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23.12.04

Non ci sono più i mondi immaginari di una volta...

di Tullio Avoledo

[Questo articolo di Tullio Avoledo è uscito oggi nel Corriere della sera, con qualche taglio redazionale. Questo è il testo integrale.]

Niente è più affascinante di un atlante del passato. O forse sì, c’è: è un atlante dei luoghi immaginari.
Per la verità, sino alla fine dell’Ottocento tutti gli atlanti contenevano qualcosa di immaginario: indicazioni errate circa l’altezza di una montagna, o sulle sorgenti di un fiume; luoghi ipotetici o leggendari come le Miniere del Re Salomone, Eldorado o le Sette Città di Cibola. Il paese dei Lotofagi e quello delle Amazzoni. C’erano, soprattutto, degli immensi spazi vuoti al centro dei continenti, aree bianche su cui campeggiavano le scritte hic sunt leones o terra incognita. Agli occhi di un bambino dell’Inghilterra vittoriana o di altri paesi dell’Europa positivista quegli spazi vuoti rappresentavano di per sé una sfida. Generazioni di esploratori hanno messo in gioco la vita pur di strappare al nulla un dettaglio geografico da aggiungere alla pagina di un atlante.
Poi quell’epoca è morta
.

Con l’avvento dei satelliti e dei computer ogni angolo della Terra è stato misurato con precisione millimetrica e riportato in scala sulle carte. Solo sugli atlanti sovietici sopravviveva il mistero: per imperscrutabili calcoli strategici alcune città non vi comparivano, le distanze chilometriche erano sbagliate, si imbrogliava sull’estensione delle catene montuose e sulla profondità dei laghi. Ma anche l’Urss è ormai scomparsa, relegata in fondo agli atlanti storici. Che sono tutt’altra cosa dagli atlanti geografici.
Resta il fatto che per i geografi del Ventunesimo secolo non è più necessario farsi strada a colpi di machete nella foresta pluviale, o trascinare una slitta lungo le distese polari, per cartografare il mondo. La geografia ha perso il suo glamour. L’avventura, il mistero che emanavano da quegli spazi vuoti degli atlanti, sembrano definitivamente scomparse dalle nostre vite. Indiana Jones è morto in un ospizio. I nipoti di Stanley e Livingstone lavorano per l’Ibm.
La nostra smania di protocollare e misurare la realtà si è spinta anche oltre i confini della Terra. Le sonde interplanetarie hanno cartografato Marte, compiendo il più immane genocidio della storia: i Marziani - operosa razza che aveva colonizzato per lungo tempo il nostro immaginario collettivo - sono stati sterminati a colpi di foto dai satelliti. Senza di loro, i canyon del pianeta rosso non sono più gli stessi. Guardo con nostalgia le mappe di Marte che compaiono nei romanzi di Edgar Rice Burroughs. Il Marte di quei romanzi, chiamato Barsoom, era un pianeta popolato da principesse aliene e spadaccini blu, da creature esotiche e meravigliose. Tutto finito: i robot telecomandati della Nasa hanno ridotto ogni cosa in una sterile polvere rossa. Un colpo di joystick da Pasadena, un ruotare di telecamere su Marte et voila: uccisi i sogni dell’infanzia.
Nel corso della mia vita ho visto il mondo restringersi. I luoghi magici e strampalati dei fumetti della mia adolescenza – come l’impossibile foresta indiana dell’Uomo Mascherato, dove convivevano leoni e tigri, thugs e africani, e l’ancor più impossibile foresta di Darkwood su cui regnava Zagor - sono spariti per sempre. Dalle foreste residue spuntano ancora, a volte, animali che credevamo estinti o soldati giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Ma sempre più di rado. Il fiume impetuoso della fantasia è diventato un rivoletto asfittico. La geografia non l’alimenta più. Non a caso i videogame propongono sempre più spesso come bonus un programma chiamato “generatore di mappe". Con quello il giocatore può costruire nuovi mondi in cui ambientare il gioco. Diventare creatore di mappe, e quindi creatore di mondi. Vedere mio figlio innalzare catene montuose e creare laghi col semplice tocco di un mouse è una cosa che mi incute sempre un timore reverenziale.
La fantasia geografica si rifugia ormai nel virtuale. Ricordo ancora l’impressione che provai, dieci anni fa, vedendo la mappa posta all’inizio del romanzo Fatherland di Robert Harris: mostrava un’Europa di un universo parallelo in cui la Germania nazista aveva vinto la guerra. Il nero occupava la carta dalla Spagna alla Siberia. Ne rimasi impressionato. Da allora sono diventato un assiduo visitatore degli universi paralleli, e un estimatore della loro cartografia. Mi sono appassionato alle mappe di un’America conquistata dai Vichinghi e di un’Europa colonizzata dai Cinesi. Nel mio primo libro, L’elenco telefonico di Atlantide, giocava non a caso un ruolo decisivo un vecchio atlante del 1908 di un mondo parallelo. E il mio nuovo romanzo è ambientato in un’impossibile regione situata “fra il Friuli e il Veneto"...
Insomma, se la scienza ha ucciso il mistero degli atlanti, la fantasia può resuscitarlo. Così come può farlo l’ignoranza. Per quanto precise siano le nostre mappe del mondo, la nostra conoscenza della geografia è spesso minima. Ho sentito una signora vantarsi della luna di miele fatta dalla figlia “a Tahiti, nei Caraibi". E molti soldati americani hanno più familiarità con le mappe della tolkeniana Terra di Mezzo che con quelle dell’Iraq. Più con Mordor e il Fosso di Helm che con Falluja e Bassora, dove vanno a combattere e morire. Gli atlanti tornano a coprirsi di aree vuote, che poi popoleremo dei nostri incubi e delle nostre certezze monolitiche. La Terra ritorna incognita.
Hic sunt leones.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 23.12.04 11:21

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