tu leggi, mio unico Lettore.
Iannox
Pubblicato da: Iannox - 22.07.05 17:02
magari i giovani scrittori sono grati ai vecchi perchè, prima di diventar giovinscrittori son stati loro giovinlettori, i vecchi magari degli scrittori giovani non gliene frega niente... o li tollerano come adulatori (il giovinscrittore, ancora "in potenza", ha bisogno di agganci). potrebbe essere?
comunque grazie per il ritmo incalzante.
Pubblicato da: dario - 22.07.05 17:11
Dario, cavolo. Allora io sono condannato. Io sarò sempre uno scrittore "in Potenza", visto che ci sono nato e ci vivo e lavoro, come si dice... La narrativa italiana è in crisi e neanch'io mi sento tanto bene.
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 22.07.05 17:30
Le tue domande, un fiume, costituiscono un inno alla relatività del concetto stesso di crisi.
Se il metro della crisi, almeno per alcuni, è dato dalle vendite, e temo tanto sia così, non c'è nulla di cui stupirsi.Ogni dimensione dell'umano va pesata, ahimè, sul piano della produttività e del successo. Non possono esserci risposte valide in assoluto, perchè ogni risposta porta dietro la storia di chi scrive, di chi esprime un'opinione. Idem per i "classici" di oggi.Per quelli che noi riteniamo tali. Le tue domande sono la prova che è uno pseudoproblema quello della crisi della narrativa. Pochi, o nulli, sono i criteri popperiani in base a cui possiamo falsificare o inverare le nostre opinioni e quelle di chi pensa che la narrativa sia in crisi.
Illuminante !
Pubblicato da: ago - 22.07.05 18:56
interessante l'argomento che sollevi :-)
Vi do una risposta pure io (nel mio blog per non occuparti troppo spazio) a chi interessasse leggermi (ma soprattutto a chi interessasse leggere la bellissima lunga citazione da cesare garboli che riporto) vada qui
http://georgiamada.splinder.com/
Pubblicato da: georgia - 23.07.05 12:09
Nel mio romanzone "Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile", sconosciuto ed introvabile perché edito con le mie poche forze dieci anni fa, ma scaricabile gratis dal mio sito da chi abbia voglia di stamparsi un librone di 440 pagine nel formato 17x24 (scorrere la pagina qui: http://xoomer.virgilio.it/badimona/pubblicate.htm), riportavo un pensiero di Garboli sul romanzo, che è del 1970:
...
Un altro Cesare, il viareggino Cesare Garboli, critico letterario insigne, così scriveva sulle pagine de Il Mondo (15 novembre 1970) a riguardo della crisi del romanzo: "È una tesi qualunquistica che finché dura la vita durerà anche il gusto di raccontare. La crisi non è del romanzo. È che nessuno di noi sa più che cosa chiedergli. Non sappiamo se chiedergli di essere una realtà o una finzione. Smettiamo di leggere o di scrivere romanzi nel momento in cui cominciamo a viverli. In una, due ore della nostra vita viviamo senza volerlo fulminei, sterminati, immensi romanzi - fiume che toglierebbero il fiato a qualsiasi lettore. E chi potrebbe mettersi al tavolo e cominciare? Siamo tutti scritti. Siamo tutti personaggi."
Confesso che è difficile per me parlare di queste cose, avendo assistito, come lettore ovviamente, o al massimo auditore, a innumerevoli dibattiti sulla crisi o non crisi del romanzo dai miei quindici/sedici anni agli attuali 63. Si dicono sempre (mettiamoci un quasi, va', per non offendere nessuno)le stesse cose. Io sono più pratico.
Ogni epoca produce arte secondo le proprie capacità (non parlo quindi solo di narrativa, ma di ogni forma d'arte). La responsabilità degli artisti è quella, dunque, di cercare di produrre al meglio, di responsabilizzarsi, ossia, nei confronti del proprio tempo.
Noi, perciò, non possiamo fare altro che dare questo imput agli artisti affinchè il nostro tempo non passi alla storia avendo nascosto qualche sua potenzialità inmportante.
Non possiamo fare di più e meno che mai di inoltrarci in una discussione se il romanzo o la letteratura del nostro tempo siano o non siano in crisi.
Poiché siamo contemporanei di questa narrativa e di questa letteratura, siamo i meno adatti a parlarne in termini di valutazione. Direi di più, chi decide di avventurarsi sulla strada della discussione se vi sia o non vi sia crisi, va fuori della sua "giurisdizione", per usare un termine giuridico. Se il contemporaneo vuol parlare di crisi o non crisi della letteratura, non ha gli strumenti per rivolgersi al suo tempo, mentre li ha nei confronti del passato, essendo con esso in un rapporto di "posterità".
Sono i posteri che hanno in mano il diagramma dei secoli e possono misurare gli alti e bassi di ogni forma di arte.
Il loro lavoro, pur non avendo valore di giudizio assoluto - e pertanto modificabile dalle generazioni successive -, avrà contribuito comunque a selezionare una scala di valori, della quale i posteri che verranno dopo di loro non potranno che tenerne conto.
Dire perché nessuno di noi oggi possa esprimere giudizi sulla nostra contemporaneità, è cosa ovvia, mancandone, appunto, l'oggettività e il distacco, e vieppiù perchè si è visto che anche nella veste di posteri quando ci esprimiamo sul passato, non possiamo mai formare se non un giudizio relativo, per quanto con contenuti vicino all'assoluto.
Si pensi all'esempio di Dante, che solo qualche secolo dopo ha raggiunto una unanimità di consensi, mettendo finalmente d'accordo la posterità.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 23.07.05 15:02
Mi piace la contrapposizione bellezza/verità.
Pubblicato da: Marco Candida - 23.07.05 21:43
Quando uno fa così tante domande è ovvio che non gli interessa nessuna risposta.
Pubblicato da: Marietta - 24.07.05 23:22
Quando uno dice che quando uno fa così tante domande è ovvio che non gli interessa nessuna risposta, è ovvio che pensa di sapere tutte le risposte ma se le tiene per sé in quanto dare le perle ai porci non è il suo stile.
Pubblicato da: Mariuccia - 25.07.05 09:54
O forse non ne ha e magari non essendo molto intelligente sperava che su una domanda avrebbe potuto impegnarsi tirando qualcosa di sensato, dando anche lui il suo contributo, non credi?
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 14:03
tirando "fuori", ovviamente.
Fare così tante domande funziona solo come artificio retorico, a mio stupido avviso, per dire tanto sappiamo come stanno le cose "voi e io" cioè "noi". E questo per la mia stupida persona è come dire che non gli interessa la risposta.
Ah, mariuccia, sorella mia, perle ai porci, non vedo né perle né porci.
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 14:14
Ma: a me le risposte interessano. Ad esempio mi interssa capire come mai sia così ricorrente, così insistente il luogo comune: "la narrativa italiana è in crisi". Io credo che la narrativa italiana sia, in questi anni, assai rigogliosa: mi pare che si pubblichino molti ottimi libri; mi pare che quasi tutti questi ottimi libri vendano assai poco, ma questo sarà un problema eventualmente per le aziende, non certo per la letteratura; vorrei capire che cosa dicono, che cosa intendono dire, che cosa vogliono far passare, che messaggio trasversale trasmettono, le persone (scrittori, editori, giornalisti di cultura...) che continuamente ripetono: "la narrativa italiana è in crisi"; cioè che continuamente ripetono una affermazione che a me sembra palesemente, platealmente falsa.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.07.05 15:28
E' falsa l'affermazione! è solo uno dei tanti topos banali usati solo perchè non si ha nulla da dire (scrivere) e si ha pure troppo da fare (cioè in realtà nulla da fare) per leggere veramente e sapere quindi cosa dire :-)
E' falsa e non perchè non si scrivano oggi, come ieri, bei libri o brutti libri, ma perchè la crisi, in letteratura, non è mai una cosa del tutto negativa ;-)
Oggi non vedo nessuna crisi all'orizzonte in Italia, non la vedo per lo meno nei media che ne parlano, anzi vedo solo tanti narcisi che passano il tempo ad autopubblicizzarsi, autovittimizarsi, autoincensarsi e a dirci come sono bravi loro ecc. e ... sono pure noiosi
Questa non è crisi è solo banalità in libera uscita.
E chiaro che non sto parlando del tuo blog, semmai (ma solo di striscio) parlo di altri blog ipersensibili dove se avanzi una minima critica i responsabili insorgono come mammole e magari pure ti mettono in moderazione, speso ti prendono per una infiltrata (perchè sono ossesionati dalla mania di persecuzione):-))))
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Signora mia, 'un ci sono più le formidabili e autentiche Krisi di una volta.
ma ... del resto 'un ci sono più neppure i narcisisti di una volta.:-)))))
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Pubblicato da: georgia - 25.07.05 15:56
Ma se quasi tutti questi ottimi libri vendono poco, - e sempre che arrivino sul mercato, ovviamente - non sarà che sono ottimi in astratto e che toccano però molto poco il popolo di lettori al quale si rivolgono? Se è così, se non sono capaci di arrivare ai lettori, visto che i lettori non li comprano, la letteratura italiana (non il singolo scrittore o grande scrittore che magari troverà il suo pubblico più in là) è davvero in crisi. Forse non è in crisi nella scrittura, forse è in crisi perché è in crisi la filiera, forse la letteratura non è più centrale, forse, forse forse, ma fatto sta che è in crisi. Poi forse i lettori che dicono che è in crisi si annoiano a leggere questi ottimi libri. E' un problema, certo, ma se si annoiano c'è poco da fare. Va bene, parliamo male di quelli che si annoiano, diciamo che non capiscono niente, che sono dei vecchi scemi, vecchi lettori scemi di vecchi scrittori ancora più scemi, ma la letteratura italiana resta in crisi. Se questi ottimi libri vendono così poco, se questi ottimi libri vengono letti così poco, usciamo e andiamo a fare neri quei cretini di lettori, oppure accettiamo il fatto che la letteratura italiana è in crisi. Che c'è uno scollamento tra scrittori e lettori, il che per me vuol dire che la letteratura italiana non parla più al paese, cosa che qualche vecchio scemo a suo tempo ha saputo fare. E questo, secondo me, vuol dire che la letteratura italiana è in crisi. marietta
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 15:57
Ma se i libri sono ottimi, la narrativa italiana non è in crisi. Mi pare.
Se c'è "uno scollamento tra scrittori e lettori", non mi sento costretto a dedurne che "la letteratura italiana non parla più al paese"; posso anche pensare che "il paese non stia a sentire la letteratura italiana"; oppure posso pensare che i mezzi di comunicazione, che una volta davano spazio ai "vecchi scemi" (pensiamo a Pasolini in prima pagina sul Corriere), oggi se ne guardano bene.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.07.05 16:15
E non ti sembra un segno di crisi? A me sì.
Nell'ordine:
se la letteratura parla al paese non c'è scollamento tra scrittori e lettori, mentre evidentemente se nessuno li legge, la crisi c'è.
Se il paese non sta a sentire la letteratura italiana vuol dire che non sa che farsene, forse sarà in crisi il paese, ma subito dopo è in crisi anche la letteratura italiana.
Se i mezzi di comunicazione (che hanno delle vibrisse sensibili :–) ) non danno spazio alla letteratura italiana vuol dire che non le danno credito, e per me questo vuol dire che la letteratura italiana è in crisi.
A meno che, ma basta intendersi, tu non consideri la letteratura italiana (nel suo complesso e fatte le debite eccezioni, come sempre) un fatto avulso dalla vita del paese, un giardino segreto, una turris eburnea, un fenomeno autoreferenziale.
Se è così, se pensi questo, mi rimangio tutto.
Scusa la fretta. marietta
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 16:40
il problema è che se il direttore del corriere è Ottone non è la stessa cosa se lo è mieli.
Questo è un fatto non una opinione ;-)
Mieli è obbiettivamente interessato ad altre cose, preferisce la fallaci a pasolini, ma questo con la crisi della letteratura non ha proprio nulla a che vedere, forse con il conformismo marziale invece sì ... ;-)
Pubblicato da: georgia - 25.07.05 16:41
Le cose buone inizialmente le leggono in pochi (non sempre naturalmente, ma spesso sì) questo però non vuol dire, naturalmente, che le cose lette poco siano buone ;-).
Il problema è un altro, ma molto molto arduo da affrontare, cioè che la necesita che esistano persone intelligenti, libere, anticonformiste, coraggiose che sappiano riCONOSCERE, pubblicare, rendere visibili le cose buone, queste persone però debbono anche essre in posti di potere perchè la cosa riesca del tutto e soprattutto devono credere veramente nella letteratura (e crederci veramente è una dannazione una malattia a volte rende a volte condanna)
Poi una cosa buona che abbia successo SUBITO è rarissima, accade certo ma se accade spesso è perche è stata veicolata da cose "eterologhe", ad esempio se viene portata a spalla dalla politica, in certi periodi felici, o da altro che non è letteratura.
La rete, ad esempio, ha aperto nuove e impensate possibilità, ha permesso di intravedere un mondo letterario nuovo e diverso, una produzione sommersa che prima veniva strozzata dal conformismo della critica, dei quotidiani e della televisione.
la rete è stata un mezzo incredibile, ma al momento anche lei sembra rientrare nei ranghi ;-).
Il fallimento di nazione indiana, in parte, è avvenuto, nel suo piccolo, proprio da questa nuova "e-restaurazione" letteraria. Penso che Moresco, forse senza volerlo e forse anche per motivi suoi personali abbia visto giusto e abbia toccato il vero punto dolente.
Pubblicato da: georgia - 25.07.05 16:56
Se la narrativa italiana produce libri "ottimi", e nessuno li legge, non è detto che il problema stia in quei libri. Questo m'interessa dire. Perciò:
[a] Domandiamoci se sia poi così importante per le opere narrative il numero delle copie vendute e il numero dei narratori raggiunti. E' così importante? Perché è importante? Oppure non lo è? E perché non lo è?
[b] Se esistono ottime opere narrative e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori? Non potrebbe stare nelle aziende editoriali? Non potrebbe stare nel mercato?
Faccio un esempio per spiegarmi. Se il matematico XY riesce finalmente, dopo secoli di ricerche, a provare il Teorema ZQ, nella comunità dei matematici tutti si rallegrano. Peraltro, fuori dalla comunità dei matematici nessuno si rallegra: perché pochissime persone (i soli matematici, appunto; e magari non tutti) sono a conoscenza del secolare problema della dimostrazione del Teorema ZQ; e comunque la dimostrazione del Teorema ZQ avrà un'influenza sulla vita del "paese", se ce l'avrà, tra una ventina d'anni, quando la sua dimostrazione porterà alla revisione di alcune scelte tecnologiche; eccetera.
La matematica è dunque in crisi? No. Il valore della dimostrazione del Teorema ZQ non viene messo in discussione dal fatto che a rallegrarsene, a ricavarne stimolo e ragioni per ulteriore lavoro intellettuale, siano soltanto un manipolo di matematici ultraspecializzati.
Ecco. Penso che qualcosa del genere valga per la letteratura.
Non penso che la letteratura sia "un fatto avulso dalla vita del paese, un giardino segreto, una turris eburnea, un fenomeno autoreferenziale". Ma faccio l'ipotesi che il numero dei lettori che vengono raggiunti dalle opere letterarie non sia un buon metro per misurare l'importanza della letteratura nella vita del paese.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.07.05 17:02
Non credo che sia così semplice, Mieli a parte, che non credo preferisca la Fallaci, ma sa che la Fallaci tira, ed è ancora viva, mentre di Pasolini in giro non ne vedo.
Credo che paradossalmente anche la rete abbia le sue responsabilità, ha allargato a dismisura il campo della comunicazione, e per esempio io ora sto qui, e non sto leggendo un libro, mi informo più rapidamente qui, e informarsi rapidamente è diventato importante. Leggo e scrivo brandelli, e il tempo richiesto dai brandelli è minore di quello richiesto da un libro. Il tempo ha una parte non piccola nella recezione della letteratura. E questo è un guaio.
E' cambiato il mondo, si è ridotto il tempo, anche della stesura dei libri, bisogna fare un libro ogni tot anni, per restare a galla, e se non un libro qualcos'altro che si veda, altrimenti si passa appresso.
Ma quello che veramente mi irrita (in generale, vorrei chiarire subito che non faccio questioni personali) è il discorso molto ideologico e a mio avviso campato in aria della "restaurazione". Restaurazione di che? Questi discorsi restano quello che sono, discorsi, parole, chiamate alle armi del genere armiamoci e partite, perché "in concreto" nessuno sa davvero cosa fare.
Questo non è il tempo della letteratura, a mio avviso, anche se non voglio dire con questo che non si debbano più scrivere libri. Ma mentre in passato è stata a volte "davvero" centrale, adesso è una delle tante offerte sul mercato delle idee, del tempo libero (perché ci dev'essere, il tempo libero dal lavoro, per leggerla) e di quello che volete voi.
Ma quando si dice che è in crisi non si dice che è morta. E' in crisi. Poi il singolo libro, il singolo scrittore, possano anche trovare lo spazio nonostante questa situazione di crisi, è un altro discorso. Non è morta, non è moribonda, ma è in crisi. Non capisco, una volta c'era la via della seta, poi le traversate transoceaniche di merci e persone, poi sono cambiate le cose. Anche nell'arte è successo lo stesso. La pittura era centrale, adesso è solo una delle forme possibili, finora non ho visto pittori che gridino allo scandalo come Moresco & C. Sarà che l'arte è un mondo più brutale e di anime belle ce ne sono di meno. marietta
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 17:23
sono d'accordo dalla a alla z/q e specialmente sulla b. Io penso che quello che ha detto Consolo corrisponde a quelli che dicono "ai miei tempi una panella di pane costava 10 lire" e si scordano quali erano gli stipendi medi. O le lagne aristocratiche di Arbasino... ai miei tempi era tutta un'altra cosa, c'era il Rinascimento in tutte le arti, altro che questa decadenza... Riflessioni che secondo me, Arbasino fa guardandosi allo specchio. E' lì che riflette amaramente... Invece di convincerci scrivendo un capolavoro, che ahimè, non ha mai scritto. Forse.
Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 25.07.05 17:33
Prima naturalmente rispondevo a georgia. La matematica è sempre stata fatta da specialisti per specialisti, poi i ricaschi ci hanno portato anche a queste tastiere che stiamo usando qui, ma certo non è mai stata formatrice del senso di identità di una nazione, come è successo anche in tempi molto lenti per la letteratura. Io nego solo che adesso la letteratura abbia ancora questa capacità. Nego che sappia far passare un senso comune di identità e appartenenza, ma è anche vero che una volta c'erano le famigerate "classi dirigenti" il mondo aveva una struttura gerarchica, adesso è parcellizzato, dovremmo cercare almeno di diventare arcipelago, e invece vedo lotte per bande, insulti ai vecchi scrittori la cui unica colpa è che i loro genitori hanno scopato prima dei nostri, aggressioni tra gruppetti di nuovi scrittori, le post avanguardie che guardano in cagnesco i realisti, e i giallisti e chi più ne ha più ne metta. E queste bande sono fatte ognuna al massimo di quattro gatti, ma siccome ognuno i propri gatti li ha, si sente al sicuro.
Vorrei lanciare una battaglia a favore di un nuovo arcipelago, ma non penso che farei molti proseliti. saluti marietta
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 17:38
le bande, composte di quattro gatti, che si litigano fra loro ci sono sempre state ;-), metti otto gatti insieme e avrai sicuramente almeno due bande di 4 gatti.
Poi a volte ci sono delle emergenze e allora gli otto gatti formano una tregua, ma non è questo il momento ... proprio perchè la letteratura non è per niente in crisi anzi direi che sono tutti bulimici e volgliosi di avere la fetta più grossa di torta è per questo che non hanno mai tempo per leggere e neppure per scrivere bene, tanto per fare nomi, il racconto sul corriere di colombati non è certo un crimine averlo pubblicato e neppure averlo scritto in fretta e furia, però... la cosa non gli fa onore, ma quelli sono fatti suoi.;-).
Riguardo a N.I anche lì ... siccome era diventato un notevole blog e abbastanza conosciuto ... c'era una guerricciola di famiglia sulla divisione della torta e, a casa mia, anche questo si chiama restaurazione o meglio e-restaurazione visto che la forza della rete (come di molte cose nuove) era proprio la generosità e la solidarietà ;-).
Secondo me questa è la e-restaurazione nella rete, perchè lì c'era stata una vera e propria rivoluzione in tutti i campi, in italia con un certo ritardo e in letteratura con un ulteriore ritardo ancora. Ora è finito e in tempi di restaurazione ci si rifugia nelle foreste e di li si osserva...si chiama resistenza lunga ...poi si torna in Pianura.
A parte gli scherzi ... volevo dire anche che il nuovo numero di Stilos è miglorato molto, quasi quasi ... mi piace (anche se bonina poteva evitarsi quella pietosa recensione al magdi allam/mondadori nel numero scorso che puzzava di ... di .... boh, non trovo a parola ... forse di "conformismo-marziale"
beh buona serata a tutti
Pubblicato da: georgia - 25.07.05 18:22
Cara Marietta, scrivi: "Nego che [la letteratura oggi] sappia far passare un senso comune di identità e appartenenza".
Domanda: ma questo scopo, lo scopo di "far passare un senso comune di identità e appartenenza", è uno scopo della letteratura?
Non nego che la letteratura abbia, in altri tempi, fatto questo. Domando se questo è un suo scopo, uno scopo che le è necessario.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.07.05 18:35
Cara Georgia, scrivi che in Nazione indiana c'è stata "una guerricciola di famiglia sulla divisione della torta". Io scrivo: questa tua affermazione è falsa.
Poiché naturalmente anch'io posso sbagliarmi, ti chiedo di dire in base a quali informazioni in tuo possesso hai fatta questa affermazione. Ti chiedo di spiegare di quale "torta" (cioè, fuor di metafora, presumo, di quali interessi economici o politici o editoriali o altro) si trattasse; di spiegare dove e quando e da parte di chi si sia posto il problema della "divisione" della "torta" stessa (cioè, fuor di metafora, di spiegare quando e dove e chi abbia preteso per sé, contro l'interesse di altri, determinate parti di tali interessi economici o politici o editoriali o altro); di spiegare quando e dove e come abbia avuto luogo la "guerricciola" (la parola "guerra", per quanto in forma diminutiva, indica un evento nel quale un soggetto cerca di distruggere, o almeno di danneggiare seriamente, un altro soggetto); di spiegare quale sia la "famiglia" (parola che, trattandosi di "torte" ossia di interessi, ha un certo qual sapore mafioso) o quali siano le "famiglie" coinvolte, eccetera.
Ti rivolgo queste richieste perché la tua affermazione non mi sembra una "interpretazione" di ciò che è avvenuto in Nazione indiana, ma mi sembra implicare un riferimento a precisi fatti, precisi avvenimenti, precise persone.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.07.05 18:46
ah ah ah ah
hai ragione ... dovevo dire "e-guerra", "e-fetta" della "e-torta" ;-)
Tranquillo la mia è "interpretazione" dall'esterno.
No, non so nulla di reale torta di interessi editoriali, anzi penso che se ce ne fossero stati davvero, sarebbero stati i veri perdenti in questa scissione perchè NI non ha certo più l'autorevolezza e il patrimonio di fiducia che aveva prima e mai più l'avrà (e spero di sbaglarmi).
Giulio tu c'eri (anzi forse ci sei ancora) in NI quindi spiegaci tu per bene, per evitare equivoci, cosa è successo VERAMENTE.
Non è possibile che tutto si sia ridotto ad una e-bizza vera e propria di quattro gatti impazziti
Tu sicuramente lo sai, se hai tempo dacci la tua versione (non credo di averla mai letta) e, già che ci sei, spiegami anche perchè nella NI 2.0 mettono apesso in moderazione anche solo se uno critica un pezzo?
Almeno tu (te lo riconosco) accetti anche critiche, anche se ogni tanto soffi come un gatto;-)
Pubblicato da: georgia - 25.07.05 19:04
Certo, non per tutti gli scrittori questo è stato lo scopo consapevole del loro lavoro, né ritengo che la molla per la scrittura debba essere esclusivamente questa. Delfini, per fare un esempio, non credo pensasse in questi termini, anche se in realtà non lo so. Ma alcuni dei grandi, in tutti i tempi, non solo in generici "altri tempi", erano coscienti di essere scrittori del loro paese. Il fatto stesso che uno o due grandi scrittori abbiano questa consapevolezza fa sì che anche il lavoro degli altri prenda una posizione diversa nel quadro. Ovunque un paese, nel suo complesso e nelle varie forme in cui questo si esplicita, abbia una forte idea di sé, anche una forte idea negativa di sé, accade che alcuni poeti e scrittori si chiedano in quale posizione si trovano di fronte a questa idea. Non ci sarebbero altrimenti Pastorali americane, non ci sarebbe la letteratura israeliana, non ci sarebbe stato Pasolini e neppure Calvino, né Savinio, né Gadda, non ci sarebbe stata una forte letteratura tedesca nel dopoguerra, per quanto possiamo ritenerla invecchiata. Come vedi faccio esempi a caso, per essere breve, ma sicura di essere capita.
Io penso che lo scopo della letteratura sia anche riflettere molto a fondo. Che questo avvenga attraverso la lingua, o l'autobiografia, o il romanzo in tutte le sue forme non mi interessa, mi va bene tutto; quello che chiedo (chiederei?) è che non si accontenti di essere pura editoria e la mia sgradevole sensazione (sensazione, non certezza) è che questo non accada. Che giovani scrittori con un po' di talento vengano comprati subito da case editrici che devono produrre molti titoli per restare sul bancone, e che questi giovani scrittori, una volta pubblicati e così blanditi, smettano di andare a fondo e restino invece a galleggiare, cavando da sé molto meno di quanto potrebbero, mi dispiace.
La colpa non è loro. Bisogna essere eroici per dire caro editor, a te questo romanzo piace, ma io sento che ancora non ci siamo.
Ma tornando alla domanda, posta così come me l'hai fatta, o come io ti ho costretto a farmela, sembra una cosa molto meccanica. Non intendevo questo. Ma sono certa che persino oggi un buon romanzo, un romanzo molto e profondamente pensato, porti con sé anche un senso più generale di identità e appartenenza, e non un semplice senso di appartenenza generazionale, o regionale, o di mood modaiolo.
Penso secondo categorie vecchie? E' possibile, certo. Ma leggo queste pagine così poco, come dire, sostanziose. Dove la mancanza di sostanza viene coperta da gerghi, smozzicamenti sintattici e decorazioni di vario genere dallo sbudellamento
all'intruglio, l'ho già detto da qualche parte, vedo pallidi cloni. A volte rumorosi pallidi cloni. A volte timorosi pallidi cloni. Cose carine, cose quasi buone, cose che tra un anno, se il giovane scrittore ci avesse lavorato sarebbero state magari buone. Ma lui non ha pensato "seriamente", ha solo pensato di fare un libro, uno qualsiasi, un libro per pubblicarlo ed essere scrittore. Penso questo, spero di non essere lapidata, saluti marietta
Pubblicato da: marietta - 25.07.05 19:29
Rispondendo di corsa a Giulio che domandava a Marietta sugli scopi della letteratura, mi viene in mente Orwell, citato in Jean-Claude Michéa, L'insegnamento dell'ignoranza, Pesaro, Metauro, 2005. La letteratura serve a "to grasp what kind of world we are living in", cioè a capire in che mondo viviamo. Altrimenti, è letargo di talpe, abiezione che funghisce su sé (l'espressione è di un contemporaneo di Orwell. Si vede che erano altri tempi, non so).
Pubblicato da: giovanni - 25.07.05 19:30
"Ho scelto il mestiere di critico perché desideravo leggere molti bei libri. Ora, leggo molti libri, ma essi sono solo raramente belli. Anzi sono quasi tutti brutti. E' tremendo scrivere quasi quotidianamente
di libri privi, oltre che di futuro, di presente. Ripensandoci, dovrai leggere cento libri prima di trovarne uno che ti venga voglia di rileggere" (Debenedetti a Walter Pedullà, citato in W. Pedullà, Il novecento segreto di Giacomo Debenedetti, Milano, Rizzoli, 2004). Tolle et lege, mi diceva sempre un amico mio - e ancora mi dice, rimproverando la troppa scrittura.
Pubblicato da: giovanni - 25.07.05 19:50
quando si parla di libri ottimi che "però non parlano ai lettori" si compie una mistificazione. i libri ottimi - dal momento che assai spesso quelli che sono tali sono anche "impegnativi" (mi si passi il termine generico) - non arrivano proprio al lettore. esattamente come in televisione le cose ottime passano alle 4 del mattino, in libreria i libri ottimi sono nascosti o non ci arrivano. bisognerebbe dire che esistono libri ottimi che non parlano al distributore, al libraio ecc. cioè dobbiamo dire che il vero filtro in letteratura è dato dal braccio economico-commerciale e non da quello "culturale" del mondo editoriale (con l'ahimè ben nota retroazione sulla selezione editoriale stessa che tende a cercare o a escludere testi in funzione del presunto gradimento del mercato). non sarà questa crisi qualcosa di diverso da quello che sembra? non sarà una crisi della nostra società tout court, relativa ai modelli di consumo culturali, all'accezione stessa di cultura, al mescolamento degli antichi basso-alto, che anche noi operatori editoriali non siamo poi così bravi a gestire, a capire a guidare? non sarà una sfida completamente diversa che dovremmo inquadrare in un modo un po' meno "letterario" - nel senso di turrito isolamento - e un po' più "pop"? oh. sì anche io ho tante domande...
Pubblicato da: paola - 26.07.05 09:04
Cara Georgia, in risposta alle mie domande su quanto affermavi a proposito di Nazione indiana, scrivi: "No, non so nulla di reale torta di interessi editoriali", eccetera. Ammetti quindi che quando hai scritto che in Nazione indiana c'è stata "una guerricciola di famiglia sulla divisione della torta" stavi inventando di sana pianta.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 09:53
Cara Marietta, scrivi: "Sono certa che persino oggi un buon romanzo, [...] porti con sé anche un senso più generale di identità e appartenenza, e non un semplice senso di appartenenza generazionale, o regionale, o di mood modaiolo". Che questo avvenga, lo concedo senz'altro.
Ma la mia domanda riguardava tutt'altro; era questa: lo scopo di "far passare un senso comune di identità e appartenenza", è uno scopo della letteratura? Uno scopo necessario alla letteratura?
Faccio un esempio scemo. Quando mangio i biscotti, faccio rumore. Questo rumore è uno scopo necessario ai biscotti?
Rispondo. Ricerche di mercato hanno appurato che il consumatore gradisce molto il biscotto che, quando viene masticato, produce un certo rumore. Pare che il rumore sia rassicurante; è come se il biscotto, rumoreggiando in bocca, dicesse al consumatore: "Ehi! Guarda che stai mangiando un biscotto veramente ben cotto! Senti come rumoreggia!". Pertanto ci sono aziende di biscotti che hanno orientato la produzione e il marketing verso biscotti che, quando vengono masticati, producono parecchio rumore (ci sono anche studi sul tipo di rumore, sulla tonalità, eccetera).
Il rumore è quindi uno scopo necessario ai biscotti? Non è detto: quanto ho raccontato dimostra, al massimo, che il rumore è uno scopo necessario al marketing dei biscotti e quindi al loro successo commerciale.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 10:02
Perché è in crisi la narrativa italiana ? Leggete questo thread (se ci riuscite) e avrete la risposta.
Pubblicato da: brutal - 26.07.05 10:29
No, non stavo inventando (non ho una così grande immaginazione) stavo solo interpretando in base ai dati a disposizione in rete, e se l'interpretazioneti è apparsa "fantastica" (e se tu dici che lo è, è probabile che lo sia) è solo perchè (a parte i fuoriusciti) gli altri si sono guardati bene dal dire cosa fosse realmente successo.
Ad ogni modo vedendo cosa succede ora (e qui non invento) dove se uno critica un pezzo viene messo in moderazione e addirittura gli viene poi richiesto un attestato di buona condotta per essere riammesso ... (ah ah ah ah ) incomincio a "capire" un po' cosa possa aver portato alla rottura: non bassi interessi editoriali o altro ;-) ma un eccesso di tentazioni autoritarie come capita molto spesso quando qualcuno, in rete, va fuori di testa e ha in mano anche un pur piccolissimo e-bastone del comando.
La rete richiede nervi saldissimi perchè l'e-narcisismo (che è molto pù pericoloso del narcisismo nella vita reale) e l'effimero senso di potenza (due difetti della rete) può veramente provocare disturbi nella personalità.
Noi siamo ancora indietro, ma altrove sono fenomeni già studiati.
In NI però non me lo aspettavo, ma forse dovrei dire in NI 2.0 e forse lì era prevedibile, in alcuni, questa involuzione narcisistica.
Però Giulio tu non hai rsposto alla mia domanda (che stavolta era formulata anche civilmente;-), Ma perchè su questo argomento glissi sempre elegantemente e ti limiti a fare l'indignato per eventali insinuazioni?
Pubblicato da: georgia - 26.07.05 10:38
giulio ... bel pezzo quello sui bscotti :-)
Pubblicato da: georgia - 26.07.05 10:39
Se non riesci a leggere questa discussione, caro Brutal, mi rendo conto di quanto sia difficile per te affrontare un'intera opera narrativa.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 10:40
Senza offesa, caro giulio mozzi, ma anche se la tua domanda ha l'apparenza della concretezza, mi pare piuttosto causidica, sembra simile a quella di paola, con la quale in parte concordo, ma si sfibra in un gioco piuttosto letterario. Comunque, se vuoi una risposta biblica, no. Non è il suo unico scopo, è certo uno dei suoi effetti migliori. Credo che una parte di verità ci sia in ogni risposta che è stata data, quello che temo è che finiamo per diventare come la Romania al tempo della giovinezza di Cioran, un luogo dove le intelligenze, chiuse nella gabbia fisica e metaforica di un paese bloccato e marginale, producevano malattie spirituali. Forse a quei confini dobbiamo aggiungere meccanismi economici e commerciali mortificanti. Ma se dovessi ridurre il mio invito all'osso, direi solo questo: ragazzi, rischiate di più, pensate più a fondo. Ieri sono finita in un blog dove per un intero thread si è usato il torpiloquio per criticare un paio di vecchie glorie, per carità, un momento di nervi, uno scazzo. Ma certo, l'effetto deprimente è stato grande. Se è così che gli scrittori si pensano di fronte agli scrittori che li hanno preceduti, o che non apprezzano, o comunque agli altri,se è questo tutto quello che sanno pensare, di sé e degli altri, stiamo freschi. Sono forse questi i segni che mi fanno parlare in modo forse un po' pomposo di identità e appartenenza, vorrei qualcosa di meglio, ecco tutto. saluti, Marietta
Pubblicato da: marietta - 26.07.05 10:52
Scusami, ti ho dato del causidico, non avrei dovuto, mi rendo conto che è il tuo stile più che legittimo di arrivare a porre i problemi, mi sono resa conto che anch'io sono condizionata dal mezzo, questi commenti un po' a botta calda inducono alla sciatteria, mia in questo caso, marietta
Pubblicato da: marietta - 26.07.05 11:07
Cara Georgia, se vuoi sapere che cosa è successo in Nazione Indiana non hai che da leggere Nazione indiana. Comincia dall'intervento di Antonio Moresco intitolato "La restaurazione" (http://www.nazioneindiana.com/2005/04/09/la-restaurazione/) e poi segui la discussione.
Ripeto: non mi pare che tu abbia "interpretato"; tu hai scritto che c'era stata una "guerricciola di famiglia sulla divisione della torta", e questa frase non mi sembra "interpretare" alcunché, bensì descrivere (con metafore usuali) un fatto. Sarei curioso di sapere sulla base di quali "dati a disposizione in rete" hai costruita questa descrizione.
Non "glisso" su questo argomento. C'è stata una discussione in gran parte pubblica e messa per iscritto in rete, disponibile a chiunque voglia informarsi. In quella discussione sono intervenuto: quel che avevo da dire, l'ho detto.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 11:07
Cara Marietta, il punto è qui. Se "far passare un senso comune di identità e appartenenza" non è uno scopo necessario della letteratura, allora non è possibile accusare un'opera o un periodo o una generazione o un narratore ecc. di non "far passare un senso comune di identità e appartenenza".
O meglio: è possibile accusare un'opera ecc. di non "far passare ecc." solo se si considera la letteratura non in quanto letteratura, ma in quanto fenomeno socioculturale di una certa rilevanza, comprensibile con i mezzi della sociologia e governabile con i mezzi della politica.
Presumo che il Ministro della Cultura di un governo fascista o comunista o teocratico sottoscriverebbe volentieri l'attribuzione alla letteratura dello scopo di "far passare un senso comune di identità e appartenenza" (e, naturalmente, avrebbe idee assai precise su identità e appartenenza, nonché sull'utile politico ricavabile dalla letteratura).
Io non ho alcuna intenzione, cara Marietta, di accusarti di essere fascista o comunista o teocratista. Voglio solo far notare, e per questo mi sono permesso una estremizzazione del discorso, che l'attribuzione alla letteratura di uno scopo o di un altro scopo non è una questione astratta, ma ha conseguenze immediate sulla nostra libertà.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 11:29
Lo spero bene!
Ma non posso darti torto, messa così può portare anche a questo, ma allora non mi restano che due possibilità, una delle quali non praticabili in un blog, o almeno, non da parte mia:
1) dire solo: la qualità è bassa.
2) fare un'analisi stilistica di ogni libro.
la prima mi sembra inutile, anche perché tu diresti che non è vero, io che a mio avviso è vero, la seconda impraticabile.
Quindi ho cercato di sintetizzare in una formula un po' pomposa quello che sento. Certo, ogni formula, nella sua povertà, si attira possibili accuse, ma vedi, o sono io che argomento poveramente, ma mi sembra di essere nella media, o non è possibile fare nessuna discussione sulla crisi della letteratura. Se non, come tu vorresti, negarla.
A questo punto, quanto a me, penso che smetterò di discuterne.
Del resto non credere che io non mi renda conto che tu fai di tutto, col tuo ruolo e i tuoi interventi, per guarire il malato, te lo riconosco, ma per me resta il fatto che vedo la crisi, dellla letteratura, del sistema economico commerciale come dice paola, del paese. Io non credo che tacere la malattia porti alla guarigione, mi pare che finora abbia portato solo a un po' di risentimento verso qualche vecchio scrittore, ma capisco che anche a sottolinearla, come faccio io, non si cava un ragno dal buco. Marietta
Pubblicato da: marietta - 26.07.05 11:45
Caro Mozzi, purtroppo ci riesco eccome a leggere questa discussione. E' per questo che la trovo importante: dum Romae consulitur Saguntum expugnatur. La cultura italiana dovrebbe produrre opere (possibilmente d'arte), invece vivacchia e discetta sul suo vivacchiare. Da lettore, vorrei un buon libro all'anno (uno solo !) e meno seghe mentali.
Pubblicato da: brutal - 26.07.05 14:48
Se non riesci a distinguere una discussione da una "sega mentale", caro Brutal, mi rendo conto di quanto sia difficile per te accorgerti dei buoni libri che si pubblicano in Italia.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 15:02
Cara Marietta, io penso appunto che "non è possibile fare nessuna discussione sulla crisi della letteratura"; e aggiungo: non è possibile, e non è nemmeno utile.
Si possono però, e credo che possano essere molto utili, fare altre discussioni. Il mio post fitto di domande ne proponeva alcune.
Credo che già il fatto di tentar di formulare domande scansando i luoghi comuni ("la narrativa italiana è in crisi" è un luogo comune: lo sento ripetere almeno dal 1977) possa essere utile.
Grazie per la conversazione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 15:10
A quoi distingue-t-on toute décadence littéraire? A ce que la vie n'anime plus l'ensemble. Le mot devient souverain et fait irruption hors de la phrase, la phrase déborde et obscurcit le sens de la page, la page prend vie au détriment de l'ensemble: – le tout ne forme plus un tout.
F.Nietzsche: Le cas Wagner.
Mi spiace, ce l'ho solo in francese, grazie anche a te, marietta
Pubblicato da: Marietta - 26.07.05 15:29
caro Mozzi, non posso impedirti di fare il sussiegoso, ma questo tipo di discussioni spiega perché la letteratura contemporanea si morde la coda.
Pubblicato da: brutal - 26.07.05 15:34
Caro Brutal, t'inganni due volte. La prima, perché io non faccio il sussiegoso: mi limito a farti l'eco; se la cosa ti irrita, ìrritati con te stesso. La seconda, perché la letteratura contemporanea non ha la coda (non so se ce l'avessero le letterature d'altri tempi: m'informerò; ma su quella contemporanea non ho dubbi).
Se vuoi discutere, discuti. Ciò che fai intervenendo qui, non è discutere.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.07.05 15:56
caro Mozzi, se qualcuno si è irritato non sono certo io. Dici che quel che faccio non è discutere ? Certo: ho detto e ripeto che questa discussione è priva di senso. Se la cosa ti dà fastidio prometto che non lo faccio più. D'ora in avanti, se una discussione mi sembrerà aria fritta, soffrirò in silenzio. Ma se ne accorgerà qualcun altro.
Pubblicato da: brutal - 26.07.05 17:33
"D'ora in avanti, se una discussione mi sembrerà aria fritta, soffrirò in silenzio"
facessero tutti così, la rete sarebbe un posto migliore :-)
Pubblicato da: Sonni - 26.07.05 18:01
Se la crisi è un passaggio, i giovani scrittori non sono in crisi perché non sanno né da dove arrivano, né dove vanno. E non gliene frega niente.
Nemmeno gli anziani scrittori sono in crisi. Gli anziani scrittori sono in dubbio. Scrivono nel dubbio, mangiano nel dubbio, pensano nel dubbio, dormono nel dubbio. Dubitano persino di essere anziani scrittori, forse sono ancora giovani, forse sono più anziani persino di loro stessi, forse sono più giovani dei giovani, forse hanno risanato la letteratura, forse l'hanno affossata, forse credevano tante cose che ora non credono più, forse sognavano, forse non smettono di sognare, forse sono rassegnati, forse sono disillusi. Forse i giovani sono i padri e gli anziani sono i figli. Forse i figli ne sanno più dei padri. I padri hanno la sensazione di non essere mai stati padri. Non vogliono esserlo. Se qualcuno li chiama padri, si vergognano, non si sentono all'altezza. Sono solo umili artigiani del resto.
Niente padri, niente figli. O figli coattamente padri di loro stessi.
In tutto questo i giovani scrittori non sono in crisi, sono, naturalmente, in dubbio. Il dubbio è un insegnamento irresistibile, il concedersi di non sapere mai precisamente niente su niente è una tentazione troppo ghiotta per qualunque intellettuale. Gli anziani scrittori sono stati cattivi insegnanti. Gli anziani scrittori hanno costruito un mondo fatato di dubbio. Sostituito la critica letteraria con l'insegnamento della fantomatica tecnica letteraria (fantomatica, aleatoria, impossibile da costringere in chiare regole, dubitativa per costituzione). I giovani scrittori sono per lo più plagisti, copiatori, ripetitori di modelli di genere collaudati o di poetiche autoriali saturate, timorosi nuovi accademici dell'aria fritta, stanchi nuovi operai della narrativa-industria, ingegneri dell'intrattenimento, supervalutatori del genere e rassegnati fruitori, mai generatori, del mercato. Ma assolutamente non in crisi. L'idea di crisi della giovane letteratura fa parte di una panica etichettatura di fragilità, superficialità, assenza di coraggio applicata dagli anziani ai nuovi giovani e raccolta come alibi da troppa gioventù e per troppi anni. Ma se anche tutto questo fosse vero, il disorientamento di un giovane, sta nell'assenza di un buon padre da uccidere.
E ciononostante, la giovane letteratura non è in crisi. La giovane letteratura è immobile. E di nuovo se la crisi è un passaggio, l'Immobilità si trova ai suoi antipodi.
Del valore o disvalore dell'immobilità si potrà parlare in seguito. Del resto se si resta immobili, quando tutto intorno si muove, si arriverà pur sempre in qualche posto. E allora si sarà avvenuto un passaggio. E allora si, forse, volendo, in qualche misura, una crisi.
Pubblicato da: matteo - 26.07.05 20:03
commento riveduto e corretto qui: http://iojaco.splinder.com/post/5372626
Pubblicato da: matteo - 26.07.05 20:27
Giulio, mi hai convinto. Giacché con la poesia ho praticamente smesso (il mio libro "ottonale" ha trovato un editore all'estero, dovrebbe uscire con reciproca soddisfazione a fine anno) e col teatro pure, mi metterò a leggere seriamente la narrativa italiana odierna, cominciando dai testi liberamente scaricabili in rete. Sono fermo al pregiudizio -da acquisti sbagliati- che si tratti in gran parte di similcronaca, cioè di protogiornalismo (e linguaggio e temi da blob o da fiction, per cui preferisco la tv ai surrogati cartacei) più che di letteratura; mancherebbe cioè un'autonoma ontologia del linguaggio, e da poeta la trovo mancanza grave. Sono fermo al primo Lodoli e a Moresco, per dire. Non mi pare si possa parlare di crisi, peraltro, dati i riscontri e l'interesse che la nostra narrativa suscita in Italia e all'estero, almeno a livello di discussione; vedremo dove arrivo, dunque... per ora saluti e buon proseguimento.
Pubblicato da: GiusCo - 26.07.05 22:51
Ecco, ho preso "Scirocco" di Di Michele sul sito de iQuindici; sono arrivato a pagina 75 e non andrò avanti. Se questo è un capolavoro, i resoconti di Marco Candida (che prendo ad apice della scena attuale, assieme allo spassosissimo blog VMO) sono da Nobel. Avanti il prossimo.
Pubblicato da: GiusCo - 27.07.05 00:20
- Brutal, non sono irritato. Mi limito a osservare che dire: "Questa discussione è priva di senso" non mi pare sufficiente. Bisognerebbe quantomeno spiegare perché è priva di senso.
- Giuseppe, sei magnifico. Dichiari l'intenzione di metterti a "leggere seriamente la narrativa italiana odierna"; poi leggi 75 pagine di un testo preso sostanzialmente a caso; e decidi che tutta in blocco la "narrativa italiana odierna" non ti interessa più. Sembri quello che, spinto dai parenti e dagli amici, finalmente si decise a trovarsi una donna da sposare: uscì di casa, davanti al portone s'imbatté in Wanna Marchi, e tornò subito a rinchiudersi urlando: "Che schifo le donne! Non parlàtemene più!".
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 07:37
Io non credo più di essere in grado di esprimere sensati giudizi sull'universo-mondo (davvero troppo labirintico) però penso che gli autori che si impegnano in prima persona su Internet rischino molto. Se da una parte si procurano un po' di pubblicità a buon mercato, dall'altra finiscono per compromettere la loro "aura", rompendo il cerchio magico della finzione letteraria. E' infatti difficile ridare quel credito infantile - che si poteva così facilmente concedere ad un nome astratto (specie se mitizzato, meglio se straniero) - ad una "persona" che ha inevitabilmente dato così tante prove di ottusità cognitiva e meschinità morale, come fatalmente accade per qualsiasi persona che venga osservata troppo a lungo e troppo da vicino. Nel fervore della discussione la maschera finisce inevitabilmente per scivolare, e quel che appare sotto striderà poi irrimediabilmente con le rappresentazioni di facciata, che non possono fare più la vecchia presa. Vi ometto la lunga litania di "ridimensionamenti" che ho tratto dalla mia esperienza in Internet, senza peraltro che questo abbia rigonfiato il concetto di me stesso (sono anzi un po' depresso) e senza negare che "l'umanità" così guadagnata non si traduca anche in simpatia. Ma per semplice simpatia non sono granché disposto ad impegnare tempo e denaro (entrambi scarsi). Quindi molti libri li lascio sugli scaffali.
Pubblicato da: e. - 27.07.05 08:39
Sinceramente: non m'importa gran che né della pubblicità a buon mercato né della compromissione dell'aura.
Quanto al resto: frequento da un bel po' la donna della mia vita; mi sono lasciato osservare assai a lungo e assai da vicino; e indubbiamente ho dato svariate prove di ottusità cognitiva e meschinità morale. Il fatto che non mi abbia ancora mandato via, peraltro, mi rende felice.
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 08:59
Il mio discorso era al tempo stesso molto personale e molto generale, e mi scuso sinceramente se ti è sembrato contenere delle insinuazioni personali che ti giuro inesistenti (io praticamente non ti conosco). L' "aura autoriale" descriveva un certo mio tipo di "adesione" ai testi che ha determinato certe mie condotte, ma non presume nulla negli altri.
Pubblicato da: e. - 27.07.05 09:26
Stamattina sul muro di travertino della stazione della metro c'era una scritta fresca, spray nero di bomboletta tremante d'emozione, non un professionista dell'imbrattawriterismo:
IO E TE TRE METRI SOPRA IL CIELO.
Che capacità di identificazione, no? Più di un telefilm o una telenovela, più di un blockbuster amerikano. E la chiamate crisi, questa crisi?
Ma poi: non eravamo europei? Non eravamo mondialisti globalizzati cittadini del mondo quando non degli altri mondi o dell'altermondo? E allora non potremmo metterci a cercare cose buone dal mondo senza stare tanto a sfinirci con le storie di cortile o con la loro mancanza?
Secondo me il segno che una crisi c'è sta nel fatto che per 70 volte, 71 con me, qualcuno ha postato qui un messaggio invece di voltare la pagina di un libro, o pensare a una pagina di libro letta o da leggere.
Pubblicato da: Andrea - 27.07.05 09:32
Per carità, e., non ho vista nessuna insinuazione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 09:33
Caro Andrea, mi pare che non ci sia alcuna contraddizione tra l'amare il mondo e l'amare il proprio paese. Se ti pare che ci sia, prova a persuadercene.
Se alcune persone discutono a lungo attorno a un certo oggetto, ciò costituisce la prova che farebbero meglio a non discuterne? Secondo te (implicitamente) sì, mi pare. Ma dubito che sia vero.
Non capisco quale relazione ci sia tra il discutere qui e l'astenersi dalla lettura. Nella giornata faccio molte cose, il leggere e il discutere sono due tra le molte cose. Se ieri non fossi stato qui a discutere, probabilmente avrei riordinato il garage.
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 09:42
non guidi, non hai la macchina ma ...hai un garage da rimettere a posto?
Pubblicato da: georgia - 27.07.05 10:10
Be', c'è un equivoco: ho detto avanti il prossimo (libro)! La mia fiducia è illimitata e la pazienza altrettanto. Per il tempo, si fa quel che si può.
Pubblicato da: GiusCo - 27.07.05 10:17
Georgia, è così. In garage c'è la biblioteca.
Giuseppe: mi scuso. Comunque sull'idea del Nobel per Marco Candida sono d'accordo. Magari non subito: tra un po'.
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.07.05 10:23
Ne sono davvero sollevato! Provo allora ad articolare un po' meglio. Ottusità cognitiva e meschinità morale penso che siano momenti inevitabili di ogni esistenza umana, dato che non possiamo rimanere eternamente in guardia e che spesso ci sfuggono molti aspetti delle situazioni nelle quali siamo coinvolti. Un tratto di "umanità" che certo non impedirà a qualcuno di amarci (anche se l'innamoramento normalmente matura in una relazione meno mitica ed allucinatoria, con qualche punta d'indulgenza reciproca) ma soltanto di venire considerati una sorta di "semidio", cioé il rapporto, intriso di feticismo, del "fan" con il proprio "idolo".
Sebbene ritenga ovvio che esistano forme di relazione con i testi assai più mature e sofisticate di quella a cui alludevo con "aura autoriale", suppongo che i grandi numeri si possano raggiungere soltanto attraverso questa dimensione mitica (o mimetica, o modaiola - qui invoco uno spirito di carità interpretativa) oppure, ad un altro livello, attraverso l'inculcamento scolastico.
Insomma intravedo una netta cesura tra chi più o meno appartiene al gioco letterario (con l'implicita condivisione di molti presupposti ed una certa complicità di fondo che stempera le rivalità) e il vero "uomo della strada", che spesso vedo chiamato a "condividere" qualcosa di profondamente arbitrario sotto la veste dell'universalità, che viene insomma sottoposto ad una certa violenza simbolica, anche se sotto la forma relativamente mite dell'imbonimento. Mi viene in mente l'articolo di D'Orrico su Piperno, nel Corriere Magazine, con il tentativo abbastanza scoperto - direi esemplare - di farci "innamorare" del personaggio Piperno e del suo milieu, ovvero di instillare una senso di mancanza ontologica da colmare attraverso l'acquisto del suo libro.
Tutte sciocchezze?
Pubblicato da: e. - 27.07.05 10:42
Torno a terra.
Io non penso che la letteratura sia in crisi, ma da questo a che si pubblichino "molti ottimi libri", c'è distanza. Ottimi libri ce ne sono sempre stati pochi (forse per definizione?).
Negli ultimi due/tre anni ho letto diversi libri recenti che mi sono piaciuti. Erano ottimi? Io tendo a riformulare questa domanda come: tra cinquant'anni me li ricorderò? Da un po' di tempo, la risposta è sempre: statisticamente tra cinquant'anni sarò morto, meglio calare.
Tra trent'anni me li ricorderò? Quasi tutti no, come è giusto che sia (sono quasi certo che me ne ricorderò uno, che peraltro mi pare molto trascurato: Franco Stelzer, Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei).
Comunque, se lo scrittore è giovane ed il suo libro mi è piaciuto, allora mi preparo ad attendere un suo ottimo libro (che non è detto arrivi). Mi basta.
Pubblicato da: Vincenzo - 27.07.05 11:42
Il discorso è tutto qui: dove sta scritto che la letteratura debba riversarsi in un libro?
Solo se un libro fa intravvedere la pietra ha ragione di esser detto tale e essere letto.O fatto. Negli altri casi farne a meno.
In altri termini: è un continuo entrare e uscire da una tomba.
Alzare la posta significa abbassare la produzione, e confrontarsi non su pubblicità o aura, quanto su generatività non di solchi già tracciati, ricombinati, a binario unico. Parla l'opera, la sola. O il percorso esistenziale, senza opera. O tutte e due le illusioni insieme.
risaluti, l
Pubblicato da: luigino - 27.07.05 19:05
Posso azzarddare un'ipotesi di basso profilo spirituale?
La letteratura italiana "è in crisi" perché la lingua italiana è in crisi. Arcinoto è il fatto che la lingua italiana ha una netta matrice letteraria. Che è stata pensata e impostata dai poeti, ed è infatti più antica di quella inglese, tedesca ecc. ecc.
Duecentesca. In diretta conseguenza la letteratura italiana è sempre stata quintessenza letteraria trasudante sfinita cesellatura stilistica. Persino il romanzo realista, perfino il best seller. Prova ne sia il ritardo storico della narrativa italiana tuttora solo parzialmente recuperato.
Non la mercificazione dei libri (quando mai è mancata?) ma quella della lingua mette in crisi i lettori; non gli scrittori, e sono d'accordo con il signor Mozzi su quasi tutti i punti. La crisi è quasi sempre nel lettore, eventualmente nella storia (c'è chi brucia biblioteche), mai nello scrittore, come non v'è colpa nell'essere ma può esservene nello scegliere.
C'è uno iato, innegabile, nel '900 fra poeta italicus legens e poeta italicus videns. La crisi dell'uomo contemporaneo tanto descritta dagli scrittori del '900 ha già investito gli strumenti che servivano per descriverla; è uscita dalla corniceche ci permetteva di ammirarla e di parlarne... son cose già dette, se si possono ancora dire.
In un mondo in cui nessuna lingua può permettersi di mantenere una matrice elitaria, un profilo vertiginoso, dantesco, diciamo la verità: sussiegoso, l'italiano, la lingua italiana, sembra sfaldarsi come un gelato al limone. E i giovani scrittori sono grati ai vecchi per essere stati ciò che non potevano non essere, pena non essere scrittori.
Pubblicato da: viralata - 01.08.05 10:59
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Pubblicato da: Logan Bartrim - 10.10.05 19:35
prova
Pubblicato da: giancarlo - 23.10.05 19:50
probabilmente gli scrittori ci sono, forse il mondo editoriale (ma esiste l'editoria in italia oggi? non esistono lettori non esistono editori e forse gli scrittori parlano a se stessi) è poco propenso a dare loro il giusto spazio...e ci accontentiamo dei faletti e degli zelighiani! perché la gente legge quello! cercare talenti porta quasi sempre ad un numero di vendite pari a zero.
Pubblicato da: doppiosenso - 24.10.05 19:10
Distance Education
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Pubblicato da: Distance Education - 02.04.06 04:43
