« Il regalo di Natale più bello che uno scrittore esordiente possa desiderare | Main | Televisione / Le dritte di Aldo Busi »
17.02.05
Il più grande scrittore italiano
di Giovanni Choukhadarian
Non è Alessandro Piperno. Egli ha appena pubblicato Con le peggiori intenzioni, nella collana di narrativa italiana diretta da Antonio Franchini. L’ottimo Antonio D’Orrico sulle pagine del settimanale del Corriere, ha dichiarato che quel libro avrebbe voluto scriverlo lui; e l’ottimo Giuseppe Genna, sul suo blog I Miserabili, ha scritto a gennaio che è una straordinaria esperienza letteraria.
Né il testo di D’Orrico né quello di Genna sono, in senso stretto, recensioni. Questa è una nota in calce, un appunto, una mezza idea.
Proust ammetteva che Sainte-Beuve scriveva a volte con un éclat incomparable. Tutto il libro di Piperno, che è lungo 304 pagine, ha il tono dell’éclat incomparable. Siccome è per larga parte occupato da gruppi di alto-borghesi in uno o più interni, per lui è appunto stato messo in campo il nome di Proust. A questo riguardo, viene utile un’intuizione di Genna: Piperno muove posture, si mette in postura. Come dirlo altrimenti? Magari suggerendo che Alessandro Piperno ha pubblicato una notevole scenografia, una mise en scène intertestuale da concorso a cattedra, forse un po’ sovrabbondante in aggettivi ma di lettura scorrevole. Come Sainte-Beuve, che non è il suo maestro però di certo rientra fra le sue mille e mille letture, l’uomo possiede una cultura spaventosa. Più avanti, ma non c’è fretta, scriverà un bel romanzo, con una bella storia, qualche dialogo e magari usando gamme che non siano soltanto quelle del controtenore.
Pubblicato da , il giorno e l'ora: 17.02.05 19:35
Interventi
Il romanzo di Alessandro Piperno può scandalizzare (o peggio, non piacere) a chi vieta ad uno scrittore esordiente di provare a cambiare il codice interpretativo degli ultimi quarant’anni di storia di questo Paese. È un “discorso di verità” – e lo vedo così pieno d’innocenza! Piperno ha disseppellito l’Italia dalle macerie delle cattive coscienze. “Con le peggiori intenzioni” può sembrare iconoclasta solo a chi continua a recitare come un mantra la grande bugia omologazionista che obnubila, qui da noi, anche (e soprattutto) i cervelli più fini; a chi pensa che l’Italia sia stata mirabilmente raccontata dai Gettoni dell’Einaudi, dai romanzi di fabbrica, da Rigoni Stern; a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste, della Due Cavalli e dei film di Bertolucci.
Per me è un romanzo magnifico. E più che mai necessario.
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 17.02.05 19:59
Non mi pare che il romanzo del Piperno sia innocente: è un gioco letterario di grande raffinatezza. Mi sembra soltanto che ci siano tante parole, per lo più ben disposte, e non abbastanza fatti. Ci trovo insomma un difetto di fiction. E' una lettura da fare, non mi pare magnifica né altro.
Ignoro chi possa trovare scandalosi i personaggi raccontati. Per trovare l'Italia, comunque, sono molto utili anche i rapporti dell'Istat. A me ne arrivano in mail box un 3-4 al mese. Forse la letteratura può venir bene per altro.
Pubblicato da: giovanni - 18.02.05 08:56
Giovanni, capisco quello che vuoi dire a proposito del "difetto di fiction" del libro di Alessandro. Pochi dialoghi, tre-quattro scene attorno alle quali si raggruma un denso strato di parole. Però, come mai, chiuso il libro, ho avuto l'illusione che il narratore mi abbia raccontato tutto per filo e per segno? Secondo me, Piperno ha fatto un bel gioco di prestigio.
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 18.02.05 10:34
Gentile Leonardo, mi sa che pensiamo cose simili, ma le diciamo con parole diverse. Tu chiami gioco di prestigio quello che per me è scenografia. Ma Pier Luigi Pizzi, scenografo strepitoso, non è quasi un prestigiatore? Difetta di fiction quasi tutta la migliore narrativa del Novecento: e non è un problema. In Piperno, mi ha solo annoiato il punto di vista scelto e le cose nuove che fa vedere mi interessano poco. Ho qualche dubbio anche sulla lingua, ma nessuno leggerebbe un eventuale saggio sull'iterazione di sostantivo e aggettivo combinati nel romanzo d'esordio di Alessandro Piperno, per cui mi tengo i dubbi per me.
Dopo di che, sostengono Starobinski e Lidia De Federicis che la sola scelta di parlare di un libro indica una predilezione. Ho prediletto "Con le peggiori intenzioni", ma speravo mi piacesse di più. E adesso aspetto Perceber, che ho letto con altro titolo tempo fa, come sai.
Pubblicato da: giovanni - 18.02.05 14:57
Giovanni, attendo con cristiana rassegnazione le tue scudisciate.
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 18.02.05 15:49
Ma perché dovrei scudisciarti? Non scudiscio nessuno, Giulio lo sa molto bene, e anzi tendo a lodare i coraggiosi (Casadei, Alberto e Umberto, Luisito Bianchi, Gianni Cascone etc.). Piuttosto, ti andrebbe mica di spedirmi in anteprima la tua stroncatura melanconica dell'ultimo Roth? Che a me pare molto migliore di The dying animal ma certo non a livello della sua produzione migliore (la mia e-mail è quella con cui posto su Vibrisse).
La risposta di Piperno a Genna, sugli ultimi Miserabili, è notevole. Non escludo di rileggere il suo libro e non mi precludo la facoltà di cambiare idea sulle sue Peggiori intenzioni.
Pubblicato da: giovanni - 18.02.05 19:31
E' pompatissimo e osannatissmo.
Noiosissimo.
A Proust non lecca neppure il culo.
Pubblicato da: fabio - 22.02.05 23:46
Mondadori lo candiderà al premio Strega di quest'anno e voglio vedere se non lo vince (c'è però il precedente di Riccarelli, incredibile vincitore nel 2004). Che non sia paragonabile a Proust non è un difetto soltanto suo. Perché nessuno ha ancora scritto che il suo libro va piuttosto avvicinato a Volupté di Sainte-Beuve? Tanto per dirne uno delle migliaia che lui ha letto e studiato, voglio dire.
Pubblicato da: giovanni - 23.02.05 14:43
perché l'avete letto tu e Piperno. Perché, anche se l'avesse letto qualcun altro, non gli farebbe gioco citare Sainte-Beuve o vari altri francesi meno chic di massa (persino Balzac lo è: mediaticamente intendo) che c'entrano come Proust.
Banalità: mi pare giusto e naturale che uno scrittore abbia dei modelli alti, anche se poi non li raggiunge.
P.s.
giovanni, il tuo meraviglioso e tremendo cognome armeno si legge "sciucharandian"? (se non è armeno faccio la figura del secolo....)
Pubblicato da: helena janeczek - 23.02.05 15:02
Gentilissima Helena, il mio cognome si pronuncia in un modo persin più complicato. L'importante è l'accento sulla a del patronimico finale: il resto sono finezze da cui prescindo a volte persino io.
Ho sentito per tivù che il modello di Piperno sarebbe Proust: vaste programme. Poi ho sentito che detesta Pennac, e questa mi è parsa una gaglioffaggine inutile: se leggi Proust, difficile che ami Pennac. Di sicuro, gli fa gioco emanare sentenze e irrogare pene letterarie a uso tivù e giornaletti compiacenti. E' giovane, gli si concede tutto, no?
p.s.: anche il tuo cognome è magnifico e io sono in effetti armeno.
Pubblicato da: giovanni - 23.02.05 18:45
No, non credo che gli faccia gioco. Ovvero: da come l'ho visto io l'altra sera,credo che ne sia più giocato. Non che gli altri (Ferrara, Armeni, persino d'Orrico, almeno lì in tv)fossero lucidamente determinati - Dr.Frankenstein & crew- a creare un personaggio ben preciso, ma il risultato è stato quello. Piperno poteva essere più furbo, nei fatti più "sfumato" nel rispondere a domande come quella su Pennac (ma anche sull'America, la Francia, Proust ecc) D'Orrico, sebbene rimanesse un po' opaco aveva comunque suggerito con l'articolo a cui ci si riferiva l'impostazione della serata.
E vabbé. Si potrebbe anche continuare per un po' a commentare e analizzare, ma non credo sia questa la cosa più utile.
Utile è invece (per tutti, autore compreso) aderire al libro senza lasciarsi trascinare nei più elementari meccanismi reattivi (capolavoro unico- macché: libro fra tanti, per giunta immaturo...)
Non dico a te: tu anzi citando Sainte-Beuve, ma anche parlando di lingua, di messa in scena ecc. contribuisci a rendere sto romanzo meno oggetto fantasma (quando d'Orrico, un po' come Totò col punto e virgola, alla fine ci mette pure Tolstoj...) Chi legge lo scambio fra te e Colombati riesce a farsi un'idea...
Visto che non vale stare zitti a questo punto, ti dico pure che a me è sembrato un ottimo esordio. Ovvero un libro non privo di debolezze e difetti(non condivido, però, la tua critica sul difetto di fiction), ma con un'idea di letteratura che gli è connaturata e non pare velleitaria (credo che sia qualcosa del genere che Colombati intende con "innocenza"). Insomma: l'autore c'è, che si vuole di più.
Cognomi:è confortante sapere che qualcuno si trova nella tua stessa situazione ogni volta che qualcuno deve dire "oggi abbiamo qui con noi...scusi,(PANICO) ma lei COME SI CHIAMA?...dicevo abbiamo qui con noi.." Be' nel mio caso viene fuori un abbastanza tranquillo "Elena Ianecech". E, mannaggia, ieri avevo perso la certezza sulle tue origini armene perché non riuscivo più a ricordare le altre tipologie di cognomi caucasici che conoscevo, ovvero quelle georgiane (ma non solo) in -adze o -ili. (Questo è un po' spandere ...? Perdonatemi, per stavolta, vi prego)
Pubblicato da: helena - 24.02.05 02:45
Sempre più gentile Helena, intanto mi inquieta che tu abbia spedito il post alle 2:45am.
Quello che tu dici sulla centralità del libro sarebbe vero, se non paresse a me che il Piperno, o quello che si muove attorno a lui, annette almeno altrettanta importanza a quello che Lidia De Federicis chiama extratesto e, definendo pratiche simili ma non identiche, Genette chiama epitesto. Oggi, per esempio, il Magazine del Corriere ha un boxetto ben in vista (anche se entro pagina di sinistra) con Piperno che stronca i 50enni. Ce n'era bisogno? E c'era bisogno della sua tirata in tivù avverso il pauperismo (sic) della nuova narrativa italiana? A me 'ste cose pare di averle già viste in film di Nanni Moretti vecchi di tipo 15-20 anni.
Ma bisognerà tornare a ragionare sul libro, perché pare si venda parecchio e son contento per Piperno e il suo editore Franchini.
Cognomi: il tuo non è così tranquillo. Dove cade l'accento tonico? Siccome l'ipercorrettismo è diffuso in qual tu voglia fascia di reddito o culturale, immagino lo si ascolti pronunciato spesso Iànecech - che magari è giusto, ma direi di no, a occhio.
Pubblicato da: giovanni - 24.02.05 12:09
gentilissimo Giovanni,
ti ringrazio delle inquietudini:avevo un risveglio causato da un'orrenda sinusite, nonostante mi corichi presto la sera (ah, c'est facile!).
Non ho comprato il giornale (cause:vedi sopra), ma è vero che si vede già scritta tutta la sceneggiata con ciascun attore, anche i più periferici (e quindi anche noi nel nostro condominio virtuale e culturale)perfettamente nella parte. Sarà anche a causa della mia salute ammaccata, ma preferisco non occuparmene più.
Suppongo che il "pauperismo" citato da Piperno abbia qualcosa in comune con le allusioni a tinelli puzzolenti di sugo, velluti a coste e Gettoni fatte qualche post sopra da Colombati. Detto così sembra un po' un minestrone (puzza di minestrone per le scale, c'est très lombard), anche sul piano storico. Ma un post è un enunciato breve e credo che Colombati (e Piperno) invece abbiano un'idea della letteratura italiana passata e presente che valga la pena ascoltare.
Se volesse lui stesso, con tutta calma, esporcela?
Pubblicato da: helena - 24.02.05 16:25
Dimenticavo: quando i miei si sono spostati dalla Polonia in Germania, l'accento si è spostato con loro dalla seconda alla prima sillaba sia del cognome, sia - più tardi - del mio nome. Quando io invece sono venuta in Italia, gli accenti sono rimasti dov'erano, mentre se ne involata la H aspirata.
Ho appena visto il tuo post sopra e mi pare, davvero, la risposta più sensata e seria.
Pubblicato da: helena - 24.02.05 16:33
Posso chiederti, Giovanni (e lo domando anche ad Helena, e a tutti quelli che vogliono rispondere) quali sono i migliori cinque romanzi italiani degli ultimi vent'anni? Facciamo venticinque: dal 1980 a oggi. Io mi prendo ancora un po' di tempo per rispondere a me stesso, perchè non è facile - anche se so che la risposta potrebbe illuminarmi sul perchè io abbia dato della letteratura italiana recente un giudizio così severo.
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 24.02.05 16:57
5 romanzi in 25 anni non sono pochi, Leonardo. A memoria, direi "Le mosche del capitale" di Volponi, "Una pietra sopra" di Calvino (ma questa è già una scorrettezza, perché sarà difficile dimostrare che è un romanzo), "Uno in meno" di Giulio Del Tredici, "Sillabario nr. 2" di Parise (con molte riserve) e direi le "6 bagatelle - omaggio a Scarlatti" di Bruno Bettinelli, che è uno fra i maggiori compositori del Novecento italiano, non ha scritto romanzi, ma per me è come l'avesse fatto.
C'è stato molto da fare, lettura di romanzi a parte, negli ultimi 25 anni.
Pubblicato da: giovanni - 24.02.05 20:53
Per Helena: che cosa sarebbe giusto nel mio post sopra e quale sarebbe il mio post sopra? Come Dany Sonnino, amo la forma interrogativa (meno gli avverbi e soprattutto i suoi aggettivi a pioggia, a nastro, a manetta, a briglia sciolta).
Credo che Leonardo abbia dubbi, come ogni persona sensata, a cominciare dal Papa. La narrativa italiana non sta tutta nei Gettoni Einaudi e intanto, chi lo sa, magari in capo a 30 anni si parlerà dei libri pubblicati da Giulio in Indicativo presente come dei Gettoni di fine millennio.
Nel 1805, nessun canone letterario italiano avrebbe lasciato fuori Gasparo Gozzi e naturalmente in pochi avrebbero considerato degno d'attenzione il Carlo Goldoni.
Pubblicato da: giovanni - 24.02.05 21:13
Scusate, temo che la sinusite oggi mi occluda anche il cervello.
Per Giovanni: a me pare giusto ragionare sui libri e sulle domande che questi pongono come, per esempio, il rapporto fra bellezza e morale di cui parla il tuo post odierno.
Sono pienamente d'accordo sull'importanza di "Indicativo presente".
Per Leonardo: ora che è chiaro il periodo a cui ti riferisci, diventa assai più facile capirsi. Faccio volentieri il gioco, ma con calma e più come esercizio mentale (credo che tu lo intenda un po' così)per mettere meglio a fuoco il periodo. Ma la questione di cosa sia successo in tutti quegli anni all'interno della letteratura italiana (ed anche europea, sicuramente "continentale") è assai più vasta e complicata. Ne riparliamo molto volentieri un altra volta.
p.s. Ieri (che ero molto, ma molto meno rincoglionita di oggi, preciso) ho letto il tuo saggio su Nuovi Argomenti. Mi è parso molto bello e, per la prima volta mi ha fatto notare una cosa curiosa: "Roth" in tedesco significa "rosso", mentre "Belo" é "bianco" in russo e rimanda quasi certamente alla traduzione in russo di un originario "Weiss".
Pubblicato da: helena - 24.02.05 21:59
Gentile Helena, Indicativo presente è una collana che si distingue. Lo stesso si è potuto dire, nei 25 anni proposti da Leonardo, per poche iniziative del genere: nel senso che in realtà a me viene in mente solo Stile Libero, su cui però non riesco a pronunciarmi (è una casa editrice, poi, non una collana).
L'hai poi iniziato il Piperno? Trovo che la seconda lettura sia più soddisfacente della prima, pur confermando i limiti che avevo indicato nel primo post - che, si parva licet, voleva essere un po' piperniano.
Pubblicato da: giovanni - 25.02.05 08:05
Per Leonardo: fra i 5 migliori romanzi italiani 1980-2005, tolgo i saggi di Calvino, che continuo a rileggere, e metto magari La tempesta di Emilio Tadini. Così la cinquina è un po' meno scorretta, insomma.
Pubblicato da: giovanni - 25.02.05 14:38
La mia lista è questa: Paolo Volponi "Le mosche del capitale", Pier Paolo Pasolini "Petrolio", Aldo Busi "Seminario sulla Gioventù", Ferruccio Parazzoli "La camera alta", Sergio Atzeni "Passavamo sulla terra leggeri".
"Seminario" è uscito nel '84 e "Petrolio" è ovviamente stato scritto nel 1975, ma credo che la sua uscita postuma nel 92 rappresenti una scossa importantissima per gli anni novanta. I primi tre nomi, insomma, li ho fatti non perché rappresentano modelli miei, ma perché credo che siano "obiettivamente" fra i migliori.
Atzeni, invece, è uno scrittore che ho amato come pochi della sua generazione e la cui fine tragica e precoce mi duole ancora. Di Ferruccio Parazzoli in realtà ci sarebbe da segnalare tutta l'ultima produzione che dimostra una voglia di rimettersi sempre alla ricerca di nuovi modi per narrare davvero sorprendenti per uno scrittore italiano affermato e nato nel 35.
Parazzoli, insomma, l'ho citato perché credo che sia uno dei pochi scrittori navigati che possa dare qualcosa a quelli dell'età mia e di Leonardo (anche se sono più vecchia).
Detto questo, rimane fuori la cosa più importante. Anch'io vedo un ristagno della letteratura italiana il cui periodo più critico è il decennio fra il '85 e il '95. Quando in America escono i capolavori di Roth, DeLillo e Pynchon che non a caso diventano modelli di riferimento anche per i giovani scrittori italiani (me compresa: per favore, rimandiamo la vexata quaestio dello "scrittore italiano").
La narrativa italiana ha avuto una stagione straordinaria nel dopoguerra e allora non è poi così terribile che segua un periodo di vacche magre.
Ma da un po' di anni, soprattutto intorno al "turn of the century" le cose sono un po' cambiate. La letteratura americana si è un tantino indebolita, mentre quella italiana ha ripreso una vitalità che aveva persa.
Continuo a leggere molti eccellenti libri italiani, a vedere crescere molti scrittori che hanno un loro percorso, una loro visione estetica (o anche politica, etica ecc.) forte e generosa,una loro voce. Io vedo una letteratura "alive and kicking", e del fatto che non abbia ancora generato capolavori immortali (forse per miopia non li vedo), be', davvero mi importa assai poco.
Su Piperno rispondo sopra, Giovanni, così distribuiamo un po'.
Pubblicato da: helena - 27.02.05 16:22
Accetto la distribuzione, meno che una ragazza dichiari in pubbico la sua età. Io sono sempre giovane, ha scritto di recente l'adorabile 90enne Biagia Marniti.
Ho dimenticato Parazzoli, di cui mi hanno molto colpito gli ultimi libri (gli ultimi due soprattutto). Quello che tu citi è bellissimo.
Il Busi che preferisco è il reporter di costume: diciamo "Altri abusi". Di romanzi, direi "Sodomie in corpo 11".
E' normale che ci siano annate migliori e annate così così, nelle letterature come nei vini come nei campionati dell'NBA. Aspetto ancora l'erede di Larry Bird, e non per questo smetto di guardare il basket in tivù. Allo stesso modo, non vedo nuovi Volponi alle porte, ma di roba buona e italiana ce n'è molta; e anche americana e francese, a Piperno piacendo o no.
Pubblicato da: giovanni - 27.02.05 19:27
Certo che c'è moltissima roba buona americana. Ma ho la sensazione che i più famosi, osannati fra i nuovi scrittori (da Franzen a Foster Wallace) non abbiano lo stesso peso dei Roth, DeLillo ecc. Questo non perché loro non siano bravi,(certi, a dire il vero, sembrano sì un po' "gonfiati", mentre altri, tavolta anche meno noti, sono davvero notevoli), ma perché la generazione dei padri ha fatto la grande letteratura e questo non solo secondo canoni fissi e manuali, ma la percezione di chi legge e scrive in ogni parte del mondo.
I grandi romanzi ottocenteschi sono soprattutto francesi, russi e inglesi, mentre il romaticismo ha dato il meglio in lingua inglese e tedesca? E' andata così, non significa che negli altri paesi non ci fosse niente (un Leopardi da solo può bastare).
Francesi? Dimmi tu chi ti piace, perché a me vengono in mente solo dei pregevoli algerini (Yasmina Khadra e Yassir Benmiloud), Jean Rouad che qui purtroppo non s'è filato mai nessuno, e il solito Huoellebecq. (Non si scrive così, ma come diavolo...!)
Io che seguo la letteratura tedesca so molto bene che lì c'è assai più roba interessante di quel 0,0001 che viene tradotta.
Sarebbe anche ora di aprire gli occhi sul resto del mondo, magari cominciando coi paesi confinanti.
Pubblicato da: helena - 27.02.05 20:53
Ottima Helena, in Francia pubblicano almeno, e oltre quelli che hai citato, Ravalec, Quignard e anche lo pseudoSnail di "Alì il magnifico": tre maniere diverse di intendere la narrazione ai giorni nostri. Seguo poco, cioè niente, la Germania, e anche meno la Spagna, da cui è arrivato intanto un romanziere poderoso come Javier Marias.
Molti dei giovani americani mi sembrano un po' sopravvalutati. Uomini di un solo libro, dai quali, coi Padri della Chiesa, diffidare (e non capisco perché nessuno abbia urlato al capolavoro per "Gertrude and Claudius" di Updike, per dire)
Pubblicato da: giovanni - 28.02.05 08:39
Sono in difficoltà nel rispondere alla mia stessa domanda. Cinque romanzi memorabili scritti in Italia negli ultimi 25 anni non riesco a trovarli. Ho una quaterna:
- Aldo Busi, "Seminario sulla gioventù"
- Gesualdo Bufalino, "La diceria dell'untore"
- Domenico Rea, "Ninfa plebea"
- Alessandro Piperno, "Con le peggiori intenzioni"
Per arrivare a cinque inserisco "Il bottone di Puskin" di Serena Vitale, che è quasi un romanzo.
Concordo infine con Helena sulla la sopravvalutazione di gente come Eggers, Foster Wallace e Franzen. Il primo ha scritto 100 pagine splendide (l'incipit del suo romanzo d'esordio), e quattrocento mediocri (la seconda metà del primo romanzo e tutto il secondo); il secondo mi pare bravo sulla corta distanza (racconti) ma i suoi due romanzi sono esercizi di bravura troppo fine a se stessi; e Franzen è sinceramente noioso.
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 28.02.05 18:28
scusate l'intrusione... io franzen lo trovo splendido e per nulla noioso, anzi direi avvincente. pensa a volte i gusti :-)
Pubblicato da: dado - 28.02.05 19:44
E' vero, è difficile indicare 5 libri italiani di spicco scritti negli ultimi 25 anni.
Comunque per trovare qualcosa che assomigli a Piperno devo risalire al Gattopardo per la ricchezza di linguaggio di e a" Il Male oscuro" di Berto per l'umorismo rocambolesco e l'autoironia. Decisamente un grande.
Pubblicato da: filippo cusumano - 28.02.05 20:03
Dimenticavo, anch'io trovo divertente Frantzen.
Pubblicato da: filippo cusumano - 28.02.05 20:05
Leonardo ha ragione: Bufalino meritava citazione, e ci aggiungo il Consolo di "Retablo", così per conto mio arrivo a 6.
Gli americani giovani li abbiamo distrutti a sufficienza. Qualcuno mi deve aver detto che è in traduzione almeno uno dei Gaddis inediti in Italia (forse addirittura "JR"), e mi pare presso Mondadori. Se così fosse, non è giovane, è pure morto, ma si mangia a prima colazione tutti i suoi presunti discendenti.
Pubblicato da: giovanni - 28.02.05 21:47
Di Gaddis ho letto solo "Le perizie", in una vecchia edizione in due volumi (con una copertina splendida) che il nostro comune amico Giulio mi regalò un anno fa. E' stato tradotto altro?
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 01.03.05 09:21
So che dovrebbe uscire "Agape Agape", bellissimo monologo uscito postumo. "Le perizie" sono state ristampate in Oscar. Temo che sia tutto, per il momento, ma ricordo che si parlava di un "discorso più articolato". Non so che fine abbia fatto, vado a sentire (domani, se c'è tempo).
Pubblicato da: helena - 01.03.05 13:12
Leonardo, léggiti tutto il Gaddis che vuoi in inglese. E' roba che si trova da per tutto, anche usata e a poco prezzo. Una volta conosciuto lui, butti a mare tanti giovanotti che vorrebbero più o meno fargl il verso.
Helena, sai che non son d'accordo? "Agape agape" mi pare stia al resto della produzione di Gaddis come "The plot against America" sta al corpus di Philip Roth
Pubblicato da: giovanni - 01.03.05 21:41
Opera della vecchiaia? Un po' tirata, un po' alla maniera di se stessi, dici? E'abbastanza vero, ma rimane un sempre il libro di un grande scrittore (Agape, Agape) intendo.
Pubblicato da: helena - 01.03.05 22:19
Dico giusto quello. Poi certo che lo scrittore rimane. Nei pugili forti, l'ultima cosa che si perde è il colpo del knock out. Gaddis l'ha conservato fino all'ultimo libro ma, come Mohammed Alì vècchio, ha perso il resto.
Meglio lui di Dave Eggers, in ogni caso e proprio per citare uno assurdo.
Pubblicato da: giovanni - 02.03.05 07:14




