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14.07.05

Angelo Fiore: Il supplente (1964)

di Bartolomeo Di Monaco

Angelo Fiore.jpgDevo confessare che il nome di Angelo Fiore era per me sconosciuto, fintanto che non mi suggerì la lettura di un suo romanzo Giorgio Bárberi Squarotti, una guida e un maestro: non sarà mai abbastanza la riconoscenza che gli devo.
Attilio Forra, il protagonista, è alla ricerca di se stesso. Scontento del suo impiego presso l’Anagrafe, prende una licenza, abbandona l’ufficio e ottiene dal Provveditorato agli Studi una supplenza di undici mesi per insegnare la lingua inglese.
Si tratta di una nuova esperienza con la quale spera, anche se con molto scetticismo, di scrollarsi di dosso l’insoddisfazione per la propria vita, fino ad allora piatta, monotona, vissuta all’insegna della sottomissione agli altri. È un romanzo psicologico in cui la scrittura, scarna e risoluta ad un tempo, diventa un formidabile strumento di analisi: “Non sono mai riuscito a rivelarmi pienamente: mi hanno sempre interrotto e impedito."
La sera Leone, “il fungente", ossia l’insegnante che aveva anche le funzioni di preside, lo accompagna al “circolo dei signori", dove s’incontrano i maggiorenti del paese, “in maggioranza proprietari terrieri", il cui interesse rimaneva circoscritto agli affari e ai problemi materiali della vita, e che sogguardavano con curiosità il nuovo venuto, il quale, secondo loro, avendo interrotto un altro lavoro per fare il supplente, doveva essere “un furbacchione" e, stando al pensiero del pretore, aveva perfino “l’aria di nascondersi".

La galleria di ritratti che si forma all’interno dei frequentatori del circolo mette in risalto alcune figure di insegnanti, grazie alle quali il circolo in qualche modo sopravvive alla noia e alla monotonia, e su queste in particolare si sofferma l’autore. Tra gli uomini Tambri e Leone, tra le donne Agata, la cugina del protagonista, bruttina e acida, e soprattutto Rosalia Cammelli, una donna sposata, “dalla figura tozza e irrequieta", spavalda, dal carattere volitivo (è soprannominata “la regina di Saba" e anche: “la basilissa", “la domina") che attira su di sé l’attenzione degli uomini, che vorrebbero conquistarla. Attilio è tra questi. La sua irrequietudine è determinata, oltre che dalla gelosia (la donna, che già ha un amante, sembra evitarlo), dall’attesa di “un avvenimento metafisico", da una rivelazione destinata ad incidere su di lui.
Una tale attesa sospende il romanzo dentro un'aura di inconscia nevrosi che irradia inquietudine e tremori intorno al protagonista. Gli dirà Tambri “ha già sbagliato, come e quando non so, non ricordo o non capisco; è come un intorbidamento, un inquinamento progressivo. Forse, un effetto di luce. Non le nascondo i miei timori; sento un’ansia, un’emozione che non è soltanto mia, ma di tutti." Si comincia ad aver paura di Attilio; Tambri. “l’uomo con gli occhi storti", lo ritiene dotato di un potere terribile: “Tutti hanno capito che lei possiede una profonda conoscenza delle forme e della sostanza della vita. E la possiede veramente; ma in astratto; una conoscenza profonda e temibile. In un attimo, con poche parole, penetra e svuota le cose e le persone."

I timbri della narrazione sono sottili; la malia di Attilio percorre corde nascoste nei recessi della personalità umana. Un suo studente, a lui servizievole, Palumbo, “Era persuaso che la malignità e l’odio altrui appagavano Forra, e che questi li cercava per un suo fine o una sua veduta."
Anche riguardo alle sue alunne più prosperose, come la Emanuele e la Frattini, egli manifesta un desiderio di attrazione che porti alla lacerazione della personalità della ragazza. E così, a poco a poco, le conversazioni del circolo si trasformano nel pettegolezzo, nel bisbiglio, nel sospetto dei comportamenti altrui. Grippa, un nano, viene considerato un dio, un Priapo, che attrae verso di sé le ragazze e i giovani del paese, come in una setta pagana: “Ballano in modo frenetico tutt’intorno a Grippa; come se lo adorassero o come se lui fosse un simbolo. Si direbbe un goffo tentativo di culto. Ballando ridono come impazziti."
Attilio e Grippa, dunque. Entrambi sembrano muoversi sospinti dal mistero e da impulsi primordiali fuori dalle regole conosciute. La forza oscura che guida Attilio pare insinuarsi e interferire in quella di Grippa.
Si scopre che Attilio era stato un frate cappuccino e che aveva rinunciato agli ordini. È Tambri che indaga e incalza sulla sua vita per sciogliere e definire in qualche modo la personalità del supplente, capitato in quel paese e già in grado di modificarne le abitudini: “Forra è sano, nell’interno, la sua forza morale è intatta; ma al di fuori questa forza diventa nociva, e distrugge." È con la sua assidua vigilanza che Attilio deve fare i conti.

Vi è, distesa sul romanzo, un’atmosfera tra misticismo e satanismo, in una simbiosi che mira a confonderne la reale natura per definirla in un unicum ancor più indecifrabile e misterioso. Il nano e Attilio sempre di più si contornano di suggestioni che aprono ampi spazi alla nostra fantasia e anche alla nostra credulità, complice un Tizio, “l’uomo con gli stivaloni", agricoltore (“Non ho cultura, leggo pochissimo; ma ho meditato"), che spesso introduce al circolo discussioni sulla religione, sull’uomo, sulla divinità (“Satana è parte di Dio; questo non si può negare"), oltre che il pettegolezzo. Allorché Attilio dichiara la sua intenzione di prendere moglie e alcuni si dànno da fare, ma inutilmente, per trovargli una ragazza disposta a sposarlo, Tambri dirà: “Forra non può legare alcuna donna al suo destino; e lui lo sa."
Le stesse azioni compiute dai protagonisti hanno una impalpabilità che le trasforma in una presenza più onirica che concreta. Tutto sembra svolgersi in un recesso sconosciuto della realtà. Lo stesso paese, nominato con una anonima B., potrebbe essere collocato in qualsiasi punto dell’Italia, se non addirittura dell’universo, anziché in Sicilia, la quale, con le sue usanze, i suoi riti, i suoi pregiudizi, le sue superstizioni, fa appena capolino nel romanzo.

Sbucano come da un oltretomba, all’improvviso, dopo la cugina Agata: Bettina, Vincenzo, Carlo, che si scoprono fratelli di Attilio, e suo padre, Antonio Forra, e sua madre. È palese l’intenzione di radunare intorno al protagonista una vita normale, così da raffrontarlo ad una dimensione diversa e leggibile secondo le regole consuete, alla ricerca, quindi, di un altro punto di osservazione che aiuti a interpretare, scoprire e definire la sua personalità. L’operazione passa anche attraverso la tenuta di un diario da parte di Attilio: “Avanti l’imbrunire, la luce del crepuscolo esaspera la coscienza di me stesso: mi sembra d‘essere spiato, di udire voci di meraviglia: ‘To’, costui vive ancora, ancora.’" Così che a fianco della identificazione che gli altri cercano di fare nei suoi confronti, ora è egli stesso che si analizza per dare una risposta a ciò che al momento non è altro che un’ammissione di impotenza: “sono incorporeo, invisibile, un essere indefinito."
Avverte di essere occupato da uno spirito “invasore" che “al primo assalto si è impadronito dei nuclei dispensatori d’energia; insediato nel centro, manovra gli ingranaggi di uno spirito non suo." E ancora: “Il nemico seguiva i pensieri di Forra, assisteva alla loro nascita, li commentava e li criticava; perfino li prevedeva; dunque, si andava abituando e addestrando." Se pensiamo a certa narrativa moderna, non possiamo che sorprenderci di questa chiaroveggenza in Fiore.

Attilio ha ora un solo punto di osservazione, annullati tutti gli altri, resi vani dalla sua attesa misteriosa, ed esso si colloca al suo interno, non tanto nel suo corpo ma nella sua anima. Indagini di questo tipo conducono spesso nel territorio pauroso, vasto ed insondabile della follia, “della perdita dell’io".
Da questo cupo smarrimento deve sorgere il nuovo, sostiene Attilio, ossia quel mutamento, quel rivolgimento atteso, e Attilio vi si immerge perché crede in ciò e nelle voci che dal suo interno si levano a formare ombre, presenze inquiete, ossessioni, finché queste non assumono a poco a poco i contorni di una nuova realtà. Così accade per il fantasma di Alberto, che torna, nei suoi incubi, mutato l’aspetto, ad essere il Grippa, il Priapo che aveva incontrato nel paese di B.: “Le donne fingevano di inorridire; poi si piegavano, si rassegnavano, veneravano; incredibili, il rispetto e l’adorazione di cui lo circondavano: più vile e feroce egli si mostrava, più cresceva l’adorazione di quelle." Intorno a lui altre ombre oscene e ostinate compongono una “brigata" di “invisibili" e “ignoti", corrotta, invadente e distruttrice.
Attilio a poco a poco si sottomette ad una faustiana prigionia e dannazione attraverso le voci di quelle presenze sabbatiche che egli ode provenire dalla stanza vicina sempre più tumultuose e feroci (“Non mangiano mai; però fornicano sempre.") in grado di comunicargli segreti e misteri, e al cui centro sta la figura di Alberto, il “mostro", mezzo mago e mezzo demonio. Si convince, così, di essere pervenuto “a uno stadio di sensibilità fuori dell’ordinario".

Quando riesce a mettersi in contatto con la brigata di gaudenti, il primitivo “circolo dei signori" nel quale era stato ammesso all’inizio della sua carriera di insegnante nel paesino di B. è sostituito su di un piano nuovo e diverso da questa allegoria rosseggiante di lussuria e di incontinenza. È la riproduzione fantastica e freudiana ad un tempo del suo spirito inquieto e insoddisfatto (“la fluidità di quel mondo nato in lui o attorno a lui."): la maturazione di un cammino che era iniziato in quel suo esordio di supplente, accompagnato e stimolato sempre da una capacità di attrazione e distruzione che già si era manifestata allora nei confronti degli altri. La sua autorità che presto s’impone sugli “invisibili" diviene il segno del suo trapasso e della sua dannazione: la tanto attesa rivelazione, il mutamento.
È un po’ Freud, un po’ De Sade, un po’ Lermontov, un po’ Lautréamont, un po’ Rosemary’s Baby di Polanski, questo inquietante e originale romanzo, la cui trama, priva di azioni significative, sta tutta nel tormento segreto della nostra intimità.

(Da “Quarantatre letture – Il Sud nella letteratura italiana contemporanea", Marco Valerio Editore, 2005)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 14.07.05 09:11

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Pubblicato da: Colin - 26.02.07 02:55

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