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06.06.05

Un ragno in mente

di giuliomozzi

[Il testo che qui ripubblico uscì il 21 settembre 2004 in Nazione indiana, suscitando una certa discussione (vedi anche l'intervento di Massimo Adinolfi). L'ho ripescato perché mi pare che c'entrino, sia il mio testo sia la discussione, con ciò che non molti giorni fa è successo in Nazione Indiana (vedi gli interventi di Antonio Moresco, Raul Montanari, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti).]

Questa mattina alle sei e tre quarti circa, in bagno, ho allungata la mano verso lo spazzolino da denti.
Mi sono bloccato con la mano in aria.
Alla spazzola dello spazzolino stava appeso un ragno giallastro.
Non era un ragno particolarmente grosso, né particolarmente piccolo. Un onesto ragno medio, giallastro.
Ora, io non credo di essere aracnofobico. Nel senso che se vedo un ragno non mi metto a ululare e non fuggo in un'altra stanza (ho un amico davvero aracnofobico, e giuro che fa così). Se gli psicopatologi me lo consentono, credo che potrei definirmi un aracnoinfastidito. Se poi il ragno ha la cattiva idea di andarsi ad appendere proprio alla spazzola del mio spazzolino da denti (io, naturalmente, mi sono subito sentito in bocca un indefinibile sapore di ragno), credo che il fastidio sia più che giustificato.
Bene.

Ho preso su con la massima cautela (e con un certo senso di ribrezzo) il bicchiere con spazzolino, dentifricio, ragno e tutto; ho aperta la portafinestra; sono uscito sul poggiolo; ho guardato che non ci fosse nessuno sotto; ho allungato il braccio oltre la ringhiera; ho data una scossa al bicchiere. Il ragno è caduto giù dal poggiolo, tra l'erba del minigiardino.
Poi ho buttato nella spazzatura lo spazzolino, ho scartato dal blister uno spazzolino nuovo, e ho proseguite le mie operazioni mattutine.
Fin qui, i fatti.
Un quarto d'ora dopo sono tornato sul poggiolo per la prima sigaretta della giornata. Mentre fumavo e guardavo la magnolia giapponese e la siepe di papiro massacrate dalla grandine di martedì scorso, ho pensate delle cose.
Ho pensato che non è possibile rimproverare il mio ribrezzo. Anche se io fossi un aracnofobico duro e puro, e mi mettessi a ululare e a correre qua e là alla sola vista di un essere vivente con otto zampe, non potrei essere rimproverato. Essere aracnofobici, càpita. E' come essere claustrofobici (io sono un claustroinfastidito), depressi, bipolari, maniacali, pedanti (io sono pedante), timidi, ipercinetici, pornomani, dipendenti, e così via. Tutte queste cose, noi le consideriamo più o meno delle patologie, e/o dei tratti di carattere. A un timido (dove prevale il tratto di carattere) possiamo consigliare di stimidarsi un po' (magari frequentando un training assertivo o qualche altro orrore new age); a un bipolare (dove prevale la patologia) possiamo dare il telefono del nostro psichiatra di fiducia; con un pedante possiamo concordare un segnale per fargli capire quando cominciamo a non poterne più di lui; e così via. Possiamo mandarle al diavolo, queste persone, ma non possiamo, questo mi importa, rimproverarle: perché ciò che sono è ciò che sono.
Una persona può essere rimproverata o accusata per ciò che fa, non per ciò che è (il rimprovero è nella sfera privata ciò che l'accusa è nella sfera pubblica, mi sembra).
Allora, questa mattina, meno di un'ora fa, mentre fumavo sul poggiolo la prima sigaretta della giornata, mi domandavo: e uno xenofobo? Può essere rimproverato o accusato, uno xenofobo? E un pedofilo? Può essere rimproverato o accusato, un pedofilo?
Mi sono risposto: no, non si può. Non posso rimproverare o accusare uno xenofobo o un pedofilo per ciò che sono. Posso rimproverarli o accusarli per specifici atti compiuti.
Uno xenofobo, nel sentire di molti se non di tutti, non è xenofobo finché non compie un atto di xenofobia; quando l'ha compiuto, diventa uno xenofobo. Il pedofilo, analogamente, non è pedofilo finché non compie un atto di pedofilia; quando l'ha compiuto, diventa un pedofilo. Ci sono alcuni comportamenti, alcuni atti compiuti, che sembrano, nel sentire di molti se non di tutti, generare subito un'identità della persona. Per di più, nel caso dello xenofobo e del pedofilo, anche una dichiarazione verbale non seguita da alcun atto è sufficiente.
Un ladro può ravvedersi. Un terrorista può autocriticarsi (il pentimento giudiziario è un'altra cosa; il terrorista può, anche senza pentimento giudiziario, produrre una critica politica del suo agire passato). Ma un pedofilo, può ravvedersi? Può autocriticarsi? E lo xenofobo? Il pedofilo no, non credo. Non siamo capaci di pensare il pedofilo come uno che possa diventare altro da sé stesso. Come non c'è spazio per l'accettazione del pedofilo, analogamente non c'è spazio per il ravvedimento o l'autocritica del pedofilo. Le stesse parole ravvedimento e autocritica suonano assurde. Per lo xenofobo è diverso: qualche spazio c'è. Ma non tanto.
Ma questi, mi sono domandato ancora, stamattina, mentre fumano la mia sigaretta sul poggiolo, non sono ragionamenti futili?
Io non sono xenofobo; sono, tuttavia, uno xenoinfastidito. Basta un'occhiata alla mia vita: le mie amicizie sono tutte con persone bianche, per lo più con un buon livello di istruzione (formale o informale), generalmente della piccola borghesia. Il mio contatto con lo straniero avviene nelle forme canoniche: il ristorante cinese, il domestico filippino (non in casa mia; in casa d'altri), il kebab nordafricano, il venditore di cd taroccati africano nero. Nei treni e nelle stazioni ferroviarie, che a causa del mio lavoro frequento pressoché ogni giorno, vedo che funziona molto bene il mio istinto di discostamento. Separo le nazioni, lombrosianamente: mi danno sensazione di pericolo i nordafricani, non me la danno gli africani neri; temo l'odore degli slavi; non credo al sorriso dei cinesi (a quello degli africani neri, sì); non provo desiderio per le prostitute africane nere; provo desiderio per le minute donne cinesi o giapponesi. Niente di tutto questo è meditato. E' tutto immediato.
Poi, io sono una persona ragionevole. Questa mattina, in bagno, ho evitato di ululare e di mettermi a correre da una stanza all'altra: tuttavia, questa possibilità si è presentata alla mia mente, e i miei muscoli si sono irrigiditi. Ho contato, uno, due, tre, quattro, e li ho allentati. Così, difronte allo straniero, la reazione immediata si presenta alla mente, e io conto, uno, due, tre, quattro, e cerco di circondarla. Per lo più, credo, riuscendoci.
Circondarla, mi dicevo sul poggiolo, finendo di fumare la sigaretta. Posso circondarla, la mia reazione immediata; posso rinchiuderla in una gabbia, in fondo all'emisfero destro o all'emisfero sinistro del mio cervello; ma non posso espellerla. Resta comunque lì. E, sinceramente, per questo non ho voglia di rimproverarmi.
Adesso, che sono davanti al pc e sto scrivendo queste cose, mi domando a che cosa servano questi pensieri, e che senso abbia aver desiderato pubblicarli in Nazione indiana. Mi rendo conto che chiamarsi Nazione significa mettere una linea, un confine: qui noi, lì voi. Mi rendo conto che una nazione indiana è una nazione senza terra, che si definisce unicamente grazie a ciò che è. Questo pensiero tuttavia non mi porta da nessuna parte: se non a pensare che sempre, comunque, cominciamo col dire che cosa siamo.
Devo trovare una conclusione. La conclusione è: ciò che io sono, non è trattabile. Non può essere materia di trattativa. Chiunque, credo, sarebbe d'accordo con me. Quindi ciò che chiunque è, non è trattabile. Se poi ciò che l'altro è a me fa schifo, fa senso, mi fa scappare ululando, mi apre il terrore nello stomaco, c'è poco da fare: non è trattabile.
Io per fortuna sono solo aracnoinfastidito: il ragno se l'è cavata. Ma se fossi davvero aracnofobico, l'avrei fatto uccidere (io, non ne sarei mai stato capace).
Ho letti nei giornali, in questi mesi, molti ragionamenti sensati e virtuosi, al fondamento dei quali ho trovato regolarmente questo pensiero: che ciò che uno è, sia trattabile.
Ho la sensazione che questa sia una questione da affrontare nel modo più esplicito possibile. Qualche giorno fa, discutendo con una persona, mi è scappato di dire: non è dei giudizi, che dobbiamo discutere, ma dei pregiudizi.
Vi prego di prendere tutto questo con beneficio d'inventario: come un tentativo di pensiero, non come un pensiero definito; che ho pubblicato non per affermarlo, ma per proporlo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.06.05 16:27

Interventi

Ricordo questo post. E ricordo anche la discussione che ne seguì: aveva qualcosa di sgradevole, ma non capivo perché. Aveva l'aria di un linciaggio ma non si capiva (o almeno io non capivo) quale fosse la colpa di Mozzi. Si poteva non essere d'accordo con lui (e io non lo ero), ma che motivo c'era di saltargli in testa a quel modo ? Non lo capivo e, a dir la verità, anche adesso non mi è molto chiaro. Mozzi dice che la cosa ha a che fare con quanto è successo in Nazione Indiana. Visto che ha fatto trenta, vorrebbe fare trentuno e chiarire anche a noi che cosa è successo nelle segrete stanze ?

Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 06.06.05 18:34

Quando si dice: ciò che uno è non è trattabile, si fa, secondo me, un'affermazione giusta e da condividere. Ma è un'affermazione che concerne una materia (il nostro essere, il nostro io) in continua evoluzione. Per cui resta assai difficile, prima di ogni altra cosa, definire ciò che noi siamo, giacché da un istante all'altro non siamo più gli stessi.

Difficile, poi, dividere in due piani distinti ciò che dipende dalla nostra evoluzione e ciò che possa invece essere ricompreso nell'aggettivo "trattabile". Ossia, quando da intrattabili (se davvero riuscissimo a riconoscere il nostro momento di intrattabilità) si diventa trattabili, ciò è dovuto ad un cedimento della nostra volontà (del nostro io) o invece abbiamo a che fare con quella evoluzione a cui ciascuno di noi è soggetto? Al punto che lungo questa linea retta che va dalla nostra nascita alla nostra morte non rinveniamo affatto segmenti di trattabilità e intrattabilità, ma solo il piatto scorrere del nostro destino.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 06.06.05 18:51

"non c'è spazio per il ravvedimento o l'autocritica del pedofilo".
non condivido questa affermazione.
mi sembra azzardata e gregaria.
esistono pedofili che, pur sapendosi tali e desiderando con tutte le loro forze congiungimenti carnali con minori, se lo impediscono per motivi etici e passano così tutta la loro vita.
il cattolico li manda all'inferno lo stesso, in quanto colpevoli di aver desiderato bimbi.
chi aspira ad un'etica laica sa che trattasi di comportamento eticamente supremo.
e li loda per questo.

Pubblicato da: tashtego - 06.06.05 19:19

Intrattabile, a mio parere, non è il ‘ciò’. Perché il ‘ciò’ si dà, e dunque non è. Al massimo c’è, e c’è in situazione. E dunque è esso stesso trattamento. Ma questo trattamento non è trattabile. Non può essere trattato con (ovvero: da) un soggetto esterno.
Detto altrimenti: non si è ciò che si è, si è come si è. E’ il modo della disposizione che è intrattabile. Il come e il dove mi dispongo. Solo a partire da questa disposizione (che è la disposizione dell’etica) posso trattare le altre intrattabilità. E’ una questione di confini, e adfinitas.

Pubblicato da: marco rovelli (alderano) - 06.06.05 19:21

hm. non ho capito nulla della tua risposta.
essere e agire in conformità, o meno.
non so.
già l'affermazione che il "ciò si dà" mi resta osticamente di traverso.
presuppone un'essenza personale infusa e non modificabile, presuppone l'esistenza di individui incomprimibili.
non credo che le cose stiano così.
il mondo ci scorre dentro e ci modifica di continuo.
il razzista non nasce tale, suppongo che ci diventi, come pure può smettere di essere tale.
concordo su questo, se ho capito bene: finché non agisce da razzista non è valutabile e classificabile come tale.
non credo nell'essenza personale.
la mente si atteggia, in continuazione.

Pubblicato da: tashtego - 07.06.05 08:01

Per Tashtego: dici "il cattolico". Poi dici: "non credo nell'essenza personale".
Per Riccardo Ferrazzi: di che cosa sia accaduto nelle "segrete stanze", non ho idea. Non so se vi siano "segrete stanze". Io ho contribuito (poco) al blog di Nazione indiana, ma non sono mai stato presente alle riunioni.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 09:02

Provo a spiegarmi meglio. Mi pare che questo vecchio post e la relativa discussione abbiano che fare con ciò che è successo nelle ultime settimane in Nazione Indiana, per la ragione seguente. Ho scritto: "Mi rendo conto che chiamarsi Nazione significa mettere una linea, un confine: qui noi, lì voi". E questo essere noi "noi", e voi "voi", mi sembrava - per dirla con le parole che usavo lì - "intrattabile". Con una soluzione lessicale (me ne accorgo adesso) assai simile, dell'intervento "Restaurazione" di Moresco avevo scritto: è "indiscutibile", non si può discutere.
Ora, le intrattabilità (o, all'incirca, i pregiudizi) sono venute a collidere.
Il punto è che chi riconosce le intrattabilità (o i pregiudizi) come tali, può provarsi a discutere (e, aggiungo, può perfino apprezzare gli accordi e i compromessi). Chi non le riconosce, ha paura della discussione come della morte secca, e nel momento in cui vengono a collidere si chiama fuori.
Questo mi pare, sulla base dei soli testi apparsi in Nazione Indiana.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 09:18

No, Giulio, c'è qualcosa che non mi torna.
Come fai a discutere una cosa che riconosci "intrattabile" o "indiscutibile"? Oppure a "non riconoscere" le intrattabilità?
Se decidi che una cosa è intrattabile non la puoi ritrattrare.
Per me usi male la parola "intrattabile" oppure usi male la parola "riconoscere".

Non capisco di cosa stai parlando.

Pubblicato da: Marco - 07.06.05 12:57

Spiego.

Pubblicato da: Marco - 07.06.05 13:17

Caro Giulio, recupero anch'io un post relativo a N.I. e che kataweb continua a fagocitare e annientare. A proposito, lo spazio commenti di N.I. è di nuovo in tilt. 'Sti blog cominciano davvero a rompere il belìn. Non c'è mai certezza di essere recapitati.
Comunque: in 'Lipperatura', prima di partire per lo Yorkshire, inviai più volte, nei Commenti al thread 'Del condividere' del 28 maggio 2005, il messaggio che riproduco dopo l'antefatto.

ANTEFATTO: Il 28 maggio apparve il sg. contributo:

«Lipperini, cita tu che cito anch'io:
"Era così, dunque, il Faro" pensò Giacomo. Ciò ch'egli aveva contemplato per tanti anni dalla baia era una torre nuda sopra una squallida roccia." (V.Woolf, 'Gita al faro')

"Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto ad assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi: 'Di questo dunque sanno le orecchie'". (Michele Mari, "Tu, sanguinosa infanzia", Mondadori.)
> Postato da Fake di Angelini il 2005-05-28 12:55:46.0»

Il 30 maggio Roquentin controbatté:
"... considerata la variante Angelini, un appunto privato su Lipperatura rischia di trasformarsi in tema del giorno."

Lo stesso giorno risposi:
«Variante Angelini a me? Variante Roquentin sarai tu! Io ho il mio stile (lo bello stile che m'ha fatto onore:-)), se a te non va, pazienza. Prendiamo il tema di questo thread: "Del condividere". Che cosa hai detto tu di così fondamentale?
Io ho citato Virginia Woolf e la sua metafora del faro. Poi ho citato Michele Mari e la sua metafora delle orecchie. Non sei riuscito a capirla?
Pazienza. Potevo citare una delle tante e ormai concordi fonti sull'analisi del fallimento dei moti mazziniani. Il fallimento del moto telematico di N.I. in fondo è sulla stessa onda. Ci si muove in quattro gatti, illudendosi di essere dei fari per il mondo intero, poi ci si stanca e si chiude. Per fortuna senza inutili spargimenti di sangue e senza compromissione né di carriere né di nulla. Prendiamo il pistolotto della Benedetti di oggi ["Slanci frenati"]. Non una parola, ripeto: NON UNA PAROLA! sui meschinelli che si sono aggiunti via via e si sono dovuti accontentare di postare brevi interventi nelle colonne dello spazio commenti. Tutta l'attenzione è concentrata sugli accordi e i disaccordi tra i Magnifici Venti. Che jje frega a loro della piccola folla di paggi e trabanti ruotante attorno ai Propagatori Ufficiali del Mistico Verbo?
Detto ciò, la Variante Angelini vi saluta per qualche giorno. Mi sposto nello Yorkshire, dove conto di visitare la casa delle sorelle Brontë. Se volete, vi porto una Charlotte Brontë di peluche, o una boccia di vetro con la neve che, se capovolta, poi ricade malinconicamente su delle Cime Tempestose in miniatura. Un bacione.
> Postato da Fake di Angelini il 2005-05-30 09:13:18.0»
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Del suddetto post, ripeto, nessuna traccia. Ho provato a rimandarlo anche stamnttina, ma è scomparso di nuovo. Converrai con me sulla necessità di far luce su una vicenda tanto inquietante, o di dare comunque la più ampia risonanza allo scambio di opinioni avvenuto tra me e Roquentin. Ne va dei destini della blogsfera tutta!

Nel frattempo, eccomi di ritorno dallo Yorkshire, dove ho effettivamente coronato l'antico sogno di visitare il Brontë Parsonage Museum (la canonica in cui vissero le sorelle Brontë, fiancheggiata da un plumbeocimitero) ad Haworth, sotto la brughiera omonima. Aggiungo, per la gioia dei necrofili, che ho osservato il divano su cui, appena trentenne, tirò gli ultimi Emily Brontë ("Cime Tempestose"), cui erano già morte la madre (di cancro), le sorelline Maria ed Elisabeth (11 e 10 anni) e il fratello oppiomane e alcolista Branwell (31 anni). Emily aveva preso freddo, appunto, al funerale di Branwell. Ho visto la stanza riservata alle amatissime oche Adelaide e Victoria e quella in cui dormiva Charlotte, la più longeva (morì a ben 39 anni). La terza sorella scrittrice, Anne Brontë, malata anch'essa, era stata invano, nel frattempo, portata al mare a Scarborough (ricordi la canzone di Simon & Garfunkel?) dove era morta a 29 anni. La sua tomba è fuori la chiesa di St. Mary, sotto il castello di Scarborough. Naturalmente ho visitato anche quella...

Corre l'obbligo, infine, di riesumare il bellissimo testo di Scarborough Fair sugli IMPOSSIBLE TASKS dell'amore:

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary and thyme
Remember me to one who lives there
For once she was a true love of mine

Have her make me a cambric shirt
Parsley, sage, rosemary and thyme
Without no seam nor fine needle work
And then she'll be a true love of mine

Tell her to weave it in a sycamore wood lane
Parsley, sage, rosemary and thyme
And gather it all with a basket of flowers
And then she'll be a true love of mine

Have her wash it in yonder dry well
Parsley, sage, rosemary and thyme
where water ne'er sprung nor drop of rain fell
And then she'll be a true love of mine

Have her find me an acre of land
Parsley, sage, rosemary and thyme
Between the sea foam and over the sand
And then she'll be a true love of mine

Plow the land with the horn of a lamb
Parsley, sage, rosemary and thyme
Then sow some seeds from north of the dam
And then she'll be a true love of mine

Tell her to reap it with a sickle of leather
Parsley, sage, rosemary and thyme
And gather it all in a bunch of heather
And then she'll be a true love of mine

If she tells me she can't, I'll reply
Parsley, sage, rosemary and thyme
Let me know that at least she will try
And then she'll be a true love of mine

Love imposes impossible tasks
Parsley, sage, rosemary and thyme
Though not more than any heart asks
And I must know she's a true love of mine

Dear, when thou has finished thy task
Parsley, sage, rosemary and thyme
Come to me, my hand for to ask
For thou then art a true love of mine."

Pubblicato da: Lucio Angelini - 07.06.05 13:44

Caro Marco, mettiamola così.
A me fanno schifo i ragni. Se non riconosco questo mio schifo come un fatto mio, un mio pregiudizio, una mia intrattabilità, sarò costretto a decidere che i ragni sono oggettivamente esseri abietti, pericolosi, cattivi, ecc. Se invece riconosco questo mio schifo com eun fatto mio, un mio pregiudizio, una mia intrattabilità, avrò almeno la possibilità di riconoscere che i ragni, per quanto mi facciano schifo, non sono oggettivamente esseri abietti, pericolosi, cattivi ecc. E magari, pur continuando a provare schifo, potrò imparare a conviverci (naturalmente in questo c'entra qualcosa l'intensità dello schifo: che può anche essere ingovernabile).
Il razzista, secondo questo ragionamento, è allora colui che, non riconoscendo le proprie intrattabilità, i propri pregiudizi, ritiene che oggettivamente negri, ebrei, milanisti, mormoni, zingari e terroni siano esseri abietti, pericolosi e cattivi. Eccetera.
Allora: se io divido il mondo in "noi" e "voi", ho due possibilità. O riconosco le mie intrattabilità, i miei pregiudizi; e allora, pur essendo io "dalla parte del noi", potrò aver che fare con "voi"; o non riconosco, e allora non farò altro che ridisegnare i confini del "noi", lasciando fuori "voi".
Può andare?

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 13:56

Lucio, non capisco perché tu te la prenda tanto se da un blog sparisce un commento inserito da uno che abusa del tuo nome.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 13:57

L'intrattabilità va riconosciuta. ma non basta. l'intrattabilità può essere superabile. altrimenti si rimane quello che si è, pur nel rispetto degli "altri".

Pubblicato da: Melpunk - 07.06.05 14:40

Melpunk, io credo proprio che "si rimane quello che si è", e che il "superamento" dell'"intrattabilità" sia un mito.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 15:34

caro mozzi, questo significa negare la possibilità di evoluzione/trasformazione (animica) che non solo la/le religioni professano. Significa che nasciamo ci sviluppiamo in qualche modo e poi rimaniamo tali e quali... non andrei a dirlo a un mistico della tebaide o a un sufi...! un caro saluto e buon vibrisse

Pubblicato da: Melpunk - 07.06.05 15:47

Credo anch'io che effettivamente questi superamenti siano sotto il dominio del mito, che cioe' si manifestino come storie nella cui cornice le contraddizioni appaiono intrecciate e conviventi.

Pubblicato da: Lorenzo Ireni - 07.06.05 16:09

Caro Melpunk, la religione nella quale mi riconosco (quella cristiana cattolica) non mi sembra contempli "possibilità di evoluzione/trasformazione (animica)". O forse non capisco che cosa intendi con questa formula.
Grazie per gli auguri. Auguri a te.

Pubblicato da: giuliomozzi - 07.06.05 17:34

Mi sembra che la religione cristiana-cattolica preveda un'evoluzione dell'anima individuale in vista di una meta superiore (senza la quale, altrimenti, si rimane al palo...). l'amore insegnato da cristo era ed è uno dei più formidabili strumenti di trasformazione. Il vissuto religioso è in quanto tale una via per una trasformazione. Intendo con questo un superamento dei limiti dell'ego (anche), individuato come principale intralcio all'evoluzione stessa. Cosa sono le manifestazioni dell'intrattabilità se non angustie, problemi, guasti (eccetera) dell'ego. e cos'è l'ego se non (torniamo alla religione) anima? Se Lorenzo Ireni intende che questo discorso rientri nel dominio del mito... se avessi meno fretta forse sarei più chiaro.. mi scuso per l'approssimazione del messaggio.

Pubblicato da: Melpunk - 07.06.05 17:54

Mi par di capire che Nazione Indiana si è spaccata su una "intrattabilità" della quale nessuno vuole dar conto ai lettori. Moresco ha scritto che se ne andava perché gli altri non lo seguivano. Dove ? Contro chi ? Qualche giorno prima del patatrac, sul blog di Franz Krauspenhaar avevo postato un pezzo nel quale affacciavo qualche ipotesi. Mi hanno scritto che non avevo capito un tubo. Visto come sono andate le cose mi piacerebbe saperne qualcosa di più. Se anche tu Mozzi non ne sai niente e sei ridotto a fare ipotesi, è proprio un bel mistero, non c'è che dire !

Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 07.06.05 18:27

Mi sembra che usi "intrattabilità" come sostituto di "idea".
Poi mi pare che il succo del tuo discorso sia: "Queste sono le cose sulle quali non discuto. Prego, discutiamone". (Che mi sembra quantomeno singolare).
Poi la conclusione del pezzo non mi porta da nessuna parte: cosa vuol dire "ciò che uno è non è trattabile?". Sposti tutto su un terreno dai confini troppo incerti. Che cosa vuol dire "essere qualcuno o qualcosa"? Come stabilisci se "uno è o non è"?

Insomma in fondo tu parli di limiti oggettivi e limiti soggettivi. Ci sono aspetti di noi che si possono cambiare e altri no. La mia altezza è un limite oggettivo. La mia timidezza è un limite soggettivo, che posso anche superare. Ecco, mi pare che anche le xenofobia sia un limite soggettivo e anche la pedofilia. Ma mi rendo conto che mentre la mia altezza è un limite evidente, la mia timidezza non sia evidente e che tutto diventi più insicuro, più incerto da dimostrare.

Vorrei sapere se è dotata di senso la distinzione "ciò che uno fa" e "ciò che uno è"...
Mi sembra anzi che questa distinzione sia terrificante, per molti versi. Come se tu potessi stabilire che ciò che uno mostra di fare non coincide con ciò che è "veramente". Come se tu potessi penetrare e comprendere gli "interna corporis" di una persona (un'espressione che ho sentita l'altro giorno in televisione) e stabilire a dispetto di ciò che fa, ciò che è.

Pubblicato da: Marco - 07.06.05 19:07

Caro Riccardo Ferrazzi: chi se n'è andato, lo ha fatto motivando pubblicamente il suo andarsene. Il guaio è che ha scritto in pubblico come se stesse scrivendo in privato.
A me sembra che la faccenda sia, nei suoi termini generali, abbastanza chiara. Antonio Moresco, con il suo intervento "La Restaurazione", ha in sostanza espulso da Nazione indiana (lui non sa di averlo fatto) tutti gli "indiani" che in un modo o nell'altro lavorassero nell'industria culturale. Costoro gli hanno fatto notare che li stava espellendo. Lui ha risposto: ma no, suvvia, siamo tutti uniti nel combattimento e nel sogno. E loro: eh no, guarda, ci stai proprio espellendo. Alla fine, quando si è finalmente reso conto della faccenda, Moresco - che dichiara di odiare la pratica dell'espulsione - se n'è andato lui.

Pubblicato da: giuliomozzi - 08.06.05 01:10

Caro Marco: la formula "Queste sono le cose sulle quali non discuto. Discutiamone" mi sembra quasi perfetta. Di che cosa dovremmo discutere, dico, se non delle cose che non siamo capaci di mettere in discussione? ("Non discuto" non significa "Non voglio discutere", bensì: "Non sono capace di mettere in discussione").
In altri termini: è possibile essere radicali nella propria condizione, e tuttavia essere disponibili alla discussione?

Pubblicato da: giuliomozzi - 08.06.05 01:14

Caro Melpunk, scrivi: "Cosa sono le manifestazioni dell'intrattabilità se non angustie, problemi, guasti (eccetera) dell'ego?". Quindi, se io credo per fede che il mondo è creato, tu ritieni che questa mia credenza per fede sia "un'angustia, un problema, un guasto dell'ego"?
Ma come sei intrattabile, poffarbacco!

Pubblicato da: giuliomozzi - 08.06.05 01:19

la cosa più curiosa del commiato di moresco da nazione indiana, a proposito di espulsioni, è che aveva il tono di un'epurazione di se stesso.

Pubblicato da: sergio garufi - 08.06.05 01:25

Anche stamani Nazione Indiana è chiusa ai commenti. Avrei voluto far notare, riguardo all'articolo di Filippo La Porta: "Dopo La Capria una generazione di scrittori 'senza vita'", che ha dimenticato di ricordare due scrittori meridionali che provano il contrario, ossia, sono 'ricolmi di vita': Carmine Abate e Raffaele Nigro.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.06.05 07:09

Con tutto il rispetto per Abate e Nigro, direi che il Meridione letterario (posto che una categoria del genere si dia, del che dubito) sia meglio rappresentato, per esempio, da Giampaolo Rugarli, Andrej Longo, Massimo Cacciapuoti e soprattutto da Gaetano Cappelli che, in tanti anni, non è ancora riuscito a sbagliare un romanzo.

Pubblicato da: giovanni - 08.06.05 08:59

Caro Mozzi,
non ho mai detto né pensato tutto ciò. non parlavo di credere nel creato ecc. ritengo che intrattabilità, difetti egotici e similia siano affrontabili e in buona parte risolvibili, anche (e soprattutto) attraverso un percorso religioso. Era esattamente il contrario. mi spiace che un dialogo in queste condizioni sia difficile e difficle esprimere il proprio pensiero in modo che arrivi comprensibilmente all'interlocutore. magari, se mi torvo a passare a padova ne parliamo direttamente. mi spiace che abbia fatto comprendere esattamente il contrario di quanto sostengo. slauti

Pubblicato da: Mepunk - 08.06.05 11:32

postilla
Mozzi, ma poi cosa c'entra la fede nel cretato con l'intrattabilità? a richiarirci

Pubblicato da: Melpunk - 08.06.05 11:34

Caro Melpunk, la mia vocazione segreta è quella della guida turistica. Se passi per Padova m'impegno a farti godere delle sue non innumerevoli, ma neanche poche, bellezze.

Pubblicato da: giuliomozzi - 08.06.05 13:31

Ok Mozzi, lo spritz in piazza delle erbe lo offro io!

Pubblicato da: Melpunk - 08.06.05 14:21

x giovanni.

Dei nomi che hai fatto conosco solo Rugarli: "L'infinito, forse".

"Con tutto il rispetto per" Rugarli, gli preferisco Carmine Abate e Raffaele Nigro.

E' evidente che tu hai ragione dal tuo punto di vista, ed io ho ragione dal mio. Aggiungo che, sempre dal mio punto di vista di lettore vecchierello, credo che sarà molto, molto probabile che questi due autori li leggeranno ancora i nostri nipoti e i nipoti dei nostri nipoti, e più in là ancora.

Essi sono come il vino: più trascorre il tempo, eccetera eccetera...

Mi permetto di dare questi riferimenti al mio sito:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Rugarli.htm
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Abate.htm
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Nigro.htm

Naturalmente, il fatto che non concordi con te, non significa che non mi tolga il cappello e faccia l'inchino:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.06.05 20:19

io credo che il discorso sia molto ampio e aperto, e perciò di difficile sintesi.
su NI giulio era stato attaccato - se non ricordo male - perchè aveva sostenuto idee scontate ma profonde, scorrette ma vere - considerandole attraverso la lente ideologica -.
credo che tutti noi abbiamo verità scomode che tendiamo a rifiutare e a ricacciare dentro.
però, il fatto di riconoscere questo, è già il primo passo verso il cambiamento. cioè, se si disconosce e nasconde il proprio vissuto, ci si allontana dalla propria verità e si tenderà a conservare solo quello che ci pare accettabile e sostenibile.
boh, credo di essermi spiegato male e forse di non aver centrato il punto.
ma se cancellassi, mi allontanerei dalla verità di questo momento.
ciao swcpd

Pubblicato da: cristiano prakash dorigo - 08.06.05 20:53