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30.06.05

Eraldo Baldini: Faccia di Sale (1999)

di Bartolomeo Di Monaco

Eraldo Baldini.jpgBaldini è un autore tanto modesto e appartato quanto bravo. Di lui ho letto Bambine, del 1995, Mal’aria, del 1998, Gotico rurale, del 2000, presenti ora nel volume “Quaranta letture – Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea", Marco Valerio , Torino, 2004.
Faccia di Sale è del 1999.
Siamo alla fine del XVII secolo, l’anno del Signore 1699, nel mese di ottobre, ad un passo dal nuovo secolo, quello che sarà ricordato come il secolo dell’Illuminismo, il secolo che vedrà la supremazia della ragione sul sentimento. Si sta demolendo una città per ricostruirla vicino al mare. Si odono gli assordanti fragori dei lavori di abbattimento, ma “nonostante i colpi dei magli e delle mazze, le grida degli operai e dei comandi, sembrava esserci quasi silenzio; o almeno c’erano rumori così diversi da quelli normali della Città. Di quella Città che ormai non c’è più. Stiamo terminando." Baldini è già qui, in questa scelta del tempo in cui collocare la sua storia. Nel momento in cui fa capolino la ragione, con la sua lucida onnipotenza, Baldini la mette in guardia, le getta addosso la rete del mistero, la ingarbuglia, rende evidenti le sue debolezze, i vuoti e le nebbie che la circondano.

Luigi Derigo, colui che narra, trent’anni, celibe, è il direttore dei lavori. Ci fa sapere che la vecchia città era ormai circondata da acquitrini e paludi. Prima vicina al mare, questo era andato ritirandosi. Anche la fontana da cui la popolazione attingeva acqua, si era disseccata. Il luogo era diventato il regno delle terribili zanzare, contro cui non si poteva nulla. La nuova città è quasi finita. Sorge vicino al mare, come una volta la vecchia. La vita è pronta a ricominciare. Sono trascorsi appena cinque anni dall’ultimo flagello, annunciato dalla comparsa nel cielo di “una cometa rossastra dall’aspetto pauroso. La sua coda era ricurva all’ingiù, verso terra, sembrava quella di uno scorpione pronto a colpire." Colpì, infatti: “carri pieni di morti fecero una spola ininterrotta fino al cimitero, e chi sopravvisse al male non si riprese che dopo settimane, a volte mesi, di debolezza e di sofferenza." Lo riconosciamo: è il mondo di Baldini, del Baldini di Mal’aria e dello stupendo Gotico rurale. Con la piccola sordomuta Diamantina, la figlia di una coppia di salinai che curano le saline di Derigo, è anche adombrato il tema di Bambine. Una continuità d’ispirazione e di impegno, dunque. Il mondo che l’autore ci delinea, anche se ambientato nei secoli passati, in realtà è un mondo che è sempre esistito e che esisterà.

Il tentativo non riuscito di trasferire i morti nella Città Nuova (“Anche i nostri antenati meritano un posto migliore"), che altro vuole rappresentare se non una presenza costante del mistero, da cui non ci si può né ci si vuole liberare?
Il lavoro è durato tre anni. La Città Nuova è pronta, il protagonista, abbattuta per ultimo la sua vecchia casa, vi abita già, come gli altri. I morti sono stati trasferiti nella cripta della cattedrale di Nostra Signora delle Acque, la quale è l’unica costruzione non abbattuta, che deve rimanere a ricordo della Città Vecchia. Disseppellire i morti, di cui si occupa il cugino Ruggero (“l’unico parente che mi è rimasto"), è un’impresa improba. I resti sono maleodoranti: “quello che gli operai tirano fuori, lavorando con i fazzoletti legati a coprirsi la bocca e il naso, non è che un marciume disfatto, una parodia di corpi confusi gli uni con gli altri nello sfacelo."

Tuttavia essi mantengono ancora una straordinaria forza di attrazione, così come la città distrutta: “forse, c’è qualcosa che mi richiama laggiù."
Con uno stile di una semplicità esemplare, Baldini ci sta immergendo nel mistero. Ne percepiamo il bisbiglio, ne scrutiamo le ombre. Quando, preso il cavallo, vi fa ritorno per un impulso improvviso, trova che: “Il vento da levante è forte, sussurra e fischia, le canne e le erbe che sono cresciute in fretta sembrano un mare che si muove in onde verdi e rugginose; e la grande chiesa, in quel mare, sembra una nave fantasma, o un’isola severa e misteriosa." Forse anche il cavallo “sente l’atmosfera strana, quasi paurosa che c’è in questo posto." È l’atmosfera che prepara l’evento. Un cane nero sopravviene, raspa e ne esce con in bocca uno scheletro di braccio umano. La colpa è del cugino Ruggero che, per sete di guadagno, ha concluso troppo in fretta il trasferimento dei morti, alcuni dei quali non sono stati disseppelliti, come doveva. Si prepara la discesa di Derigo all’Averno, dunque, nel regno dei morti. Una lite, infatti, con il cugino Ruggero che, aiutato dai suoi compagni, lo riduce moribondo e lo rinchiude nella cripta della cattedrale già colma di morti, gliene dà l’occasione. Dolore, Buio, Odore, Terrore, Sete, Fame, Orrore, sono gli incubi che lo accompagnano in questa sua discesa macabra. Ci ha provato un altro autore a parlare di una condizione di premorte, cosciente e immersa nella paura: Romano Battaglia con il suo Non mi sono ucciso, ma Baldini riveste questa condizione paurosa di un macabro che la rende ripugnante, come a indicarci che il passaggio oltre la morte, se è preceduto da ombre e fantasmi silenziosi colmi di mistero, nel momento che si avvicina agli estremi della vita, si accompagna sempre ad un terrore che ha con sé altre pestilenze, le quali finiscono col devastarlo e condurlo al nulla, forse la vera condizione per poter varcare la soglia.

Dalla cripta riesce a vedere un lume che si avvicina; la disperazione si muta in speranza. Sulla soglia del trapasso, dunque, si fa il primo passo a ritroso, ci se ne allontana. Si tratta di una vecchietta che, frugando tra i morti, lo ritrova male in arnese, moribondo. È una strega: la zi’ Pachina, “vecchia, brutta, sdentata, con i capelli bianchi e sporchi." Ad un tratto si affacciano alla nostra mente la Borda, Nonna Clara, il Gorgo nero, protagonisti di alcuni racconti successivi contenuti in Gotico rurale. La Borda sarà presente anche in Mal’aria. La zi’ Pachina reca con sé un sacco in cui mette “ossa di morto, cuori e altre robe simili" per il suo lavoro: “Per i filtri, le pozioni, le pomate." Con l’aiuto di un “nano forzuto" Luigi Derigo viene trascinato fuori dalla cripta e curato. Baldini ci spinge a domandarci che cosa ne sarà di quest’uomo che ha toccato il limite estremo della vita. Egli ha vissuto l’esperienza dei momenti che precedono la fine, ha intravisto le ombre, percepito i misteri, il suo corpo maciullato era pronto a cadere nel nulla, a vanificarsi. Chi lo riporta alla vita è una fattucchiera, una strega, ossia colei che è abituata a confidenze con i segreti e le ombre sparsi intorno a noi.
Ci si domanda ancora: chi sopravvive ad una simile esperienza, può tornare ad essere quello di prima? Esteriormente, lo sappiamo, Luigi Derigo non è più lo stesso; il viso sfigurato lo rende irriconoscibile. E lo spirito? Il viaggio che intraprendiamo in compagnia di questo autore scandaglia un’avventura possibile, una probabilità forse non così rara, forse anche onnipresente. Si tratta, in sostanza, di un contatto con un’altra vita continuamente in agguato, che muove attacchi e dispone ritirate che non sono mai neutri; lasciano minuti segni, impercettibili ombre, che si nascondono nelle nebbie e nei vuoti della nostra memoria. Baldini si serve dell’orrido per dare significato a queste ombre, a questi piccoli segni: “Il naso è storto e schiacciato, uno zigomo non ce l’ho più, al suo posto c’è una specie di buco livido, mi manca un pezzo del labbro di sopra ed è come se ghignassi o facessi una smorfia sorridente e cattiva, ci sono cicatrici e gonfiori che, se non se ne sono andati adesso, non spariranno più. Santo cielo, nessuno potrà più guardarmi senza provare disgusto." Paura della vita, dopo che si è avuto paura della morte? Si può guarire? La zi’ Pachina, che lo cura nella “stanzetta della sagrestia" della vecchia cattedrale (diventata la sua “tana"), quindi non lontano dalla cripta in cui era stato rinchiuso, gli cosparge sul corpo e sul viso i suoi misteriosi unguenti: “e quando questa roba si asciuga, la mia faccia diventa bianca e granulosa, come coperta di sale, e sento che mi tira."

E l’anima, anche quella si può curare?: “A me quella almeno è rimasta, anche se credo che neppure lei sia sana come prima." Ci troviamo in uno dei momenti dichiarativi della storia. Ancora: “Per fortuna c’è tanto sale, qui attorno. Sotto sale non marcisce neppure la carne." Sappiamo dunque che quell’avvicinarsi ad una distanza così prossima alla morte e al passaggio che ne consegue, non sono distruttivi ma modificativi. Scendere, anche per un solo istante gli scalini della vita, avvicinarsi alle porte dell’Averno, dell’Ade, non sono la stessa cosa immaginata dagli antichi, da Omero ad esempio. Nell’ipotesi affrontata da Baldini non si torna mai indietro restando come prima. Si diventa “una statua di sale." Quando Derigo decide di fare la sua prima uscita in cerca di cibo, visto che ora, in inverno, con la neve che è caduta, con “un freddo boia", la zi’ Pachina non può più assisterlo rintanata com’è in casa sua, egli, divenuto irriconoscibile, si fa passare per mendicante “zoppo e sfigurato." Ma i primi che lo vedono, mastro Bottaro e suo figlio, fuggono spaventati, anziché soccorrerlo, e così in città tutti sanno di un fantasma che si aggira per quei luoghi con una faccia di sale. Ecco, Luigi Derigo è, ora, per tutti: “Faccia di Sale", una “faccia brutta e bianca." Ci sono somiglianze con le atmosfere create da Vincenzo Pardini in alcuni suoi racconti contenuti ne La mappa delle asce, del 1990; La congiura delle ombre, del 1992 e nell’originale radiofonico: Il mulattiere dell’Apocalisse. Di Pardini va ricordato, per inciso, un racconto incredibile per bellezza e mistero: Segregazione (questo l’incipit: “Io non sono uno di voi, ma sento e vedo tutto."), di cui nessuno si è ancora accorto, se non, forse, Enzo Siciliano, direttore della collana in cui apparve per Giunti il libro che lo conteneva: Rasoio di guerra, del 1995.

È iniziata la caccia al fantasma conosciuto ormai con il nome di Faccia di Sale. Il nano, amico di Pachina (vedrete, sarà qualcosa di più), lo avverte che una pattuglia di armati lo sta cercando. Del resto, Derigo non desidera rivelarsi per timore che il cugino lo uccida, così si rifugia sul campanile della chiesa vecchia. È inverno, un inverno rigido, dappertutto all’intorno è bianco di neve. Da lassù volge lo sguardo alla Città Nuova: “Vedevo la Città Nuova, un grande quadrato da cui svettano le torri e i campanili, vedevo la pineta, gli specchi delle saline, le terre e le rive imbiancate, i canali; e poi vedevo, dopo tanto tempo, il mare. Era scuro, una lontana, alta e plumbea striscia scura, ma mi sono venute egualmente le lacrime agli occhi." Si accresce in lui il desiderio, dunque, di tornare alla vita, pur conscio della differenza che lo allontana da ciò che era prima. Avverte perfino l’impossibilità di tornare ad essere quello di un tempo. Baldini ha trasformato le due città in simboli: la Città Vecchia è la morte, l’oscurità e la paura che riducono al nulla tutte le cose; la Città Nuova la vita, con i suoi fermenti, i suoi eccessi, le sue speranze. Con l’occhio rivolto alla Città Nuova, che ora dal campanile riesce a vedere in tutta la sua “geometrica" estensione, con la consapevolezza che da quel campanile non potrà uscire, se non per cadere nelle mani del cugino Ruggero, egli decide il compromesso con la Città Vecchia e con i morti. “io sono il re. Sono un uomo che non esiste più, sovrano di una città che non c’è più." Da lassù vede spuntare il Natale e poi l’anno nuovo, il 1700, il secolo dei lumi. La zi’ Pachina, che continua ad andarlo a trovare ogni tanto, per portargli il cibo, gli regala un cannocchiale. Anche il cannocchiale diventa anelito alla vita, un segno di vita: “mi fa sentire vivo. Vivo, perché non più tanto lontano da tutto." Se non attraversiamo il passaggio che la morte ci spalanca verso il mistero, la vita a poco a poco riprende vigore, si nutre a vista d’occhio della speranza, come una pianta che ha ceduto ai rigori dell’inverno e pare morta, ma in primavera genera nuovi germogli. Senza quell’attraversamento fatale, ossia, non si uccide la vita: “Non mi sento più il re di una città morta: adesso mi sento il capitano di una nave." Non più staticità, dunque, ma un cammino, un percorso, anche se non potrà mai essere quello del ritorno. Credutolo ormai morto, “Ruggero Derigo adesso è legalmente padrone di tutti i beni di Luigi Derigo". Tra la Città Vecchia e la Città Nuova si crea un vuoto, una sospensione, una frattura; si squarcia un velo dietro il quale prende forma un percorso che solo Luigi Derigo, divenuto Faccia di Sale, è in grado di intraprendere: “me ne andrò, e al diavolo tutto, tutto ciò che è stato."

Che cosa sta accadendo? Il cannocchiale, che ha risvegliato il suo anelito alla vita, è diventato ora lo strumento che gli consente di vedere lontano, di conoscere, di scoprire. E allora, da lassù scorge per la prima volta brutture, maneggi, intrighi che prima non riusciva a vedere: il contadino, “paron Ferraro", che fa sesso con le sue pecore; i governanti della Città Nuova che s’incontrano nella Città Vecchia, fuori dagli sguardi indiscreti, con contrabbandieri ai quali vendono per proprio conto il sale, rubando così alla collettività; corrieri che incettano posta e valori, approfittando della Città Vecchia, ormai deserta, divenuta luogo appartato di malaffare; mercanti che vi fanno sosta per alterare mercanzie e bilance; nella chiesa si rintanano donne, anche di “grande stima", per incontrare i loro amanti: “Io da quassù vedo tutto, e più vedo, meno mi piacciono la Città e la sua gente. Più vedo e ascolto, e più ho voglia di andarmene."

Luigi Derigo non è più lo stesso. È ora Faccia di Sale: un altro, non solo nell’aspetto, ma anche nello spirito. Baldini ci ha mostrato la scoperta, il cambiamento che hanno fatto seguito ad un percorso che pareva di morte definitiva, ed invece era il principio di una vita nuova: di una rinascita. Nel momento in cui il fisico ne esce storpiato, spaventoso, ributtante, la sua anima acquista una sensibilità ulteriore, mai prima conosciuta, una dovizia e stranezza di sensazioni mai appartenuti al vecchio Luigi Derigo. Ci si domanda che cosa ne farà Faccia di Sale della novità sorprendente che si è scoperta in lui.
La Città Nuova non manca di lusingarlo. Saprà resistere? Baldini, è qui che chiama a raccolta i lettori, dopo che gli ha presentato l’ipotesi di un uomo che, risalito alla vita, non si è voltato indietro, come la moglie di Lot, a guardare la città di Sodoma distrutta dalle fiamme e tramutarsi, così, in una muta e morta statua di sale, ma con un percorso somigliante egli, invece, è attraverso la sua faccia di sale, volgendo lo sguardo intorno a sé, che scopre e vede una Sodoma dei suoi giorni. Sembra che Baldini abbia ripreso in mano quel brano celebre della Genesi e ci abbia sottoposto il caso di un uomo, Faccia di Sale, che, al contrario di quanto accadde alla moglie di Lot, abbia potuto, libero da qualsivoglia minaccia di punizione divina, guardare la città di Sodoma dibattersi tra le fiamme.
“Sta diventando cattivo", ecco che cosa succede a Faccia di Sale, vedendo le brutture della sua città. Quel porco di paron Ferraro sotto i suoi occhi ha tentato perfino di abusare della piccola Diamantina, sordomuta di appena dieci anni.

Il richiamo a Sodoma si fa ancora sentire: “fiaccole che tremano e si stracciano nell’aria come prese da mulinelli di vento". Quando Faccia di Sale decide di scendere dal campanile e di avventurarsi nella Città Nuova, sceglie il periodo del carnevale. Dal campanile vede sfilare le carrozze dei maggiorenti che si recano a fare baldoria, a scatenare i propri sensi e le proprie illusioni: “stasera il vino corre a fiumi ovunque". Si maschera anche lui, con l’intenzione di recarsi in mezzo alla gente per “fare giustizia", e quel che i suoi occhi incontrano è una grande confusione, una gozzoviglia, un baccanale: balli scatenati, canti, grida di ubriachi, rumori di ogni sorta, assordanti musiche: “Passo davanti a una casa e vedo sulla porta una ragazza quasi svestita." Prova attrazione per ciò che accade, però: “C’è una parte di me che è così lontana da questa gente, da questa Città, dalla sua vita, e un’altra che spinge per non lasciare le cose che conosco e che mi hanno accompagnato per tutto il mio tempo." La sua giustizia dispensa morte, ne prova piacere. Nessuno si accorge delle cose terribili che semina per la città; si è acceso il gran falò con il quale si brucia il fantoccio del carnevale e la gente è radunata là intorno: balla, strepita, fa festa. Domani, infatti, inizierà la quaresima, il tempo della penitenza, e un’antica credenza vuole che si sia fortunati se quella notte del martedì grasso ciascuno andrà a dormire sazio di ogni desiderio. Ma a lui che cosa sta accadendo, invece? Perché quei suoi misfatti?: “Sto diventando un’altra persona". È per questo che la morte lo ha rifiutato? Perché diventasse, lui, Faccia di Sale, il suo strumento? Quel suo desiderio di giustizia non è, al contrario, il principio del male che sta lavorando in lui? Come accade al famoso personaggio di Robert Louis Stevenson, il male, una volta insediatosi in noi, produce altro male, prolifica, non si ferma più: “quello che era successo alla chiusa no, non era in preventivo, mi era venuto così; e perché, poi?". Baldini ci suggerisce, partendo dalla iniziale sventura di Luigi Derigo, un contatto speciale e misterioso con la natura umana, una particolare trasformazione sollecitata da quello spazio vuoto che si è formato nell’istante in cui, moribondo e ad un passo dalla morte, è stato ricondotto alla vita. Da quel momento, è stato sospinto su di un percorso sconosciuto e terribile, nel corso del quale ombre e misteri si son messi ad ordire ed elaborare una nuova vita. Si domanda quale sia “l’olio che alimenta la fiamma della mia nuova vita, della mia nuova essenza." Se la Sodoma biblica fu distrutta, la Città Nuova ha infiammato e fatto esplodere una natura sconosciuta che viene dal buio, dai confini più estremi della vita: “mi sentii come quando ero giù, ferito e confuso, nella cripta."

Per la quantità di efferati delitti che accadono, nella Città Nuova si pensa, in un primo tempo, alla presenza di una belva feroce, e le si sta dando la caccia dappertutto. Anche nella vecchia chiesa sono entrati, costringendo Faccia di Sale a nascondersi.
Finalmente, si pensa a lui come all’autore degli orribili delitti e si attribuisce un ruolo alla strega Pachina, che viene arrestata perché confessi. È il nano che rivela tutto ciò a Faccia di Sale. Questa parte della storia ha due capitoli molto belli, quello che descrive la baldoria del martedì grasso e l’altro che riguarda l’arrivo delle oche, le quali coprono il cielo in occasione del “Grande Passo", che capita su quelle terre “ogni tre o quattro anni". È in occasione di quest’ultimo evento che egli vede ancora una volta la piccola Diamantina. Desidera mostrarsi a lei, provare se la piccola ha ancora terrore di lui, del suo viso deforme. Ma la sua cattiveria, quando la raggiunge, lo sollecita a farle del male. Prima di questo romanzo Baldini aveva scritto “Bambine", non per caso. In Diamantina, infatti, si nasconde la purezza dell’innocenza, non solo, ma anche la forza di redenzione che emana da quella speciale innocenza. Si scatena, infatti, una lotta in Faccia di Sale, che sente dentro di sé “tornare qualcuno di cui a malapena mi ricordo, torna Luigi Derigo, lotta con Faccia di Sale".

Non v’è dubbio che il precedente de Lo strano caso del dottor Jekyll e di M. Hyde di Stevenson svolge qui un ruolo fondamentale. Gli dirà la zi’ Pachina affacciata alla grata della prigione, da cui Faccia di Sale vuole liberarla: “per cambiare può essere necessario anche morire." Succede nel romanzo di Stevenson, ma qui v’è un significato ancor più esplicito che trasferisce alla morte nientemeno che la vita. Quel passaggio, ricordate?, che non si era compiuto nella cripta, ora diventa necessario per salvare Luigi Derigo dall’uomo, Faccia di Sale, che è diventato." In realtà, contrariamente a quanto gli racconta Pachina in un apologo che lo riguarda direttamente (“Poi a quest’uomo capitò una cosa grossa: morì. E arrivò un’altra persona. Faccia di Sale"), Derigo non è mai morto, ed è proprio quella sua condizione dell’essere arrivato ai limiti estremi della vita, senza oltrepassarli, che ha provocato la sua mutazione. Per tornare ad essere quello che era, non c’è che una sola cosa da fare: compiere il cammino interrotto, andare oltre i limiti della vita. Qualsiasi interruzione che si frapponga non è mai imputabile ad un destino già scritto, ma ad un trauma la cui conseguenza è il cambiamento della propria natura. Pare essere, questa, una delle letture nascoste nella storia di Baldini. Infatti, vedrete, non è lui che compirà il percorso, ma un’altra persona resa rassomigliante, e la morte che tutti credono di Faccia di Sale, non è affatto una morte. È, allora, una rinascita? Baldini ci dice che inizia una terza vita, ma è questa la verità? Sappiamo bene che la vita non si inganna, e ancor più non s’inganna la morte.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 30.06.05 08:00

Interventi

Ciao Bart, ricordi il dibattito sull'apostrofo (secondo me sbagliato)di "Mal'aria" in it.cultura.libri? Elisione o troncamento? Ahi, ahi, quanti drammi irrisolti:-/
Nel mio blog non mi hai scritto se hai partecipato al premio "Lucca dei lettori" in favore di Nigro.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 30.06.05 09:41

Sono tornato proprio ora da una passeggiata sulle colline dietro casa mia, con mia moglie che da martedì è in vacanza, essendo insegnante.
Finito di rispondere a te, prendere il piccolo trattore e mi metterò a tagliare l'erba in giardino e nei due campi vicini, dove abbiamo piantato: in uno: alberi, ora piccoli, destinati a diventare di alto fusto (faggi, querce, ippocastani, frassini, acero rosso, ed altri con nomi difficili); nell'altro piccoli alberi da frutto.

Il Premio Lucca, fondato da Francesca Duranti non lo seguo perché - lo scrissi anche alla stessa brava scrittrice - è un Premio un po' snob (questo non significa che non sappia scegliere la qualità: infatti la preferenza per Nigro ne è una conferma). Vi andai una sola volta e mi trovai in mezzo a medici, notai, persone di una certa elevata classe sociale. Intervenni, naturalmente, a dire le mie cose sul libro presentato (che non ricordo più). Pensa che l'incontro cominciava intorno alle 19, e dopo il dibattito nella bella sala di Villa Bottini, di proprietà comunale (non so se ancora gli incontri si tengano lì), esso continuava nel corso di una cena (alla quale occorreva prenotarsi)presso la non lontana e magnifica Villa Rossi, di proprietà della Duranti.

Fece osservare alla Duranti, in un breve colloquio che ebbi dopo quell'incontro, che l'orario e la formula scelti escludevano molti giovani dalla partecipazione, ed escludevano soprattutto tutti coloro, anche non giovani ma appassionati di letteratura, che non erano di un certo censo e si sentivano non solo impossibilitati ad intervenire per l'insolito orario pomeridiano, ma a disagio in mezzo ad un pubblico di quel tipo.

Io stesso mi sentii, in quell'occasione, molto, moltissimo a disagio.

Per quanto riguarda Mal'aria, durante le mie letture ho trovato altri casi, ma dovrei andarmeli a ricercare.

Comunque c'è un precedente di tutto rispetto nel Carducci che scriveva abitualmente mal'aria (Grande Dizionario della Lingua Italiana, vol. IX, pag 502, colonna centrale).

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.06.05 11:56

Legato a Vincenzo Pardini dalla stessa stima espressa da Bartolomeo Di Monaco, e ad essa richiamandomi, devo precisare di averne pubblicato una sola opera, nel 2001, intitolata "La terza scimmia". Altra precisazione riguarda Enzo Siciliano il quale, pur mostrandosi sempre attento ad ogni proposta della mia casa editrice, non ne ha mai diretto alcuna collana.
Distinti saluti
Roberto Parpaglioni
(Amministratore unico e Direttore editoriale di Quiritta)

Pubblicato da: Roberto Parpaglioni - 27.07.05 01:16

Ringrazio Parpaglioni per la precisazione. Il racconto "Segregazione" contenuto in "Rasoio di Guerra" apparve per i tipi Giunti (e non Quiritta), la cui Collana Mercurio è diretta da Enzo Siciliano.

Ho provveduto a sostituire Quiritta con Giunti nel testo.

Grazie di nuovo.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.07.05 06:52