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29.07.05
Due disaccordi sulla crisi della narrativa italiana
di giuliomozzi
Davide L. Malesi, l'autore di Licenziamento del poeta, è in forte disaccordo con quanto ho scritto a proposito della presunta crisi della narrativa italiana:
Quando Mozzi si chiede: "Se esistono ottime opere narrative e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori?", dimostra già di prendere una cantonata abbastanza notevole. [leggi tutto il post]
Massimo Adinolfi, poi, l'autore di Azione Parallela, è in forte disaccordo sul modo in cui Davide L. Malesi è in disaccordo con me:
E se uno può scrivere per il lettore futuro, se la sua utilità può essere per dir così differita, come tu nei commenti convieni, come puoi più dire che Giulio Mozzi prende una “cantonata notevole" quando scrive che, nel caso di ottimi libri che vendono poco, il problema potrebbe essere dei lettori? [leggi tutto il post]
In effetti le due citazioni che ho qui riportate sono fuorvianti; e il succo del discorso, sia di Davide sia di Massimo, è un altro. Ma ho fatto così solo per indurvi a leggere entrambi i loro interventi.
A Davide devo comunque una proposta e una risposta.
La proposta è: che la frase incriminata ("Se esistono ottime opere narrative eccetera") venga così integrata: "Se esistono opere narrative definibili come ottime (secondo uno qualunque dei metodi di valutazione dell'ottimità delle opere narrative, accettati o non accettati nella Repubblica delle Lettere), e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori?". In questo caso mi pare che la mia domanda dovrebbe ricevere la risposta: "No, non può stare nei lettori" solo nel caso in cui il metodo di valutazione dell'ottimità delle opere narrative sia: "Si definiscono opere narrative ottime quelle che incontrano lettori". Tutto da definire è l'aspetto quantitativo (da me, è vero, lasciato nel vago): quanti lettori? Concedo a Davide il diritto di stabilire un numero, che accetterò senz'altro; quanto a me, ricordo solo che per la presenza di assai pochi uomini giusti fu risparmiata un'intera città di mascalzoni.
Poi, la risposta. Secondo me l'affermazione: "Lo scrittore è a disposizione del lettore: scrive per il lettore" è sbagliata. Lo scrittore non è "a disposizione del lettore". I libri pubblicati e in commercio, sì, loro sono "a disposizione del lettore". Io, che sono uno scrittore (ho pubblicato dei libri: e questo basterà a provare che sono uno scrittore - eventualmente un cattivo scrittore, ma questa è un'altra faccenda), non credo di essere "a disposizione del lettore" [*]; e mi arrischio addirittura a dire che non credo di essere "a disposizione del lettore" anche se non mi è chiarissimo che cosa intenda Davide per "essere a disposizione del lettore".
Inoltre, anche l'affermazione: "Lo scrittore scrive per il lettore" mi sembra sbagliata. Indubbiamente lo scrittore scrive al lettore: il che mi sembra tutta un'altra cosa.
[*] Potrei fare un'eccezione per certe lettrici.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 29.07.05 10:16
Interventi
Caro Giulio,
devo dire che la tua proposta non mi soddisfa, e non la ritengo accettabile; mentre la risposta, invece, mi soddisfa almeno in parte. Mi sento ovviamente in dovere di spiegare queste mie reazioni.
Anzitutto, la tua proposta. Scrivi:
La proposta è: che la frase incriminata ("Se esistono ottime opere narrative eccetera") venga così integrata: "Se esistono opere narrative definibili come ottime (secondo uno qualunque dei metodi di valutazione dell'ottimità delle opere narrative, accettati o non accettati nella Repubblica delle Lettere), e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori?".
Il problema, certo mio personalissimo, è che io non sono disposto ad accettare "tutti i metodi di valutazione", tant'è che ne ho proposto uno (che ricopio qui):
Si può dire che è "oggettivamente" bella, con somma prudenza, una cosa (libro, disegno, affresco, opera, quel che vuoi...) che è ben storicizzata, e sopravvissuta al suo tempo storico, e universalmente riconosciuta come "dotata di valore estetico". Si può dire che è "oggettivamente" bello, con somma prudenza, un libro che è ben storicizzato, e sopravvissuto al suo tempo storico, e universalmente riconosciuto come "dotato di valore estetico". Ecco, io quando parlo di qualità letteraria, parlo di questo. Dunque, la qualità letteraria è cosa che riguarda i posteri. Come si può, oggi, stabilire se i valori formali di un libro resisteranno al tempo oppure no? Non è possibile, salvo per un indovino o un veggente, e - poiché io diffido di chi si proclama indovino, o veggente - se uno pensa di poterlo fare senza errori ho un unico suggerimento da dargli: di cambiare pusher, perché quello attuale gli passa roba cattiva, o comunque tagliata con qualche schifezza.
Aldilà della grassa ironia dell'ultima mia considerazione, questo è il succo del mio discorso sulla valutazione della qualità in letteratura. Tant'è che a Massimo (che mi chiedeva se "l’attribuzione di valore letterario alle opere narrative debba essere di pertinenza del mercato editoriale") ho replicato: che a mio avviso è di pertinenza di un processo dialettico che si svolge nella storia, in cui il mercato editoriale ha (oggi) una parte importante, ma non è certo il solo attore: vi sono i critici, vi sono i filologi, l'accademia, le circostanze storiche. Certo è che negare il ruolo del mercato, in questo processo, mi sembra sciocco e futile.
Opportunamente, un commentatore del mio blog ha osservato:
Malesi, mi vuole dire che dovremmo emendare il nostro vocabolario, e bandire la parola "bello" quando applicata a cose (libro, disegno, affresco, opera, quello che vuole...) che appartengono all'arco temporale che ci vede respirare?
Al che ho risposto:
Ecco, forse emendare completamente, no. Pronunciarla sommessamente, con maggior prudenza e scortandola con verbi adeguati, invece sì (ad es: "mi sembra bello", "lo trovo bello", "credo che sia bello", "lo ritengo bello", "ho la sensazione che sia bello", piuttosto che "è bello").
Vengo poi alla tua risposta:
Secondo me l'affermazione: "Lo scrittore è a disposizione del lettore: scrive per il lettore" è sbagliata. Lo scrittore non è "a disposizione del lettore". I libri pubblicati e in commercio, sì, loro sono "a disposizione del lettore". Io, che sono uno scrittore (ho pubblicato dei libri: e questo basterà a provare che sono uno scrittore - eventualmente un cattivo scrittore, ma questa è un'altra faccenda), non credo di essere "a disposizione del lettore"; e mi arrischio addirittura a dire che non credo di essere "a disposizione del lettore" anche se non mi è chiarissimo che cosa intenda Davide per "essere a disposizione del lettore".
Anzitutto, qui ti devo un chiarimento. Diciamo che l'idea di "essere a disposizione del lettore" parte da una concezione della letteratura, e el ruolo del narratore, che è certo mia personalissima (ma d'altronde, avrò pur diritto di avere una mia personale concezione della letteratura, e del ruolo del narratore). Ovvero, che la letteratura è un servizio pubblico. Qualcosa che non nasce per appagare le esigenze (morali, interiori, estetiche, politiche, civili...) di chi la produce, bensì le esigenze di chi la fruisce. Quando Ray Bradbury scrive:
"Noi scrittori, fondamentalmente, non siamo molto diversi dai bardi dei tempi omerici, che giravano per il mondo e, trovato un accampamento di uomini in armi, dicevano: - Se mi riempite la coppa di vino e mi offrite un piatto di carne, vi racconterò una storia su una vergine e un toro che sono sicuro vi stupirà ..."
Ebbene: Bradbury esprime, ne converrai, un'idea di letteratura (o più probabilmente, un'idea di narrazione e, mi ripeto, del ruolo del narratore): quella della narrazione nata con una funzione precisa: quella d'intrattenere un pubblico e del narratore come intrattenitore di un pubblico. Ecco, io sono convinto che questa sia un'idea di narrazione molto sana et etica (e tengo a questi due aggettivi - non bella, giusta, opportuna, vera - ma sana ed etica: e che altre idee di narrazione, o (se preferisci) le narrazioni nate con obiettivi diversi, siano assai meno sane ed etiche. Ho questa idea, questa convinzione, dacché ho sempre pensato che le professioni (ed io considero quella di narratore una professione) nascano per servire le comunità , per soddisfare i bisogni delle comunità : e ho difficoltà a esprimere un giudizio positivo sull'operato di un professionista (medico, avvocato, commercialista, consulente informatico, perito, narratore...) che eserciti la sua professione non per servire la comunità , ma per appagare suoi bisogni privatissimi. Che poi il professionista debba ricevere dalla comunità , per i suoi servigi, un corrispettivo ("la coppa di vino e il piatto di carne" di cui diceva Bradbury) mi sembra ovvio, e non ci vedo neanche nulla di male se in cambio dei suoi servigi il narratore appaga anche il suo narcisismo, la voglia di "apparire", di godere del consenso del pubblico: ma questo purché costui eserciti la sua professione con coscienza e onestà .
Quindi, la tua risposta mi soddisfa (in parte) perché mi rivela che hai idee diverse dalle mie sul ruolo del narratore, idee che la tua risposta chiarifica parzialmente; ma non mi soddisfa del tutto, perché non mi dice con esattezza che ruolo proponi, per il narratore, in alternativa a quello che io ritengo sano ed etico (e che viene esercitato, ne converrai, da tempi remotissimi).
Pubblicato da: davide l. malesi - 29.07.05 11:41
lo scrittore scrive al lettore.
certo, ma in contrassegno. e i contrassegni quando non sono richiesti si rispediscono al mittente.
saluti
boris
Pubblicato da: boris battaglia - 29.07.05 11:52
Caro Davide, rispondo velocissimamente perché ho un treno che mi aspetta.
Mi ha telefonato mia cugina. Ha detto: "Vado a Pantelleria tre settimane, parto dopo Ferragosto, leggerò almeno tre ore al giorno, consigliami dieci libri da leggere: ma che sian belli davvero, eh!; non mi fregare con i tuoi soliti polpettoni"; "Tranquilla", le ho detto, "ti consiglio delle robine proprio adatte all'ombrellone" (e le ho rifilato dieci polpettoni mostruosi, ordinandoglieli direttamente su Ibs con la *sua* carta di credito).
Tu proponi, Davide, mi pare, una sostanziale rinuncia al giudizio. Non posso azzardarmi a dire che il tale libro è "ottimo" (ma neanche che è "bello", o che è "orrendo", o che è "così così"), perché - ahimè, povero lui - è uscito solo l'anno scorso, o quattro anni fa, non è ben storicizzato, non è sopravvissuto al suo tempo storico (visto che il tempo storico nel quale è stato pubblicato tuttora dura), non ha ottenuto un riconoscimento universale, eccetera.
La mia domanda è: hai così tanta paura, Davide, a dire di un libro che hai letto: "è bello", "è brutto"? Di che cosa hai paura?
Oppure: credi che non sia utile, costruttivo, favorevole alla letteratura, sano, etico, positivo in generale, spendersi a favore di un'opera che si ritiene bella? Oppure devo aspettare che tutti gli altri (l'universale consenso) dichiarino che è un capolavoro; e solo allora, comunque con cautela, dichiarerò che sì, in effetti, è un librettuccio carino?
Vedi: il mio lavoro di consulente editoriale consiste, in sostanza, nel dire: "Secondo me questo libro è da fare", oppure: "Secondo me questo libro non è da fare". E l'unica ragione che ho io per dire che un libro è da fare o da non fare, è la sua bellezza (l'editore ha altre ragioni: ma quelle sono fatti suoi).
Ovvio: io faccio scomesse sulla bellezza. Io scommetto che il tale libro, una volta ben storicizzato, una volta che abbia superata la soglia del suo tempo, una volta che abbia ricevuto un consenso universale, sarà giudicato "bellino" dai discendenti di Davide L. Malesi.
Capisci? Se io prendessi per buono il tuo modo di ragionare, dovrei rinunciare a usare la "scommessa sulla bellezza" per scegliere i libri da proporre all'editore. E allora, quali libri potrei proporgli? Quelli di presumibile buona vendita, immagino. Ma quelli lui, l'editore, li sa già . Quindi io diventerei inutile.
In somma, Davide, ti rendi conto che stai complottando perché io perda il posto? E perché con me perdano il posto nelle case editrici tutti coloro che nelle case editrici lavorano (tentano di lavorare) per la bellezza? Ti rendi conto che stai consegnando l'editoria italiana nelle mani dei maghi del marketing?
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.07.05 12:10
Caro Giulio, quando tu scrivi: "Tu proponi, Davide, mi pare, una sostanziale rinuncia al giudizio", ti dico: no, tutt'altro. Io propongo un approccio più umile, modesto, dimesso al giudizio: che, riconoscerai, è altra cosa da una "sostanziale rinuncia al giudizio". Io, ripeto (l'ho già detto nel commento precedente, ma lo ribadisco qui) penso che la parola "bello" andrebbe pronunciata sommessamente, con maggior prudenza e scortandola con verbi adeguati (ad es: "mi sembra bello", "lo trovo bello", "credo che sia bello", "lo ritengo bello", "ho la sensazione che sia bello", piuttosto che "è bello").
Mi chiedi: hai così tanta paura, Davide, a dire di un libro che hai letto: "è bello", "è brutto"? Di che cosa hai paura?
Vedi, Giulio, io ho paura di molte cose. Ma ciò che conta, qui, è che ho paura, anzitutto, di rendere un cattivo servizio. Spesso, sul mio blog, scrivo di libri: ed ecco, piuttosto che dire "è bello" o "è brutto", io preferisco parlare di quel che c'è dentro il libro, anzi: di quel che io, dal mio modesto punto di vista, vedo dentro il libro. Spesso, amici e conoscenti mi chiedono consigli su cosa acquistare, in fatto di libri: ed ecco, piuttosto che dire "è bello" o "è brutto", io preferisco parlare di quel che c'è dentro il libro, anzi: di quel che io vedo dentro il libro. Saranno poi le persone che mi leggono e/o mi ascoltano a decidere se quel che io vedo dentro il libro, dal mio modesto punto di vista, gli pare adatto alle loro esigenze.
Mi chiedi: "credi che non sia utile, costruttivo, favorevole alla letteratura, sano, etico, positivo in generale, spendersi a favore di un'opera che si ritiene bella?" Io ti rispondo: dipende. A mio avviso, tra le cose più belle ch'io abbia mai letto vi sono le tragedie di Eschilo: ma è una lettura che ho consigliato di rado. Sempre a mio avviso, tra le cose più belle ch'io abbia mai letto c'è un libro di Renzo Rosso intitolato "La dura spina": l'ho consigliato a due persone soltanto. Ancora a mio avviso, tra le cose più belle ch'io abbia mai letto c'è un libro di Heinrich von Kleist intitolato "Mikhail Kolhaas": non l'ho consigliato a nessuno, mai. Questo perché, quando qualcuno mi chiede di suggerirgli un libro, cerco di fare un po' di psicologia: e di suggerirgli un libro adatto alle sue esigenze, non alle mie. Se qualcuno mi chiede dieci libri da spiaggia, cerco di suggerirgli dieci libri da spiaggia. Altrimenti, sentirei di tradire la sua fiducia: mi ha chiesto dieci libri da spiaggia, non gli interessa la mia personale concezione di cosa è, sia, la bellezza.
Tu dici: "il mio lavoro di consulente editoriale consiste, in sostanza, nel dire: "Secondo me questo libro è da fare", oppure: "Secondo me questo libro non è da fare". E l'unica ragione che ho io per dire che un libro è da fare o da non fare, è la sua bellezza". Io preferisco la definizione, ben più umile, che dà Roberto Calasso della sua attività (ovvero, quella di gestire "una buona casa editrice", come scrive nel saggio "L'editoria come genere letterario"). Cito da lì: "Una buona casa editrice sarebbe - se mi è concessa la tautologia - quella che si suppone pubblichi, per quanto possibile, solo buoni libri. Quindi, per usare una definizione sbrigativa, libri di cui l'editore tende a esser fiero, piuttosto che a vergognarsene". Ecco: io credo che un editore possa esser fiero di un libro, senza sfrontatamente proclamarne ai quattro venti l'assoluta bellezza (o senza esser convinto che quel libro "una volta che abbia superata la soglia del suo tempo, una volta che abbia ricevuto un consenso universale, sarà giudicato 'bellino' dai discendenti di Davide L. Malesi"). Credo che un editore, banalmente, possa esser fiero di un libro anche soltanto avendo la sensazione che quel libro sia un testo dignitoso, e che possa trovare un suo pubblico qui, e oggi.
Quanto alla tua accusa di complottare perché tu perda il posto, Giulio, mi sembra molto discutibile, e - devo dirlo - anche un tantino offensiva. Un complotto è una "macchinazione contro istituzioni o individui": io non macchino alcunché contro nessuno, bensì mi limito a esprimermi secondo coscienza.
(PS: Sulla tua idea di funzione del narratore, non mi hai risposto).
Pubblicato da: davide l. malesi - 29.07.05 13:03
Anche nella volgarità dello stile la signorina Montanelli e il signorino Malesi (che presumo fidanzati) sono affatto speculari.
Leggere per credere:
Malesi:
"non me ne frega niente e per quanto mi riguarda sei libero di scrivere quel che vuoi, dove vuoi, basta che tu non venga a rompere i marroni sul mio blog (come una volta hai fatto): tanto ai miei occhi non saresti legittimato in nessun caso".
"XXXXX, sei così coglione da non renderti conto che il titolo del post è L'eterna lotta tra il male e il male (il che la dice lunga, sulla tua intelligenza)"
Montanelli:
"Quello che appare chiaro, caro XXXXXX, è che tu non hai nulla da fare nella vita, che la trascorri rincorrendo un po' di visibilità e soprattutto che hai gravissimi problemi di comprendonio"
"Ad ogni modo me ne importa poco di quello che fai o dici, basta che non rompi troppo"
"dubito che XXXXXX abbia bisogno di un servo sciocco come te"
"Che poi non piaccia a te, dopo che è piaciuta all'autore e a chi l'ha pubblicata che vuoi che me ne importi? E' la stupidità esibita che mi disturba"
Pubblicato da: taz - 29.07.05 13:45
taz, in ossequio alle caratteristiche d'inciviltà che insisti ad attribuire alla mia persona, ti dico: qui si sta cercando di discutere serenamente; uno che viene a insultare, mi verrebbe istintivo di mandarlo a fare in culo: ma non lo faccio perché sono in casa d'altri (se questo fosse il mio blog o un forum pubblico, la cosa sarebbe ben diversa).
Pubblicato da: davide l. malesi - 29.07.05 13:57
Caro Giulio, se scherzavi, mi dispiace di non aver colto lo scherzo. Sono un essere umano, e dunque posso anch'io irritarmi, a torto o a ragione, per questa o quella cosa (sia pure uno scherzo male inteso).
Ciò detto: si può separare, credo, ciò che Adelphi è e fa dalla pratica dell'understatement. Vale a dire, si può considerare Adelphi anche il diavolo, ma essere a favore della pratica dell'understatement. No? (Tengo a precisare: io non considero Adelphi il diavolo, anzi; e sono a favore della pratica dell'understatement).
Circa l'accusa a te, presunta, di aver gridato al capolavoro per ogni libro pubblicato dalla casa editrice per la quale lavoro: nessuna accusa, bensì la sensazione, del tutto personale, che tu tenda ad entusiasmarti con troppa facilità per questo o quel libro che hai contribuito a far pubblicare. Aggiungerei che il malcostume di dire continuamento "questo libro è bello" o "bellissimo", mi sembra appunto un malcostume abbondantemente praticato da un sacco di gente: quindi non stiamo parlando di un'accusa ad personam, ma della constatazione di quello che mi sembra essere un malcostume.
Pubblicato da: davide l. malesi - 29.07.05 14:58
[nb. il fatto che l'ultimo commento di Giulio si sia cancellato dal sito, rende abbastanza incomprensibile il mio commenta qui sopra, che è una risposta a un commentodi Giulio ch'è appunto, scomparso. me ne scuso]
Pubblicato da: davide l. malesi - 29.07.05 15:19
Bel dibattito, e civilmente reso, come non accade sempre. Complimenti.
Malesi qui: "io preferisco parlare di quel che c'è dentro il libro, anzi: di quel che io, dal mio modesto punto di vista, vedo dentro il libro." dice una cosa che io pratico con piena convinzione.
Grazie a Seia, Malesi e Mozzi.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.07.05 18:49




