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07.06.05

Scrittori Lucchesi: Vincenzo Pardini: Lettera a Dio (2004)

di Bartolomeo Di Monaco

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Vincenzo PardiniQuando si scrive di Pardini non bisogna mai dimenticare che egli è l’autore di quello straordinario libro di racconti che uscì con Mondadori nel 1983: Il falco d’oro, con il quale, a mio avviso, lo scrittore lucchese si rivelò uno dei migliori raccontatori italiani. Allorché, come ne Il falco d’oro, narra storie e vicende di animali, non c’è addirittura chi sia più bravo di lui. Scoperto da Enzo Siciliano nel 1976, fu chiamato da Felice Del Beccaro a scrivere su La rassegna lucchese, la rivista letteraria a cui collaboravano anche Mario Tobino e Guglielmo Petroni, oltre ad altri insigni studiosi. Mi scrive Pardini: “Dopo Nuovi Argomenti, dove tra gli altri ebbi il sostegno di Attilio Bertolucci e Alberto Moravia, giunse anche quello di Cesare Garboli, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Ma prima ancora, quello di Giovanni Raboni che mi fece la prefazione alla Volpe bianca uscito per i tipi della Pilotta di Parma nel 1981 [...] dopo Nuovi Argomenti ebbi la collaborazione con Paragone: dopo “l’esame" di Cesare Garboli, ch’era d’una severità unica, dovetti superare quello di Anna Banti, ancora più severa. Il primo racconto che ospitarono fu Acchiappatassi: lo trova ne Il falco d’oro e nei Meridiani tra i classici del Novecento."
Lettera a Dio vede, dopo molto tempo, Pardini impegnato nel romanzo, esperienza non nuova per lui.
Siamo negli anni del terrorismo, “gli Anni di piombo", e delle famigerate Brigate rosse. Forse sta per riaprirsi un processo in cui il protagonista che racconta è coinvolto come fiancheggiatore di un pericoloso sovversivo. L’avvocato, che sarà ricordato più volte, gli chiede di stendere un memoriale nel quale riassuma i fatti che accaddero oltre vent’anni prima, quando era ancora un ragazzo.

Sappiamo così che in quel tempo un forestiero giunge alla Pieve e domanda della famiglia Buonaccorsi, nota per le simpatie comuniste. Nei giorni seguenti lo si vede passeggiare con una grossa cagna per il paese: una rottweiler nera. Pardini (che in questo inizio ci ricorda un po’ “Il brigante" di Giuseppe Berto, uscito nel 1951) ci introduce subito, con una scrittura breve, asciutta, nell’ambiente che gli è caro, quello della montagna, dei boschi, dei sentieri che si inoltrano tra dirupi, in mezzo agli animali e agli uccelli, che vi si nascondono con la loro vita minuta e segreta. Questi ultimi, animali e uccelli, compaiono con descrizioni rapide, piccoli bagliori che illuminano il percorso narrativo, come se l’autore intendesse in questo modo sottolineare la loro fedele presenza in una realtà che è mutata e che conserva il passato, più che nella storia dell’uomo, nella vita di questi esseri, nei quali si sono preservati e tramandati l’amore e la bellezza della natura. La natura, e più ancora Dio, sono presenti già qui, a giustificare, più di ogni altra cosa, il titolo. Vi è, pare dirci Pardini, una presenza tra noi immutabile la quale, se può abbandonare l’uomo cui non perdona il compiacimento per la sua autodistruzione, continua a rivolgere il suo affetto e la sua attenzione alla natura, laddove persistono l’amore e la bellezza primordiali.

Così che, quando Pardini si sofferma sull’uomo, è la sua animalità che cerca di sottolineare, e la descrizione che ne fa, a volte aspra (non solo in questo romanzo, basta ricordare: Il racconto della luna, del 1987), altro non significa se non che è attraverso la manifestazione di essa che l’uomo può salvarsi e mantenere ancora un contatto con i fondamenti della sua origine: animale anch’egli, ossia, non dissimile dagli altri, creato come gli altri: “Uomini e lupi sono simili, quando hanno fame. Ma possono esserlo anche per ragioni di confini territoriali, di supremazia uno sull’altro o per invidia." E anche, più avanti: “Aggravava inoltre la mia posizione il fatto che in quel luogo fossimo tre maschi e una sola femmina. Naturale l’innesco di conflitti e malumori. Il modo col quale m’aveva trattato Aristide, inderogabile e assoluto alla stregua di un capobranco che debba sbarazzarsi del rivale, non dava adito a dubbi: eravamo in sovrannumero, ero il più debole e dovevo andarmene." Allorché, con gli amici Ferruccio e Giuliano, abborderà Graziana, una bella prostituta dalle lunghe gambe nude, “sorrette da tacchi a spillo", sarà egli a intrattenersi per primo con lei, poiché gli amici “altro non dovevano aver veduto quanto mi percorreva da capo a piedi: la febbre di quell’incontenibile desiderio che è la bramosia della femmina."

Si viene a sapere che lo straniero è il figlio di un certo Prospero Regnante, fucilato dai tedeschi a seguito di una spiata dei fascisti. Il suo nome è Alarico. Ha preso dimora presso una vecchia casa “di sasso bianco e a un piano", un tempo adibita a deposito degli esplosivi “usati per far brillare le mine nelle circostanti cave di pietra." Il protagonista lo incontra ogni tanto, e ci parla anche. Così il maresciallo del paese lo manda a chiamare e lo ammonisce che è suo dovere di “collaborare con la giustizia.", riferendo le sue conversazioni con lo straniero, certamente un sovversivo. Risponde che non ha niente da dire, ma nei giorni seguenti si sente sorvegliato. Il maresciallo non demorde. Continua a convocarlo in caserma ogni volta che accade qualcosa in cui Regnante è implicato. Costui traffica con casse che apparentemente contengono cemento per la costruzione di una casa, ma quando due guardie forestali fermano i muli con i quali avviene il trasporto per procedere ad un’ispezione, Regnante “Rimasto a cavallo, li ha atterrati con una combinazione di calci sferrati alle loro teste. Sono crollati al suolo come narcotizzati." È gran picchiatore; coloro che lo cercano per dargli una lezione, se ne ritornano a casa con la coda tra le gambe.

Il mistero s’infittisce. Dice di venire dall’America, ma perché in lui non c’è alcuna inflessione straniera? Il mulattiere Ottaviano D’Amico, che lo aveva aiutato a trasportare le casse, viene trovato morto, “ucciso da un pugnale nel cuore". Il protagonista subisce altri interrogatori, perquisizioni e torture da parte dei carabinieri. Riceve avvertimenti minacciosi anche dall’amico Amelio Buonaccorsi, e infine dallo stesso Regnante: “Conto sul vostro tatto e sulla vostra discrezione. Ci siamo capiti, vero?" Scriverà nel suo memoriale: “Gli unici a non mostrarmisi ostili erano gli occhi dei cavalli; mi guardavano roteando il bianco delle pupille." Poco dopo, narrando della morte del mulattiere, sottolineerà ancora una volta questa diversità tra l’uomo e gli animali: “I muli non lo avevano abbandonato. Giorno e notte vegliarono il padrone." Il raccontare di Pardini ha rare gemme incastonate nella scrittura, che richiamano l’intelligente primitività degli antichi cantastorie: “Ferruccio, sebbene non lo ammettesse esplicitamente, capii che della sua morte sospettava Regnante.", o anche: “Di nuovo, tornai a pentirmi di non esserla andato a trovare." Parole desuete vengono recuperate dall’oblio, e ritmo, pause e accelerazioni, si susseguono nella rudimentale armonia d’un narrare germinato dalle asperità e dalle solitudini: “Solo, ero quasi felice. Camminavo e parlavo agli alberi: frassini, querce, castagni secolari. Nelle capanne sentivo vacche muggire o sbattere le corna contro le greppie. Un mondo oggi scomparso."

Dirupi e boschi, torrenti in piena, il vento che soffia vasto e libero, l’afrore del lupo e della volpe, del cinghiale, il latrato dei cani a guardia delle greggi e dei casolari sperduti, si sottendono al suo narrare. Anche quando non espliciti, essi sono sempre presenti. Come presente, sebbene non citata, è la città di Lucca.
C’è un’altra incognita nella storia, ed è Ferruccio, un amico, a sottolinearla: “Possibile che un maresciallo, peraltro di paese, decida di rovinare te e non muova foglia contro Regnante?" Sono gli anni in cui fervono in Italia idee di cambiamento. Gli anarchici tornano a farsi sentire e, in Toscana, Carrara rinverdisce vecchi miti e attrae simpatie da ogni parte. Anche quelle del protagonista: “In cuor mio i migliori rivoluzionari restavano gli anarchici di Carrara, coi loro codici e i loro princìpi."

Dopo il mulattiere, in paese si scopre un altro delitto, compiuto con le stesse modalità: un coltello piantato nel cuore della vittima, Stefano Pellanti, uno dei notabili che aveva litigato, i primi giorni, con Regnante. Sembra che sia in atto una resa dei conti e la gente comincia a mormorare che il forestiero sia tornato per vendicare il padre. Ma ci sono anche attentati in montagna ai depositi dell’acquedotto. Ed è proprio in montagna, sull’Alpe, che il protagonista si rifugia, su consiglio del padre, per sfuggire ai carabinieri, che lo cercano. Lo ospita in caserma il maresciallo del Corpo Forestale Aristide Rancori, la cui bella moglie, Marfisa, rimasta sola col ragazzo, “Abbassata invece la faccia sul mio ventre, lasciò che i suoi lunghi capelli vi fluissero sopra; con gli stessi, roteando il capo, mi solleticava l’inguine." Sessualmente disinvolta, dopo l’atto amoroso, dirà: “Ai bambini io faccio così. Sono una gran puttana, vero?" Pardini riflette, cesella; la scrittura si porta dietro le profondità del pensiero. Non vi è parola che nasca dall’istinto, ma è indagata e soppesata da una ricerca, questa sì istintiva, connaturata, che mette la fisicità dell’autore a contatto con un passato tutto trasferitosi nella parola, purificatosi dalla retorica e dagli orpelli che hanno fatto della nostra realtà il prodotto di un linguaggio artificiale. Termini come: decampare, s’apposavano, someggiare, famigli, spicchiorare, tafferia, calasole, aggrondata, botolo, riddavano, locco, bubolare, acrocari, scriccato, balzellarmi, chiaria, svelgere, scarpicciata, sporto, asprura, versiera, pedicellosa, non sono fioriti a caso nella scrittura di questo autore. Nella già vasta produzione di Pardini, sia nei racconti che nei romanzi, si troveranno sempre presenti una particolare attenzione e una puntigliosa cura rivolte alla rievocazione e alla ricerca.

Il maresciallo dei carabinieri e due commilitoni vengono uccisi, sempre allo stesso modo, con un coltello piantato nel cuore, e l’assassino “non ha mai lasciato la pur minima impronta." Aristide, uscito con loro, l’ha scampata per miracolo. Messisi tutti alla caccia di Regnante, Pardini ci disegna una natura primitiva, dove gli uomini vivono solitari, in case rintanate nei boschi, sempre con il fucile a portata di mano per difendersi da altri uomini e dagli animali. Intorno, dirupi e montagne, le cui cime s’accendono ai primi raggi del sole e cadono nell’oscurità misteriosa e cupa al suo tramonto. La storia di Regnante si tramuta, così, in un percorso in cui la natura primordiale si rivela prepotentemente nelle cose e negli uomini. La scrittura si fa paesaggio e si ricopre del muschio dei secoli; e per un lungo tratto noi dimentichiamo la caccia al forestiero accusato di omicidio e immergiamo la nostra coscienza in un passato che ancora esiste nascosto da qualche parte, così come continuano ad esistere la “bicocca stregata" (“Buona parte della scalogna che ha assalito questi luoghi credo dipenda da cosa è annidato là dentro."), “la Valle senza fondo", con la sua leggenda dell’orso enorme che, sebbene murato nella sua tana, ne uscì facendo strage di uomini. Questa che segue è una frase importante per dare alla storia il suo profondo significato di paura e di smarrimento, ma anche di abbandono e di rassegnazione: “So di certi uccelli di mare, che quando vogliono morire, vagano sugli Oceani, fino a disperdersi." In tale annullamento, infatti, comincia a farsi sentire, fino a divenire luminosa e accecante nella coscienza dell’uomo, la presenza e la vastità dell’idea di Dio. Il quale, in ogni dove, nelle cose, negli animali e negli uomini, lascia imperituro il segno di sé e della creazione: “Sì, sono vecchio, vecchio d’una vecchiaia incalcolabile. Debbo espiare quanto nemmeno ricordo." Infine: “Pregai e volli immaginare che Dio mi stesse ad ascoltare."

Della preghiera e dell’aiuto di Dio c’è davvero bisogno nella situazione in cui si è venuto a trovare il protagonista. Quando anche Aristide viene ferito da un’arma da fuoco, e a malapena riesce a rientrare a casa, mentre fuori infuria una tempesta di neve, il medico, sopraggiunto in elicottero, oltre a constatare la ferita, ravvede in lui qualcosa di strano, già riscontrato in altri: “un’infestazione malefica". Trasportato in ospedale, si riprenderà lentamente, senza tuttavia che i medici sapranno spiegarsi “lo stato comatoso dei primi giorni: una specie di morte apparente o di catalessi, forse." Intanto, rimasto in caserma solo con Marfisa, il protagonista scopre che la donna sta invocando uno strano “elemento", uno “scettro reale", “qualcosa di ligneo e dalle dimensioni di una candela", al quale chiede di “dissolvere la forza nera che ci opprime: in cambio sono disposta a tutto: anche a tuffare la testa dentro un bacile di sangue umano". Presto Marfisa gli apparirà ora in un luogo della casa, ora in un altro, come se avesse il potere “delle bilocazioni". Sarà la stessa donna a confessargli che sta pregando anche per lui, per proteggerlo, e “prima ch’io abbia concluso certi riti tra quelli che sono i resti d’un antico santuario di questa valle, un tempo luogo di sosta e di preghiera d’un santo che fu pellegrino d’Europa, Aristide sarà guarito."

Regnante, gli fa capire, “alleato di Satana", è un essere particolare: “Di più non posso dirti. Ma ne riparleremo". Il romanzo, su quella montagna solitaria, nel momento dello scatenarsi della natura, tra turbini di vento e di neve, subisce come una trasfigurazione, in cui tutte le forze occulte che guidano e presiedono ai misteri della nostra esistenza si radunano nella mente del protagonista, in una folgorazione rivelatrice: come Giacobbe lottò nel deserto contro Dio e si arrese soltanto quando riconobbe in Lui quella “forza ignota che lo piegava e lo tramortiva e, nello stesso tempo, gli dava vigore per tornare a difendersi", così stava accadendo al ragazzo. Dio stava lottando con lui e gli aveva concesso una tregua. Marfisa attribuisce allo scettro reale poteri soprannaturali. Era appartenuto a un re e “alla sua estremità era infissa una testa piccola e scarna, ma che serbava intatti lineamenti fenici o assiro babilonesi." Di nuovo invoca protezione contro le forze oscure che li minacciano. L’irreale che si insinua nel romanzo moltiplica il senso di smarrimento, di confusione e di incredulità, che sono i veri protagonisti della storia. Regnante è un simbolo (“Il sole non splendeva sull’Alpe. L’avvento di Regnante l’aveva oscurato.", e ancora: “Regnante, signore incontrastato del giorno e della notte."), e va oltre la sua fisicità, come lo sono altrettanto i compagni del suo isolamento: Sante, Aristide, Marfisa non diventano altro che riflessi delle sue ansie, dei dubbi, delle paure.

Fantasmi, come lo stesso protagonista: “Lieta o funesta ogni mia situazione doveva essere ignorata. Un modo per mettermi a tacere, per non farmi esistere." Nonostante si continui a parlare di una minaccia che incombe su di lui ad opera di Regnante, e anche dei “servizi segreti" (si sospetta che il nome di Regnante sia fittizio e che in realtà “si tratti di un terrorista o di un dinamitardo della più alta gerarchia criminale: quella che tiene in scacco il mondo con attentati e stragi di ogni sorta."), la strana, se non addirittura assurda avventura del protagonista, pur mascherata da una parvenza di reale (“assurda macchinazione"), riguarda unicamente la sua coscienza. Più che una denuncia degli impacci della magistratura e delle deviazioni della politica, questo è il viaggio dell’introspezione, del tentativo di identificarsi o di fuggire da se stesso: “Benché sia al capolinea di me stesso, non ho paura di nulla e di nessuno.", e anche: “Avevo voglia di dormire. Di non esserci più." Non è un caso che Pardini esalti, a differenza di quanto fa con il sole, la Luna, gratificandola della lettera maiuscola. L’anormalità del protagonista, quella che sente che gli altri suppongano in lui, altro non è che questa sofferta e dilaniante ricerca. La lettera a Dio che alla fine si proporrà di scrivere, e la speranza che vi traspare, sono l’ultimo disperato tentativo di ritrovarsi: “ciò che provo è davvero insolito. Un privilegio che Dio ha voluto concedermi. Quanto basta perché possa fare a meno di voi tutti."

Vi è una corrispondenza, un parallelismo, tra la ricerca puntigliosa del linguaggio che Pardini fa nella sua scrittura, e la ricerca, altrettanto caparbia, di questo tormentato personaggio, fino al punto che alla scrittura noi potremmo dare la sua figura, se non addirittura il suo volto. Dopo Il falco d’oro, credo che questo sia il miglior libro di Pardini: un bel ritorno, dunque.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 07.06.05 11:13

Interventi

Una cosa bellissima del libro è lo spazio ritagliato dalla sensualità, mi pare. E cioè l'iniziazione sessuale del protagonista e così via, con i gesti, le sensazioni, gli accadimenti raccolti e constestualizzati nella natura di Pardini.
Inoltre la scrittura franta: se davvero lo scrittore si identifica nella punteggiatura (se la punteggiatura addirittura ne è il respiro), allora non si può non trovare questa scrittura unica, con un respiro unico in cui Pardini interamente abita.
Il prossimo libro di Pardini sarà un libro di racconti, sempre da peQuod, e uscirà tra qualche mese.

Pubblicato da: gabrieledadati - 07.06.05 17:17

Che peQuod non si lasci scappare Pardini!

Quando penso ad uno scrittore nato tale, penso a lui. Nella vita è di poche parole, piuttosto spiccio, e non gli va di perdere tempo in ciance. Vive su di una amena collina della Lucchesia, non molto distante da me.

Una quindicina di anni fa, quando ero in forma smagliante, facevo delle lunghe passeggiate a piedi sulle colline che adornano Lucca. La collina dove vive Pardini era una delle mie preferite (da lassù ho fatto arrivare a Lucca Apollo e Venere in cerca, per conto di Giove, della donna più bella del mondo, nel racconto: Le mura di Lucca. Ovviamente la donna più bella fu trovata proprio a Lucca, ma non andò come i due messaggeri di Giove speravano...) Un giorno vi incontrai Pardini, che a quel tempo aveva già pubblicato Il falco d'oro, ed io mi sentii (più grande di età) piccino piccino di fronte a lui. Aveva al guinzaglio un cane di mole imponente e grintoso. Mi disse che era un rottweiler e così, leggendo Lettera a Dio ho pensato che la rottweiler nera con cui fu visto passeggiare Regnante fosse ad immagine del suo cane, forse una femmina.

Pardini è scrittore schivo, appartato, vive del suo lavoro di guardia notturna. Raramente accetta inviti a convegni e cose del genere.

Nato nella bellissima Garfagnana, ha il carattere chiuso, forte e schietto di quei montanari.

Una volta un editore locale mi raccontò che gli aveva chiesto la recensione di un libro da lui edito. Pardini gli disse papale papale che il libro non gli era piaciuto e che se l'editore insisteva, avrebbe scritto una stroncatura.

Se il prossimo libro di Pardini sarà un libro di racconti, il lettore sappia sin d'ora che quei soldi che scucirà per portarselo a casa saranno ben spesi.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.06.05 21:45