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26.05.05

Destra / Sinistra

di giuliomozzi

Il dibattito è partito. La settimana scorsa il Corriere della sera, con un articolo di Stefano Bucci (che potete leggere integralmente presso BlogDado, e che ho commentato in Perceber), ha fatto sapere che il dibattito esisteva (mentre nessuno, in realtà, fino a quel momento, si era mai sognato di farlo esistere); et voilà, da quel momento in poi il dibattito è effettivamente esistito. Prima un secondo articolo di Stefano Bucci (col pretesto della formazione delle rose per il Premio Viareggio: vedi il commento di Leonardo Colombati) poi, ieri, un corsivo di Caterina Soffici nel Giornale e un intervento serio e pacato di Filippo La Porta nel Corriere. Il dibattito, dunque, ora effettivamente esiste. Tant'è che mi è stato chiesto di intervenire. Cosa della quale non ho nessuna voglia, perché intervenire in una discussione impostata in quel modo mi sembra del tutto inutile.
Ma tant'è: ormai la discussione c'è. E la discussione sarebbe questa: che ci sarebbero scrittori di destra e scrittori di sinistra; ciascuno, ovviamente, con la sua consorteria di critici e giornalisti pronto a sostenerlo. Nello specifico, l'Alessandro Piperno di Con le peggiori intenzioni, Mondadori, (e, in subordine, il Leonardo Colombati di Perceber, Sironi) sarebbe lo scrittore di destra, e il Tommaso Pincio di La ragazza che non era lei, Einaudi, sarebbe lo scrittore di sinistra.
In realtà questa polemicuzza inventata di sana pianta presenta un paio di aspetti curiosi. Il primo è che non prevede l'esistenza di scrittori di centro: cosa che, essendo io un democristiano genetico, sinceramente mi spiace. Il secondo è che in effetti oggi sarebbe interessante discutere, ma in tutt'altro modo, di "destra", "sinistra" e letteratura.
Provo a spiegarmi.
Per spiegarmi, devo riprendere il filo di un discorso che avevo accennato circa un anno fa nel mio diario (discorso ripreso da Tiziano Scarpa anche in Nazione indiana; ivi criticato da Sergio Nelli; e discusso da Genna in Miserabili).

Stabilire se lo scrittore Tale e/o lo scrittore Talaltro siano “di destra" o “di sinistra", mi pare un’attività del tutto inutile dal punto di vista della letteratura. Può essere interessante, invece, forse, dal punto di vista della sociologia della letteratura, domandarsi perché certi libri (preferisco parlare di libri, piuttosto che di scrittori) incontrino più facilmente il favore di certi gruppi di lettori (descrivibili sociologicamente, quindi anche nella loro appartenenza ideologica), e certi altri libri quello di altri gruppi; e si può provare, poi, magari forzando un po’ il discorso, a saltare dalla sponda della sociologia della letteratura a quello della poetica. Ci provo (semplificando a iosa).
Comincio con qualche luogo comune. Si dice, e ha tutta l’aria di essere una descrizione accettabile, che la letteratura statunitense è una letteratura con una forte propensione alla grande narrazione nazionale e alla creazione di miti: per dirla in una formula, è una letteratura epica e mitopoietica. Basta pensare a libri pur diversissimi tra loro come l’Antologia di Spoon River di Lee Masters, Furore di Steinbeck, Manhattan Transfer di Dos Passos, Paterson di William Carlos Williams e così via fino ai più recenti Mason & Dixon di Pynchon o Infinite Jest di Foster Wallace.
La letteratura italiana è invece descritta per lo più come una letteratura che si dedica volentieri alla frantumazione di ogni epica e allo smantellamento di ogni mito. Lo scrittore italiano dice una “verità", si dice, proprio quando smaschera il mito (il mito nazionale, ad esempio; o il mito della “sanità della borghesia", o il mito del “boom economico", eccetera) e mina alla base (annullandola minimalisticamente o surclassandola gaddianamente) la retorica epica. E’ una letteratura, quella italiana, potremmo dire, antiepica e mitoclastica.
Ciò non toglie che i lettori (e gli scrittori) italiani siano spesso affascinati dalla letteratura statunitense. Non parlo, sia chiaro, della letteratura d’intrattenimento; parlo della letteratura “seria". Domanda: si può forse interpretare (questa è l’ipotesi di sociologia della letteratura) il successo italiano (in termini di vendite, ma anche – talvolta soprattutto – di costituzione in modelli da imitare) di opere statunitensi epiche e mitopoietiche proprio come il sintomo, avvertito tanto dai lettori quanto dagli scrittori, di un bisogno di epica e di mito, che la letteratura italiana ha qualche difficoltà a soddisfare?
Ora: l’antiepicità e la mitoclastia della letteratura italiana sono spesso criticate, tanto da “destra" quanto da “sinistra". Un giornale di “sinistra" potrà parlare – elenco dei cliché – di “letteratura che si guarda l’ombelico"; un giornale di “destra" potrà parlare di letteratura “smidollata", “esistenzialistica" o “lamentosa". Questi discorsi (ricorrenti nelle pagine culturali dei giornali) mettono in luce, al di là delle rispettive retoriche e dei rispettivi cliché, un dato di fatto: che in Italia si produce una abbondante letteratura antiepica e mitoclastica, mentre i lettori sembrano manifestare, attraverso le loro scelte d’acquisto, un bisogno di letteratura epica e mitopoietica.
Ma in questo momento – in questo preciso momento - una certa “retorica della vitalità" è assai di moda nel campo della “destra". Non dovrebbe stupire perciò che i soggetti culturali “di destra" (giornali, riviste ecc.) cerchino di tirare la giacca a quegli autori che nelle loro opere tentino con un qualche successo la costruzione di un’epica e di un mito: esemplare, da questo punto di vista, la valorizzazione “da destra" di tutta quella parte dell’opera di Pasolini che tradizionalmente imbarazza la “sinistra".
A questo punto provo, come promesso, a forzare il discorso (cioè a passare dalla sociologia alla poetica) e dico: non è che, forse, il tempo dell’antiepica e della mitoclastia (il tempo degli “inetti" di Svevo, dei borghesi inutili di Moravia…) è davvero finito? Non è che, forse, l’antiepicità e la mitoclastia della letteratura italiana non producono ormai altro che un avvitamento? Non è che, forse, antiepicità e mitoclastia sono a loro volta diventate un mito (castrante)? Non è che, forse, il bisogno di “vitalità" che si manifesta a “destra" è un sintomo che vale la pena di prendere in considerazione?
Infine: non è che, forse, potremmo provare a riprenderci ciò che ci appartiene da secoli, e cioè quella capacità di narrare e narrare e narrare che in questi decenni gli statunitensi ci stanno insegnando, ma che gli statunitensi a loro volta hanno appresa – immagino – da Cervantes, Rabelais, Ariosto e compagnia bella? In fondo, il libro-totem oggetto – in Italia, in questi anni - di infiniti tentativi di imitazione, ossia L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, cos’altro è se non una sfacciata imitazione dell’Orlando furioso?

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.05.05 08:28

Interventi

Se abbia senso che il romanzo del 2005 sia anche epico, lo domandava senza retorica Lidia De Federicis ospitando recensioni a libri come quello di don Luisito Bianchi e, per altro verso, di Umberto Casadei. La risposta è: pare che sì.
Che poi la letteratura americana sia mitopoietica di default, è chiaramente una barzelletta, una roba da pagine culturali di quotidiano nazionale. Chiunque l'abbia frequentata un po', sa che non è così - e che l'ultimo vero mito moderno è Peter Pan, a quanto pare non era troppo americano (e quello prima è Faust, che di americano non ha manco i film che se ne sono tratti)

Pubblicato da: giovanni - 26.05.05 13:09

Estate che si avvicina, polemica da ombrellone.

Pubblicato da: Filter - 26.05.05 14:30

Grandissimo Filter. Grazie di esistere, di esser-ci.

Pubblicato da: giovanni - 26.05.05 14:36

Intanto, Giulio, ben tornato.

La divisione in sinistra, destra, centro e, come ho già scritto da qualche parte, mezz'ala e centravanti, quando si parla di arte, è una grande sciocchezza. Una corbelleria per creare zizzania e, nel caso dei giornali, vendere qualche copia in più.

Soprattutto col passare del tempo, e dei secoli addirittura, importa poco al lettore, sapere se Giulio Cesare, Platone, Euripide, Dante, Boccaccio, Shakespeare, Cervantes, Ariosto, Tasso, Steinbeck, Dos Passos, Bacchelli, Verga, Manzoni, erano di sinistra, di destra, e così via. Anche perché queste definizioni sono mutevoli, anzi mutevolissime.

Tali codificazioni sono proprie di una speciale razza di cretini, che si è venuta sviluppando nel nostro Novecento e che sopravvive per sottolineare l'impoverimento culturare, che va di pari passo con quello economico.

Restano le opere, e le opere parlano da sole, al di là e meglio del loro autore.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.05.05 15:08

Se Giulio Cesare, Platone, Euripide etc. fossero di sinistra, di destra, e così via. Le definizioni sono mutevolissime, la consecutio, piacendo al cielo, è grosso modo consolidata.

Pubblicato da: p. devoto - 26.05.05 20:40

Commosso. Esser-ci non me l'aveva ancora detto nessuno.

Filter

Pubblicato da: Filter - 26.05.05 21:34

x p.devoto.

Penso che Giacomo Devoto avrebbe, acuto e intelligenete com'era, lasciato le cose come stanno.

Vorrei che tu non mi insegnassi, può succedere che nella fretta di scrivere una possa anche sbagliare, ma in questo caso l'uso dell'indicativo - anche se, quando scorra bene, preferisco il congiuntivo - è ormai invalso nell'uso moderno, mutuando dal linguaggio popolare (pensa ai romani e ad Ammaniti), oltre che dall'inglese. Il resto che comincia con Anche, lascialo stare, che va benissimo così.

Non vorrei cominciare una discussione che non ha proprio senso, e, essendo io toscano, sarà meglio che mi lasci stare.

Con un sorriso.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.05.05 21:53

ho letto la rosa 2005 del Viareggio: due sole donne in tutta la lista...Giulio, le donne scrivono così male? (tralascio i modi in cui son fatte le rose, non mi interessa, ma qualche nome femminile in più si può avere? c'è?)

Pubblicato da: etty - 27.05.05 00:46

No, il punto è che le giurie sono androcentriche. In media, e naturalmente esclusi i presenti, non si accorgerebbero di una Edith Stein manco presentasse di persona un suo lavoro; o di una Compiuta Donzella, per questo.

Pubblicato da: p. devoto - 27.05.05 05:55


Non c'era bisogno, giovanni, che tu cambiassi nick.

Forse per quanto ha scritto L'irriverente qualche giorno fa?

Sbagliava di grosso, e dunque?

Torna ad essere giovanni, e lascia stare p. devoto (non Giacomo, di cui conservo molti articoli di terza pagina, che scriveva così esemplarmente) che, per quanto mi riguarda, con quell'osservazione fuori posto, mi è diventato già antipatico:-)

Devo confessarti che da te non me l'aspettavo, che pure conosci la nostra bella lingua, e soprattutto i nostri autori.

Ieri ero tentato di sommergere p.devoto di esempi a mia giustificazione, ma tu, giovanni, li conosci già.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.05.05 06:46

Bart, ma tu non riesci proprio a postare i tuoi articoli sui lucchesi usando l'editor che Giulio mise a disposizione, non so più nemmeno quanto tempo fa, di chiunque volesse collaborare a Vibrisse? Questi commenti fra il risentito e lo spocchioso non ti rendono giustizia - le tue recensioni sì, e questo è appunto un blog di letture. Li aspetto, così la si pianta anche di tediare il prossimo con querelle da bisbetiche indomate.

Pubblicato da: giovanni - 27.05.05 07:34

Di questo editor, giovanni, non (ne) so nulla, mi devi credere.

Forse è da qui che è nato il piccolo malinteso tra noi.

Tu pensavi che io chiacchierassi tanto, e poi non facessi nulla di concreto. O mio Dio! Non sono fatto così, e avresti dovuto capire che se non postavo, era perché non potevo farlo, e che c'era qualcosa che non andava.

Mi dispiace di questo malinteso.

Aspettiamo, allora, qui, qualche nota di Giulio.

Spero che i nostri rapporti non siano stati compromessi da queste stupidaggini. La mia stima è immutata.

Se non risponderò subito, il motivo sta nel fatto che appena finito di battere sulla tastiera devo partire e tornerò questa sera.

A presto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.05.05 07:53

Direi che oggi come oggi è arrivato il momento di unire gli "inetti" della letteratura novecentesca (Svevo, Borgese, Tozzi, Moravia, Pavese ecc. ecc.) con l'epica e il mito.
La poetica che vedo attraverso i miei occhi è questa.
Che poi sia di sinistra, di centro o di destra non so che senso abbia.
Per me è anarchica.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 27.05.05 09:09

In che senso Moravia e Pavese sarebbero degli inetti? Sembrano a me i più vitali e vitalisti fra gli autori di quella generazione (Moravia, incredibile a pensarci, è più vecchio di un anno)? Mi pare comunque un punto di vista assai interessante, anche se si dura fatica a collocare Moravia e Pavese in mezzo agli anarchici di cui, nell'Italia del Novecento, altri sono i prìncipi: Arpino, per esempio, che è primus non inter pares.

Pubblicato da: giovanni - 27.05.05 10:09

Volendo prendere sul serio l'ombrellonistica polemica, a me questa storia del Piperno dandy e destrorso non è che vada poi tanto giù. Il personaggio (del romanzo) mi pare più patetico che eroico.

Vabbè. Su Nuovi Argomenti (ultimo? penultimo?) c'era un bel resoconto di un dibattito attorno a Riso Amaro tutto tra gli intellettuali di sinistra, concluso con qualche lettera di Togliatti a Trombadori.

Pubblicato da: Vincenzo - 27.05.05 10:42

Spero tu non rimpianga i dibattiti fra Togliatti e Trombadori, pur essendo di caratura un po' più alta di quelle fra Ciccio Rutelli e Romano Prodi (non mi viene in mente nessun politico di sinistra in polemica con intellettuali).
In quanto al Piperno, ma certo che è patetico - nel senso del melodramma, di cui la letteratura italiana, quasi nessuno incluso, è pregna (quelli che ne fanno a meno, hanno lavorato per sottràrvisi, e quindi l'hanno conosciuta: Savinio, Calvino, Ottieri, Volponi)

Pubblicato da: giovanni - 27.05.05 11:54

Giovanni, intendevo inetti i loro personaggi, non gli scrittori (anche se, sul vecchio Cesare, mettendoci dentro Il mestiere di vivere...)
I personaggi degli Indifferenti, ad esempio, o quelli di Una bella estate, così come il Rubè di Borgese o l'Emilio Brentani di Svevo.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 27.05.05 13:29

Ciao Giulio. Ho provato ad articolare una risposta dalle mie parti.

Pubblicato da: ezio - 27.05.05 13:53

un po' di banalità di appassionato lettore.

Andrebbe forse considerata la dimensione storica. Gli USA sono luogo - geografico, culturale - giovane. Italia/Europa no. In particolare l'Europa latina. I nostri miti esistono, sono lì da molto. Valori letterari condivisi che hanno fatto da fondamento culturale. Il romanzo europeo nasce nel Cinquecento, più o meno. E prima i grandi poemi epici greci e latini, Dante.
Destra/sinistra, è una distinzione ancora importante, seppur non più classista, non più marxista. E' attenzione a eventi, soggetti, oggetti, a rapporto con i poteri.
non a caso l'unica vera letteratura mitopoietica che si ha in Italia parli di eretici e di poteri. mi riferisco ai Wu Ming (non tutti), a Evangelisti, anche a De Cataldo e alla banda della magliana. ma anche l'involuto Futbol bailado di Carlini.
Letteratura che prende in considerazione il dominio e le sue forme.
Chi mette in discussione e analizza il potere, e chi no. Questa la divisione tra sinistra e destra.

C'e' probabilmente un ritorno di letteratura mitopoietica in Italia forse perche' si ha la sensazione che un nuovo potere si è instaurato nell'ultimo secolo. Questo potere genera opposizione, e miti fondativi.

Pubblicato da: ricambi originali - 28.05.05 12:08

Giovanni: non rimpiango quei dibattiti, ma c'era, tra quegli intellettuali, una specie di gara tra chi fosse più a sinistra, ed appunto un politico che quantomeno li leggeva. Che fosse meglio o peggio così, non lo so, sicuramente era una situazione diversa.
Per quel che riguarda Piperno, la retorica della vitalità citata da Mozzi, secondo me non c'è, o meglio, c'è solo all'inizio nel personaggio di Bepy, e poi naufraga in epigoni il cui unico pregio sono i soldi. Io ho letto di una borghesia superficiale, allo sfascio, a tratti paninara. Forse avrò occhi di sinistra?
Aggiungo un'altra questione: la necessità di ritirare fuori divisioni del genere nasce, forse, dal fatto che la nicchia di destra pare libera, visto che da anni si parla di egemonia culturale della sinistra. E allora incartiamo un po' di libri in azzurro o nero, e vedrai che quei poveri lettori di destra tanto trascurati dai nostri editori finalmente avranno qualcosa da leggere. E per i lettori di centro, basta Famiglia Cristiana ;-)

Pubblicato da: Vincenzo - 29.05.05 10:05

Gentile Vincenzo, anche quest'ultima polemichetta (questo flame, perché bisogna assolutamente essere moderni) ricorda che l'Italia è il paese dell'Opera. Chi si confronta? Lo scrittore tenore contro quell'altro baritono, perché il baritono lo fa cornuto. In mezzo c'è lo scrittore che canta da soprano, ed è per necessità drammaturgica la puttana. Isso, issa e 'o malamente - quindi nemmeno l'Opera, ma la sceneggiata.
Sento nostalgia di Tommaso Stigliani e delle sue parodie sull'opera del cavalier Giovan Battista Marino, più che altro.

Pubblicato da: giovanni - 29.05.05 12:20

confesso di non essere riuscito ad arrivare nemmeno alla metà del post di mozzi su destra & sinistra: però lui ha detto che dal punto di vista della letteratura, cioè se ho capito bene dell'ARTE, è una divaricazione che non esiste.
che semmai esiste come problema "sociologico" cioè riguarderebbe esclusivamente i lettori e le loro preferenze.poi un testo fitto dove in grassetto spiccavano termini come epico, eccetera.
boh.
mi domando che cultura politica hai e dove te la sei fatta, mozzi.
poi vedo che tu stesso ammetti di essere un democristiano e questo sì che è veramente interessante.
i commenti al tuo pezzo sono invece cosette tra amici, lazzi da spogliatio, da combriccola.
non chiariscono un cazzo, non gliene potrebbe fregare di meno di quello che posti.

Pubblicato da: tashtego - 29.05.05 14:09

In apparenza, non gliene potrebbe fregare di meno neppure di quello che posti tu, Tashtego. Mal comune, mezzo gaudio, piove sempre sul bagnato, sed alea iacta est.

Pubblicato da: giovanni - 29.05.05 19:29

Giovanni, per flame si intende, più che la polemichetta, lo scambio di insulti, e ne siamo ben distanti (per quel che mi riguarda). Se ho capito bene il tuo penultimo commento, non siamo nemmeno alla polemichetta: la parte dello scrittore è necessità drammaturgica, non fondata su intenzioni o contenuti del testo (che è quello che ho cercato di dire articolandolo su uno dei libri citati da Mozzi).

Pubblicato da: Vincenzo - 31.05.05 13:52

Vincenzo, hai capito bene. Quando i meglio intellettuali d'Europa si misero in testa di fondare una rivista sovranazionale, che si sarebbe chiamata Gulliver, non approdarono a niente, ma lasciarono carte preparatorie che sono un tesoro d'intelligenza e cultura (sono in parte ripubblicate in un volume di Riga, la rivista di Grazioli e Belpoliti per Marcos y Marcos). Cosa resterà di NI? E cosa resterà dei blog, dei newsgroup, di tutto questo?
Il mio penultimo post era mutuato da una celebre esortazione del Contini: italiani, io vi esorto alla filologia (o alla teologia, o alla logica deontica, o a qualsiasi cosa che non sia il melodramma, tanto caro a queste lande).

Pubblicato da: giovanni - 31.05.05 17:44